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La storia di Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso da Cutolo

Giuseppe Salvia Copertina
Nun te scurdà | 14 Aprile 2021

Erano gli anni della più aspra guerra di Camorra mai vista a Napoli. Negli anni ’80, la Nuova Famiglia e la Nuova Camorra Organizzata lasciavano dietro di sé una scia di sangue che si trascinò fino all’interno del Carcere di Poggioreale. Una carneficina che arrivò a toccare anche Giuseppe Salvia, allora vicedirettore del carcere napoletano. Giuseppe visse sempre tra i giusti, tra gli onesti e i coraggiosi. E il coraggio non gli mancò nemmeno il 7 Novembre 1980, quando disse “No” a Raffaele Cutolo.

Giuseppe Salvia, una persona con la schiena dritta

Giuseppe Salvia, nato a Capri, era conosciuto da chiunque nei palazzi della giustizia napoletana. Arrivò al carcere di Poggioreale nel ’73, col clima bollente della guerra di Camorra, a cui si sommavano le numerose rivolte carcerarie.

“Nel ’76 – racconta un articolo dell’epoca de L’Unità – nel corso dell’ennesima ed incruenta protesta dei detenuti, parlando con i cronisti non aveva nascosto le sue idee progressiste, sostenendo con vigore la necessità di una riforma radicale del sistema carcerario”.

Gli occhi di Giuseppe videro qualcosa che ancora oggi molti faticano a osservare. Un inferno che persiste ancora. Salvia raccontava ai cronisti la vista raccapricciante di detenuti accalcati sempre più in una cella. In una struttura come la casa circondariale di Poggioreale, dove invece di novecento detenuti se ne stipavano a migliaia, e l’aria era irrespirabile.

Ma Giuseppe capì che per cambiare quelle persone, prima di tutto c’era bisogno di riabilitarle alla civiltà dignitosamente. Andava ben oltre la punizione. E quando il terremoto dell’80 sconvolse anche Poggioreale, Salvia si recò a piedi al carcere. Lo lasciò due giorni dopo essersi assicurato una condizione di vita decente per i suoi detenuti.

E non chinò la testa davanti a Cutolo

Era il 7 Novembre dell’80 quando Giuseppe Salvia si ritrovò faccia a faccia con Raffaele Cutolo, di ritorno da un’udienza dibattimentale. Come da prassi, infatti, qualcuno avrebbe dovuto perquisirlo. Ma le guardie di turno avevano paura.

Così Giuseppe, che mai si piegò davanti agli innumerevoli tentativi di corruzione della malavita, scelse di perquisirlo. Cutolo – si racconta – ebbe anche un moto di stizza, e provò a schiaffeggiare il vicedirettore. Lui, però, non si arrese nel trattare Cutolo come un normale detenuto. Continuò a rappresentare la giustizia, davanti a quello che all’epoca si credeva “il boss dei boss”.

 

Cutolo vide quel gesto come una sfida. La vendetta arrivò il 14 Aprile dell’81, sulla tangenziale di Napoli. Sei killer seguirono Giuseppe Salvia con due auto sin dall’uscita dal penitenziario, all’ora di pranzo. Sulla tangenziale, allo svincolo con l’Arenella, Giuseppe notò le due auto che lo seguivano. E capì. Provò a tamponarne una, provò a scappare. Ma fu raggiunto dai colpi dei killer di Cutolo, che lo lasciarono inerme sull’asfalto.

Giuseppe non tornò mai più a casa. Lasciò sua moglie e i figli piccoli. Claudio e Antonino verranno a sapere che il padre era un eroe qualche anno più tardi, una volta cresciuti. Qualche giorno dopo, al funerale di Giuseppe arrivarono sessantotto corone di fiori. Un mare di rose, da parte dei detenuti per cui Giuseppe riservò sempre la sua umanità e il suo cuore, nonostante tutto.

Ciro Giso

Un articolo di Ciro Giso pubblicato il 14 Aprile 2021 e modificato l'ultima volta il 15 Aprile 2021

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