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LA SENTENZA

Vietato riprodurre le piadine fuori l’Emilia. Ma per pizze e limoncello non vale la stessa regola

Attualità, Economia, Italia, Made in Sud | 15 Maggio 2015

piadina romagnola

Due pesi e due misure sempre, una parassitaria per il nord e una di puro sfruttamento per il sud: è questa l’estrema sintesi del sistema coloniale italiota, e non fa alcuna differenza che le istituzioni che realizzano tale disparità di trattamento siano quelle politiche, amministrative o altro. Sono le istituzioni in sé che, in quanto italiane, fanno male alla nostra terra: nate da un’invasione coloniale, ne conservano viva impronta e ragion d’essere anche ad un secolo e mezzo di distanza.

Le ragioni di tanto sdegno sono presto dette: il riferimento è alla recente sentenza del Consiglio di Stato, la 02405/2015 per l’esattezza, che impone che la piadina per poter essere venduta come “romagnola”, secondo il relativo disciplinare IGP, deve necessariamente essere fatta in Romagna. In sintesi questi i fatti: il Consorzio di promozione e tutela della Piadina Romagnola ha presentato appello, vincendolo, contro un’azienda di Modena rea di produrre la piadina “romagnola” su scala industriale. Del resto Modena è in Emilia, e chissà forse tra emiliani e romagnoli non corre buon sangue se in discussione è il portafogli.

A presentare l’appello, oltre al consorzio, anche la Regione Emilia-Romagna e addirittura il Ministero della politiche agricole, della serie provate a raccontarcelo adesso che certe istituzioni sono “neutre” e la cosiddetta volontà politica non c’entra nulla. Nel merito la sentenza del Consiglio di Stato ha stabilito, ed è questo il passaggio più significativo, che le garanzie del riconoscimento IGP sono da intendersi estese anche alla produzione su larga scala di tipo industriale.

Ma anche le dichiarazioni del presidente del Consorzio, Elio Simoni, meritano attenzione: “Si è fatta giustizia“, questo il suo commento a caldo, basato sulla considerazione che adesso la “denominazione protetta ‘Piadina Romagnola’ o ‘Piada Romagnola’ è a disposizione solo ed esclusivamente di tutti i preparatori romagnoli e nessuno, al di fuori della Romagna, potrà imitarla“.

Tenete bene a mente queste oltremodo chiare parole del presidente del consorzio, dato che un’altra azienda di Modena, la Italpizza, si avvia alla produzione industriale di pizza “margherita”: come da noi denunciato un mese fa, si tratta di un affare da 76 milioni di euro che avviene con la benedizione ed in combutta con la Coldiretti, e tale surrogato di pizza non ha neanche un ingrediente prodotto in Campania. Più in generale il mercato della pizza vale nel paese qualcosa come oltre 9 miliardi di euro l’anno, e qui non c’è tutela che tenga: la vera pizza, napoletana o margherita che dir si voglia, a stento è riuscita ad ottenere nel 2010 il riconoscimento STG, ovvero specialità tradizionale garantita.

Ma la vera partita si gioca sul riconoscimento IGP, indicazione geografica protetta, ed in particolare in quel passaggio dell’articolo 2 che afferma che “produzione e/o trasformazione e/o elaborazione avvengono nella zona geografica delimitata“. In sostanza possiamo scordarci che il sistema italia unita spa possa rinunciare ad un affare di tale portata, già in buona parte nelle mani della grande distribuzione del nord, permettendo che passi il concetto per cui la pizza napoletana si produce solo a Napoli.

C’è un’altra storia analoga che vogliamo raccontarvi, riguarda il limoncello e il particolare il produttore caprese Massimo Canale. Il Ministero dell’Industria si oppone alla sua richiesta di brevettare il nome Limoncello e l’imprenditore ricorre in Cassazione, che decreta nel Novembre 2000 quanto segue: il limoncello è un nome comune di uso corrente e pertanto non può essere utilizzato come marchio brevettabile da nessuno. Diversa l’opinione di Mariano Vinaccia, presidente della cooperativa Solagri: “Il pericolo è che tutti potranno produrre il limoncello usando limoni spagnoli e le bustine di estratti chimici“.

Certo la Sentenza della Cassazione era tecnica e “neutrale”, come del resto l’opposizione del Ministero alla richiesta dell’imprenditore campano: è un puro caso infatti che il mercato del limoncello muovesse già nel 2000 un mercato da 23 milioni di litri l’anno, al punto da rientrare a pieno titolo nel paniere Istat per la valutazione statistica di inflazione ed altri parametri economici. Così come è un puro caso che tale sentenza abbia spianato la strada, o meglio regolarizzato la posizione, degli infiniti pezzotti nordici del nostro limoncello, da noi denunciati in più di un articolo, dal profondo nord fino al Lazio.

Potremmo commentare questi ed altri infiniti casi analoghi parafrasando le parole del presidente del consorzio della piadina: nei casi che riguardano le eccellenze del sud giustizia “italiana” è fatta, nel senso che le nostre eccellenze sono a disposizione di tutti i “pezzottari” italo-padani e nessun meridionale ne può reclamare proprietà ed origine geografica.

Casi recenti come quello della sedicente pizza Coldiretti, o meno recenti come nella fattispecie dell’imprenditore campano del limoncello, dimostrano che per ottenere determinati riconoscimenti che hanno un immediato e consistente risvolto economico – così come per non ottenerli  – occorre una precisa volontà politica: a noi interessa questo, riottenere dopo un secolo e mezzo le nostre istituzioni, ovvero quelle che rappresentano gli interessi reali della nostra terra, invece di essere continuamente parassitati a favore di padania secondo costume e tradizione di quelle italiote.

Ad eventuali colonizzati mentali che venissero a piagnucolare di presunte incapacità imprenditoriali dei meridionali a fronte del “genio nordico” consigliamo fin da adesso di girare alla larga: tanto più alla luce dei fatti fin qui esposti, infatti, per voi sulle nostre pagine non tira una buona aria.

Lorenzo Piccolo

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 15 Maggio 2015 e modificato l'ultima volta il 15 Maggio 2015

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