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LA SPIEGAZIONE

La Corte Costituzionale boccia il bilancio del Comune di Napoli: ora il pericolo è la macelleria sociale

Italia | 29 Gennaio 2020

E’ difficile per noi comuni mortali districarci nella vicenda della sentenza della Corte Costituzionale che per molti è una condanna a morte per questa amministrazione. In parole poverissime la Corte ha bocciato alcuni “escamotage” per pareggiare il bilancio del Comune, utilizzati per altro da tutti i comuni in pre-dissesto (praticamente tantissimi comuni del Mezzogiorno del Paese) secondo quanto prescriveva, fino a ieri, la legge, stabilendo che è illegittimo utilizzare le anticipazioni di liquidità dello Stato da parte degli enti locali per alterare i risultati di bilancio e per coprire nuove spese

Al link la sentenza integrale della Corte Costituzionale.

In parole altrettanto poverissime si rischia il default, il bilancio è da rifare e ci sarebbe un miliardo – che con questa sentenza si volatilizza – da recuperare. Diciamo subito che in qualsiasi modo la si pensi sull’amministrazione di Luigi de Magistris – e ormai ben sapete quanto siamo critici su questo secondo mandato, costellato di scelte contestabili – chi gioisce per il default del Comune di Napoli per noi è un folle che non vuole bene alla città:  chi festeggia – e purtroppo molti dell’opposizione lo fanno, senza capire che anche le loro “teste” in caso di dissesto sarebbero “congelate” per un decennio – non comprende che l’eventuale dissesto ci riguarerebbe TUTTI e provocherebbe un aggravamento ulteriore dell’emergenza sociale che Napoli già vive da tempo, con blocco delle assunzioni – tanto per dirne una – e aumenti ulteriori di tutte le tasse comunali, dall’Imu alla Tari. Ma cerchiamo di capire cosa è accaduto anche attraverso i documenti ufficiali di questa vicenda.

La sentenza della Corte Costituzionale

Nel 2015 c’è stata una legge sugli enti locali in predissesto. Legge interpretata diversamente dal Comune di Napoli e dalla Corte dei Conti, Sezione di controllo regionale della Campania. Così la Corte dei Conti ha sollevato il dubbio di Costituzionalità e la Corte Costituzionale lo ha confermato. Il bilancio così com’è è da buttare, semplicemente. La sentenza della Consulta, però, va oltre: dichiara incostituzionali due articoli di due decreti legge dello Stato Italiano, uno del 2015 ed uno del 2017. L’errore del comune nel redigere i propri bilanci è stato aver applicato queste leggi, secondo quanto afferma lo stesso Comune. Secondo invece gli oppositori del sindaco il Comune di Napoli in realtà è tecnicamente un ente fallito dal 2012, non più in grado di sostenere con le proprie entrate e con i traferimenti statali  le spese indispensabili e necessarie. Ad esempio nel bilancio erano “conteggiati” 75 milioni di euro di immobili all’anno venduti oltre a percentuli di riscossioni su tasse e multe, mai incassati.

La questione era stata rimessa in via incidentale dalle Sezioni riunite dopo un ricorso del Comune, dell’aprile scorso, contro una delibera della sezione regionale di controllo della Campania che aveva accertato il difetto di copertura di alcune partite finanziarie, che portarono al blocco della spesa per l’Ente. Nello specifico venne messa in discussione la «veridicità» del bilancio di previsione 2018-2020 e del rendiconto 2017 (approvato a maggio 2018). Il giudice rimettente, dopo aver sospeso gli effetti della delibera, aveva tuttavia sollevato le questioni di costituzionalità accolte dalla Consulta relativamente alle norme che consentivano l’utilizzazione costituzionalmente vietata delle anticipazioni di liquidità. Per Palazzo San Giacomo la legge sul predissesto lo consentirebbe, per la magistratura contabile no. La Consulta, massimo organo decisionale in questi casi, ha dato ragione dunque alla Corte dei Conti.

Il comunicato stampa della Consulta

La Corte Costituzionale ha spiegato la sua posizione in un comunicato stampa. “Le anticipazioni di liquidità sono utilizzabili dagli enti locali in senso costituzionalmente conforme solo per pagare passività pregresse iscritte in bilancio, in quanto sono prestiti di carattere eccezionale finalizzati unicamente a rafforzare la cassa quando l’ente non riesce a pagare le passività accumulate negli esercizi precedenti. Lo ha affermato la Corte costituzionale con la sentenza n. 4 del 2020 (relatore Aldo Carosi) nel dichiarare costituzionalmente illegittimi gli articoli 25 del decreto legge n. 78 del 2015 e 1, comma 814, della legge n. 205 del 2017, per contrasto con gli articoli 81, 97, primo comma, e 119, sesto comma, della Costituzione. La Corte ha così ribadito il divieto di utilizzare le anticipazioni di liquidità per modificare il risultato di amministrazione e per assicurare nuove forme di copertura giuridica della spesa.
La sentenza spiega che l’inidoneità delle anticipazioni a rimuovere situazioni di deficit strutturale deriva non solo dal contrasto con l’articolo 119, sesto comma, della Costituzione, ma anche da dati elementari dell’esperienza, secondo cui solo un investimento efficace può assicurare, attraverso positivi effetti sul patrimonio della comunità di riferimento, la compensazione con i debiti che si contraggono attraverso l’assunzione del prestito.
La questione era stata rimessa in via incidentale dalle Sezioni riunite in speciale composizione della Corte dei conti in ordine a un ricorso del Comune di Napoli contro una delibera della sezione regionale di controllo della Campania che aveva accertato il difetto di copertura di alcune partite di spesa, assumendo misure interdittive.
Il giudice rimettente, dopo aver sospeso gli effetti della pronuncia di controllo, aveva tuttavia sollevato le questioni di costituzionalità – accolte dalla Consulta – relativamente alle norme che consentivano l’utilizzazione costituzionalmente vietata delle anticipazioni di liquidità.
La Corte ha anche riaffermato la distinzione tra le funzioni esercitate dalla Sezione delle autonomie e dalle Sezioni riunite in speciale composizione della Corte dei conti: alla prima spetta la funzione di uniformare l’attività consultiva quando nelle sezioni regionali di controllo si crea un contrasto sulle modalità applicative delle tecniche contabili; alle seconde il sindacato giurisdizionale sui controlli di legittimitàregolarità che le Sezioni regionali della Corte dei conti esercitano sugli enti territoriali. Ciò con giurisdizione di merito in unico grado e in via esclusiva come previsto nel nuovo Codice di giustizia contabile.
Sono stati poi chiariti gli effetti della sentenza sulla gestione contabile degli enti locali che abbiano applicato le norme illegittime ai propri disavanzi: ognuno rideterminerà correttamente i propri disavanzi e provvederà agli accantonamenti secondo le disposizioni vigenti al tempo di ciascuno dei pregressi esercizi.
Infine, è stato rivolto un monito al legislatore statale sulla necessità di attuare concretamente il dettato costituzionale dell’articolo 119 della Costituzione in termini di trasferimento delle risorse in favore delle comunità territoriali con minori capacità fiscali per abitante, al fine di consentire l’effettiva erogazione dei servizi e delle prestazioni costituzionalmente necessarie.

La “spiegazione” del vicesindaco Panini

In un comunicato a dir poco pessimo, unica posizione ufficiale al momento, il vicesindaco con delega al Bilancio, Enrico Panini,  con delega al bilancio,  la spiega così, in puro burocratese quando in questo momento ci sarebbe bisogno di estrema chiarezza: “In data odierna la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 4, ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 6, del Decreto Legge 19 giugno 2015 n. 78, per contrasto con gli articoli 81, 97, primo comma, e 119, sesto comma della Costituzione.

Tale sentenza sancisce il divieto di utilizzare le anticipazioni di liquidità in conto Fondo Crediti Dubbia Esigibilità.

La questione di legittimità costituzionale era stata rimessa in via incidentale dalle Sezioni riunite in speciale composizione della Corte dei conti in ordine a un ricorso del Comune di Napoli contro la delibera n. 107 del 10 settembre 2018 della sezione regionale di controllo della Campania che aveva accertato il difetto di copertura di alcuni programmi di spesa.

Le anticipazioni di liquidità sono prestiti fatti ai Comuni nell’anno 2013 per pagare debiti pregressi di fornitura ai creditori dell’Ente.

Il Comune di Napoli, come tanti altri, in ossequio all’articolo dichiarato ora incostituzionale, ha ritenuto che le anticipazioni di liquidità dovessero essere considerate in conto Fondo Crediti di Dubbia Esigibilità, mentre la Corte costituzionale ritiene che tale anticipazione sia aggiuntiva rispetto al Fondo Crediti di Dubbia Esigibilità e, pertanto, dovesse essere inserita nel risultato di amministrazione.

Tale pronuncia ha il duplice effetto di richiamare, da un lato, il legislatore statale sulla necessità di rispettare il dettato costituzionale dell’art.119 in merito alla necessità di trasferire risorse in favore delle comunità territoriali con minori capacità fiscali per abitante, al fine di consentire l’erogazione di servizi e prestazioni costituzionalmente necessarie, dall’altro essa coinvolge centinaia di Amministrazioni comunali che, nel corso del tempo, hanno utilizzato tale norma, oggi dichiarata incostituzionale.

Val la pena di ricordare che al Comune di Napoli, pur essendo in Piano di riequilibrio, sono state sottratte, dall’anno di attivazione della procedura di riequilibrio (2012) a tutto il 2019, oltre 700 milioni di euro, modificando le condizioni in base alle quali il Comune aveva aderito al Piano di Riequilibrio mediante la sottrazione di risorse fondamentali per il rientro dal disavanzo.

Il Comune, pur adeguandosi a tale pronuncia secondo tempi e modalità che dovranno essere definiti, ritiene indifferibile un immediato intervento legislativo al fine di colmare le disuguaglianze scaturite da una sentenza che non ha tenuto conto della peculiarità della anticipazione di liquidità e della armonizzazione contabile, in relazione al percorso di riequilibrio in corso di realizzazione.

E che la stessa richiesta sia avanzata dalla Corte all’interno del corpo della Sentenza ben ne evidenzia l’urgenza”.

La posizione delle opposizioni

Parlano di vigilia di default invece le opposizioni al Comune: “L’unica consapevolezza che dovrebbe emergere in queste ore nelle stanze di Palazzo San Giacomo è che, ormai, il Comune di Napoli ha le ore contate ed è sempre più vicino al default. La recente sentenza della Corte Costituzionale, infatti, boccia de Magistris, mettendo fine alla ‘finanza creativa’, utilizzata in tutti questi anni per far quadrare i conti. E, al di là degli aspetti più tecnici, chiarisce una volta per tutte che l’Ente ha utilizzato poste straordinarie per ridurre il disavanzo. Visto che il sindaco è un ex magistrato, come ha potuto errare nell’applicare le norme? Ora l’unica possibilità che rimane è rifare il bilancio daccapo. Per farla breve, sarebbe più facile sperare direttamente in un miracolo” è la posizione espressa in un comunicato dai Consiglieri comunali di Napoli, Roberta Giova del gruppo “La Città” ed Alessia Quaglietta e Diego Venanzoni del PD.

“Nei fatti -continuano i Consiglieri di opposizione- il Comune di Napoli, piuttosto che utilizzare le anticipazioni di liquidità, risorse ottenute in questi anni dal Governo e da Cassa Depositi e Prestiti, per far fronte ai debiti accumulati, li ha riversati sul disavanzo per modificare il risultato di amministrazione ed assicurarsi nuove forme di copertura della spesa. Peccato che la sentenza è intervenuta proprio per mettere fine a tutto questo, puntualizzando, in maniera inequivocabile, che è illegittimo ed anticostituzionale. Possibile che chi ha redatto il bilancio non lo abbia minimamente messo in conto? O forse si è preferito rischiare, pur di garantirsi la sopravvivenza politica? Insomma, in mano a chi è stata Napoli in questi anni?”

“Una cosa è certa: l’Assessore al Bilancio ed il Sindaco – concludono -, di fronte a quest’ennesima bocciatura contabile, farebbero meglio ad assumersi le proprie responsabilità e trarne le dovute conseguenze. Anche perché tutto questo rappresenta una vera e propria pietra tombale sulle già precarie condizioni di salute delle casse comunali”.

Si parla insomma esplicitamente di “trucco ” del Comune di Napoli per coprire il deficit utilizzando le anticipazioni di liquidità dello Stato o della Cassa depositi e prestiti . Ricordiamo a queste cime dell’opposizione che la dichiarazione di dissesto comporta l’ineleggibilità del Sindaco De Magistris, assessori e consiglieri responsabili per 10 anni .

Cosa dice l’articolo 119 della Costituzione a cui fa riferimento la sentenza della Consulta

L’articolo 119 della Consulta a cui fa riferimento la sentenza, è questo: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione [53 c.2] e secondo i princìpi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.

Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio.

La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.

Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite.

Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i princìpi generali determinati dalla legge dello Stato.

Possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento, con la contestuale definizione di piani di ammortamento e a condizione che per il complesso degli enti di ciascuna Regione sia rispettato l’equilibrio di bilancio.

E’ esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti”.

Il federalismo fiscale è una beffa che contraddice l’articolo 119

Quando la sentenza dunque esorta il Parlamento ad aumentare i trasferimenti economici verso le realtà con meno capacità fiscale per realizzare l’art.119 della Costituzione per garantire le funzioni pubbliche, la coesione e la solidarietà sociale nell’attività degli enti locali, al danno si unisce la beffa. In questi anni il federalismo fiscale dei comuni è costato ad esempio alla sola Napoli la perdita di circa 100 milioni di euro l’anno. L’autonomia differenziata di cui tanto si parla – Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia neo eletto ha detto che sarà il primo punto del suo programma, tanto per sorridere a chi guarda di buon occhio l’alleanza a Napoli tra Dema e Pd – aggraverebbe ulteriormente questa distanza. Perché è chiaro che le norme sull’amministrazione economica degli enti locali, in ossequio ai dettami dell’austerità, hanno danneggiato sempre e comunque  i comuni del sud, quasi tutti in pre-dissesto. 

Le conseguenze immediate della sentenza

O il dissesto o il blocco della spesa e delle assunzioni, tasse al massimo e un piano di rientro trentennale  per recuperare il disavanzo, oltre ad un extradeficit ancora da calcolare per tutte le spese fatte e non coperte dal 2017 ad oggi: sono  le alternative per il Comune di Napoli dopo la sentenza della Consulta. La procedura potrebbe concludersi nel giro di 3-4 mesi, a meno di un intervento del Governo con una legge Salva-Comuni, richiesto a viva voce oggi dal vicesindaco di Napoli, Enrico Panini.

300 i comuni in predissesto, soprattutto al Sud

Il numero di Comuni e Province in squilibrio finanziario è in continuo aumento: in un documento del luglio 2019 si parlava di oltre 300 amministrazioni che hanno avviato procedure di riequilibrio pluriennale o dichiarazione dello stato di dissesto. In moltissime occasioni l’accertamento
delle condizioni di squilibrio è segnato da una fase di transizione commissariale, e gli amministratori che subentrano a seguito di elezioni si trovano a gestire la macchina amministrativa e i servizi ai cittadini nello stretto recinto dei piani di riequilibrio o delle ipotesi di bilancio riequilibrato: molti Sindaci che hanno assunto la carica negli Enti in questione si sono poi trovate a gestire le mille problematicità che ciò comporta, e la grande difficoltà nel trovare il punto di equilibrio tra garanzia dei servizi e risanamento dei conti. Ricordiamo che queste al momento saranno le condizioni della città per chiunque verrà a governarla.

 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 29 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 29 Gennaio 2020

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