fbpx
venerdì 10 luglio 2020
Logo Identità Insorgenti

LA RIFLESSIONE

Stupro di piazza Garibaldi: la consumata liturgia della barbarie

Attualità | 8 Maggio 2020

Di Maurizio Amodio

La surreale euforia di un’assolata primavera stava illuminando i nostri goffi tentativi di sistemare elastici dietro le orecchie ed infilare guanti di lattice senza romperli sulle dita. La speranza di uscire da un incubo non ancora finito ci ha fatti traboccare in strada, ad imparare un nuovo alfabeto di volti obliterati da rettandoli asfissianti, dentro cui il respiro ci torna in bocca senza potersi sposare con l’aria.

Brulicanti e stralunati, stavamo vagando nelle pubbliche vie nell’infantile, a volte tenera ricerca di un nuovo modo di stare al mondo.

Ed eccoci ancora una volta a sbattere contro lo schiaffo umiliante dell’ennesimo stupro. Contro la solita, rivoltante storia di un corpo e un’anima violati, calpestati. Di nuovo il buio fiato di una barbarie che non riusciamo a superare. La stessa, vecchia mano che ogni volta riemerge dal fango, ci afferra e ci riporta nella melma. Eccoci ancora qui ad aggiungere l’ennesimo tassello dell’eterno, infinito mosaico della sopraffazione del muscolo sopra la ragione, dell’abuso della forza cavernicola sulla civiltà, a sgranare il rosario delle vittime della guerra più antica del mondo.

Ed è di nuovo inverno. Gelida mortificazione.

Ogni volta cambia la scenografia, ma il copione resta sempre immutabile: una donna sola, uno spazio apparentemente vuoto, la complice indifferenza di chi fa finta di non vedere e loro, i protagonisti della solita piéce: l’oppressore e la vittima.

La consumata liturgia della barbarie.

La primordiale matematica che azzera millenni di evoluzione e cultura e riporta l’umanità al grado zero del grugnito, dei denti nella carne dell’agnello, della saliva imposta a una pelle tremante, della mano sulla bocca a soffocare l’urlo e l’altra al collo a stabilire l’orlo del precipizio oltre il quale c’è solo l’ultimo respiro. Stavolta c’erano anche gli spettatori dietro le mille telecamere puntate silenziosamente sulle nostre vite, a guardare senza far nulla, come se una giustizia ritardataria potesse ricucire un vestito e una dignità fatti a brandelli.

Come se una registrazione video da riguardare con calma in un’aula di tribunale potesse restituire luce agli occhi una donna che il tanfo della violenza continuerà a sentirselo dentro per anni.

Quarantacinque minuti di barbarie inintertotta. Ci vogliono lucidità e fermezza, per riuscire ad esercitare una violenza così prolungata.

E la glaciale consapevolezza di essere nel giusto, di credere davvero, dopo millenni di storia, che il sesso sia invasione, oltraggio, assalto e conquista di un esercito armato alle mura di una fortezza arroccata.

Per riuscire a godere del possesso di una creatura che piange e grida aiuto.
Una fredda, sadica gestione di una cattiveria che non è più neanche bestialità, ma calcolo dipanato, strategico, lucidissimo.

Ancora oggi, dopo secoli di conquiste sociali, diritti umani, carte costituzionali, filosofi, canzoni e poeti, l’uomo stupra le donne. Prende col graffio della brutalità ciò che non sa e non vuole imparare a costruire con la relazione fra civili esistenze.

Non può esistere altro problema affrontabile, finchè non avremo risolto questo. Non abbiamo alcun diritto di parlare d’altro, se non siamo ancora capaci di stabilire uguaglianza e rispetto fra uomini e donne. Non avremo alcun futuro, finchè la bestiale forza fisica sarà l’ago della bilancia dei rapporti fra gli esseri umani. Tra un padre un figlio, tra un uomo e una donna, tra un gay e un etero, tra un uomo e suo fratello.

Dalla ragnatela della violenza di genere non usciremo mai, finchè  ontinueremo a considerarlo un problema delle donne, finchè noi uomini staremo lì ad attendere che le donne del mondo si liberino da sole.

Questa è una battaglia che dobbiamo combattere noi uomini contro noi stessi,
contro secoli di storia in cui ci hanno insegnato che la donna è possesso, che la gelosia è una scusante, che il desiderio animale può implicare e comprendere il vilipendio di un essere vivente, che l’istinto primordiale può offuscare la ragione e il diritto per quarantacinque interminabili minuti.

E non basta dirsi immuni. Non deve più bastare chiamarsi fuori e cullarsi nella rassicurante nenia dell’ “Io non l’ho mai fatto e non lo farei mai”. No. La giustizia richiede che anche i civili alzino la voce. Ogni giorno, ogni volta che hanno il dovere di spiegare al prossimo che il sesso è comunicazione, dialogo, intreccio, scoperta. Che ci si esplora reciprocamente come terre incognite, ci si addentra nel prossimo accogliente come viaggiatori tentennanti dentro foreste vergini.

Ci si accompagna, ci si illumina insieme.
E che ogni altra via di approccio è violenta conquista militare, è prevaricazione, è inciviltà. È età della pietra.

Educare è l’unica via. E non abbiamo alcun diritto di delegare questo dovere alle donne, come se fosse solo un loro problema. No. Finchè di ogni atto di barbarie non sentiremo anche noi uomini i graffi dentro e il sapore nauseante della violazione, non usciremo
mai dalla preistoria.

Nessun uomo potrà mai dirsi civile finchè a chiunque non sarà garantita
la libertà di girare da sola senza essere considerata una preda da sbranare.

“Tu sei mia” è una frase che nessun uomo dovrà mai più rivolgere a una donna. “L’ho conquistata”, “L’ho posseduta”… Iniziamo a liberarci delle brutte parole. Che sono acconciature sotto cui si annidano teste aberranti. Insegniamo ai nostri figli e ai figli degli altri a rispettare il prossimo.

Che la forza brutale è la turpe arma dei miserabili. E che gli uomini veri parlano la lingua pulita del rispetto.

Un articolo di Maurizio Amodio pubblicato il 8 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 8 Maggio 2020

Articoli correlati

Attualità | 6 Luglio 2020

PORTO DI NAPOLI

Il cantiere della nuova stazione marittima del Beverello tra caos e riqualifica urbana

Attualità | 3 Luglio 2020

LA POLEMICA

Palazzo Alto di Napoli Centrale: nessun vincolo dalla Soprintendenza

Attualità | 26 Giugno 2020

LA RIVOLTA BULGARA

La verità sugli “schiavi” di Mondragone, dove la zona rossa è l’ultimo dei problemi

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi