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LA RIFLESSIONE

San Giovanni a Teduccio: il grande buco nero (delle istituzioni) è qui.

Periferie | 11 Aprile 2019

Era una mattina di dicembre del 1996 quando davanti la scuola elementare Enrico Sarria, nel quartiere San Giovanni a Teduccio, uccisero un uomo in un agguato. Alle 8.30, mentre i bambini entravano in classe. Il giorno dopo come studenti del Liceo Calamandrei scendemmo in strada con un corteo spontaneo fino al luogo dell’omicidio.

Alcuni dopo, sempre giù casa mia, scaricarono 40 proiettili lungo quasi 200 mt di strada per ammazzare un pusher intorno all’una di una notte d’estate. I ragazzi che chiacchieravano poco distanti scapparono scavalcando un grande cancello di una scuola.

Nel febbraio 2016 un ragazzo di 18 anni viene ucciso barbaramente e poi sepolto in un terreno antistante il Parco Troisi per uno sgarro al boss in carcere.

Sono solo alcuni dei casi di un lungo elenco di agguati di camorra a Napoli Est negli ultimi 20 anni. Lo scorso martedì è andato in scena l’ultimo atto di una saga criminale che ha riportato sangue e piombo davanti a una scuola materna, davanti a bambini piccoli che miracolosamente sono scampati a proiettili e schegge. Paura per i genitori, scoramento per insegnanti e preti di frontiera, le mamme invocano Mattarella. Le reazioni politiche e istituzionali si muovono tutte in un solo coro: “più polizia”. A questo trend si aggiunge qualche “terzista” di certa intellighenzia con editoriali incapaci di entrare nel merito.

Eppure la polizia nella periferia est è l’unica cosa che non è mai mancata. Tra novembre e febbraio il quartiere era completamente militarizzato dopo gli scontri armati e i morti nella faida tra i due clan storici: Mazzarella e Rindali. E allora cosa manca?

La dismissione: disoccupazione e disastro ambientale

Napoli est è la seconda municipalità della città con 130mila abitanti (numeri da comune medio-grande). Diventa con Bagnoli l’area industriale a insediamento operaio dopo la legge Nitti. Nel ‘900 tra manifatturiero, tessile e conserviero si muovono oltre 10mila operai ogni giorno. Il Pci ha l’80% e ben 5 sezioni. Poi arriva la dismissione, via le industrie, via il lavoro: sul terreno resta l’inquinamento e il contrabbando di Michele Zaza che occupa decine di giovani. Poi finisce anche il contrabbando, arriva Bassolino sindaco e qualcosa si muove con il centrosinistra al 70%: riaprono parchi e i collegamenti dei trasporti avvicinano al centro. Poi arriva il Piano regolatore nel 1999: porticciolo turistico, via i depositi della Q8 petroli, recupero dell’archeologia industriale con teatri e auditorium, mare pulito. Tutto sulla carta, 20 anni dopo nulla di tutto questo. Bassolino cade, i suoi pretoriani finiscono nei guai giudiziari con la storia delle primarie e solo un ultimo manipolo affolla la municipalità. Intanto il consenso è passato a De Magistris prima, al Movimento 5 Stelle dopo con il 62% alle ultime politiche (il blocco dei voti della sinistra storica).

Nell’anno 2019 il bilancio è drammatico. Dopo 8 anni dell’amministrazione comunale “rivoluzionaria” Napoli Est diventa un buco nero, poco raccontato, poco conosciuto e meno “cool” rispetto al brand Scampìa. Niente porticciolo turistico ma ampliamento del porto commerciale a est con le denunce di attivisti storici del Comitato civico per le conseguenze sul piano ambientale. La linea di costa è quella più inquinata della Campania, tra le peggiori d’Italia. Lì nel 2007 ci fu la riconversione a metano della Centrale Enel con la nuova a Turbogas che vide la strenue resistenza del Comitato civico: oggi quei fumi di nano particelle si alzano dal pennacchio blu e si dirigono verso il centro cittadino.

Nel 2015 parte l’inchiesta sullo smaltimento di rifiuti tossici della Q8: “abbiamo fatto come in tutti questi 50 anni”, si legge nelle mail dei dirigenti sequestrate dai pm. Le bonifiche restano lettera morta dopo milioni spesi per gli studi di fattibilità chiesti dal ministero. L’Università Partenope pensa bene di aprire uno studentato nella ex Manifattura Tabacchi di Gianturco, ex area Sin: a settembre 2018 il ministro Sergio Costa ordina per iscritto di mandar via gli studenti in un’area inquinata dove non possono starci gli esseri umani. Quella stessa area dove nel 2008 il commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti voleva mettere la munnezza e poi scappò dopo aver visto cosa si trova alzando solo mezzo metro di terra: catrame e altri veleni industriali. Nel 2017 la Giunta approva i Pua: nonostante manchi la bonifica arriva il via libera per edificare, altro cemento sui veleni con case e addirittura una struttura per bambini.

Quali sono le conseguenze dell’inquinamento sulla salute? Gli unici dati sono quelli autoprodotti e dicono che ci sono aumenti sulle patologie alla vescica ad esempio. Cosa respirano le persone nel perimetro tra Gianturco, Ponticelli e San Giovanni? Durante i roghi del 2017 le paline dell’Arpac impazzirono a causa delle diossine sprigionate dai rifiuti speciali ammassati in discariche a cielo aperto.

Ma non è finita: ogni tanto da San Giacomo mandano un po’ di munnezza in via delle Industrie mentre, scampato l’inceneritore, l’area di via De Roberto è stata adibita per ospitare un impianto di compostaggio che preoccupa i cittadini della zona perché si va ad aggiungere a quelli presenti

Sul piano sociale i dati sono eloquenti. San Giovanni e Ponticelli (con Scampìa e Secondigliano) sono i quartieri con i più alti tassi di disoccupazione giovanile/femminile/generale, dispersione scolastica e povertà interna ai confini cittadini. Il “boom” turistico non ha minimamente lambito questi quartieri e nemmeno la presenza dell’Università con la sua Academy ha stabilito forme di “interazione” virtuosa col territorio: gli studenti arrivano con la metro (unico mezzo di trasporto rimasto senza più tram e con una sola linea di bus) al mattino e vanno via il pomeriggio.

Sempre sul piano sociale e dei diritti civili a Napoli Est si trovava il più grande insediamento rom del Paese: 1400 persone in una spianata di via delle Brecce. Lo sgombero senza alternative ha messo il Comune sotto torchio di Amnesty International che ha inserito la città nel dossier presentato all’Europa per violazione della Carta sociale. Nel 2008 a Ponticelli, speculazione edilizia e odio razzista si uniscono in un precedente drammatico: 3 campi rom dati alle fiamme e 500 uomini, donne e bambini in fuga.

muralesChe fare?

Quando Jorit ha ultimato i murales al Bronx con gli occhi del Che, dopo Maradona e Niccolò, il quartiere finisce anche sui media internazionali. Le testate locali, nonostante puntino il dito “sui murales che non cambiano le cose”, muovono cronisti e reportage solo dopo queste opere di street art. Ma la stampa cittadina è in buona compagnia con l’attuale Amministrazione. A Maggio 2018 durante l’inaugurazione di una strada il sindaco chiese ad alcuni residenti di chi fossero le palazzine di Taverna del Ferro: stupiti gli astanti risposero “ma sono del Comune”. Dopo 7 anni il primo cittadino era ignaro di trovarsi un complesso di case popolari di proprietà comunale. Addirittura sui social alcuni esponenti della maggioranza hanno più volte scritto che San Giovanni è “comune a sé”.

Poca conoscenza, esclusione di un intero territorio dal luna park turistico, mancanza di qualsiasi insediamento politico e di partito. Questo ha permesso di aumentare la roccaforte criminale dei clan egemoni e intrecciati con i gruppi del centro storico. La distanza e l’esclusione di questa fetta di città è nell’immagine plastica del cantiere di via Marina: arteria fondamentale che da 4 anni priva della linea tranviaria, oltre ad essere al centro di un’inchiesta giudiziaria.

La Regione non si vede e con lei i suoi organismi che dovrebbero fornire informazioni importanti, come l’Arpac sul piano ambientale (alcuni ex dirigenti coinvolti nell’inchiesta Q8). I governi precedenti e quello attuale ripetono: “più polizia”. Il capo della Polizia, al contrario, chiede che il caso diventi nazionale ammettendo di fatto che le forze dell’ordine possono fare poco mentre servirebbe una grande azione di intelligence per smontare il controllo dei ultimi due storici clan.

Salvini in un’intervista al Mattino risponde alla critiche dicendo che “ha sgomberato i migranti dal Vasto” e che presto sgombererà i campi rom: due iniziative che sicuramente fanno tremare la camorra napoletana e ingrassano la sua propaganda elettorale in vista delle Europee.

Hanno parlato e stanno parlando gli attori politici e istituzionali mentre dovrebbero fare ciò che hanno sempre fatto su Napoli Est: stare zitti. Al massimo chiedere scusa per quei bimbi che hanno sentito e ascoltato gli spari. Quegli stessi proiettili che chi vi scrive ha imparato a riconoscere fin da bambino. Chiedere scusa ai parroci di quelle chiese nei rioni bunker, alle insegnanti e presidi che ci mettono la faccia, alle mamme e ai genitori, ai ragazzi che entrano nei parchi pubblici semi distrutti dall’abbandono. Chiedere scusa alle reti di associazioni e comitati che provano a reggere la tenuta di resistenza civile, ogni giorno e in solitudine. E, infine, iniziare non dare più per scontato il saccheggio di voti in un’area dove nelle ultime tornate elettorali ha visto il 40% dell’affluenza: la metà dei voti che prendeva il Partito comunista.

Napoli Est è una grande periferia come tante del nostro Paese, quasi una città. Dentro si muovono interessi economici enormi e quelli criminali per il controllo del territorio. Quello che è rimasto sul campo è la paura o la fuga, abitanti che diventano spettatori di una fiction che però non è Gomorra ma è la realtà e ora sono in attesa della seconda puntata: adesso a chi ammazzano? E quando? Dove? “Stiamo attenti, evitiamo di girare in certi orari”.

Dopo l’agguato sui social si sono letti molti sfoghi di persone e giovani che abitano e, nonostante tutto, amano quel quartiere. E tutti nella loro rabbia non hanno solo un risentimento contro la camorra ma contro lo Stato che invocano meno mentre vorrebbero ci fosse una “Repubblica”, quella che afferma e rispetta i diritti a vivere con dignità in ogni parte del Paese.

Questa è una rabbia che viene da lontano. Da 20 anni Napoli Est è un grande buco nero che, come quello dell’universo visto nella foto di ieri, è capace di fagocitare tutto. Il buco nero di tutte le istituzioni del nostro Paese.

Giuseppe Manzo

 

Ph Salvatore Laporta/Kontrolab

Un articolo di Giuseppe Manzo pubblicato il 11 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 4 Maggio 2019

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