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La Testa Carafa tra storia e mito

7arti | 5 Gennaio 2016

La Testa Carafa è una delle opere più celebri della storia di Napoli, un’opera fortemente simbolica che per molti anni ha rappresentato l’identità culturale della nostra città.

La Testa Carafa appartiene sin dall’epoca napoleonica al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Purtroppo da anni essa non è più collocata all’interno del percorso museale in quanto è stata spostata presso l’arco di ingresso agli uffici della Soprintendenza Archeologica, dove non può essere ammirata dalla maggior parte dei visitatori amanti dell’arte.

Una grande “perdita” se si pensa alla rarità dell’opera, sia per la resa naturalistica dei dettagli, sia per le sue dimensioni: la sola testa misura 175 cm e immaginando l’intera opera con cavallo e cavaliere si arriverebbe ad un’altezza di circa 5 m.

La bellezza dell’opera richiamò molti visitatori illustri, tra i quali lo stesso J. W. Goethe che durante il suo soggiorno a Napoli volle vedere la protome che all’epoca era collocata nel cortile di Palazzo Carafa, chiamato per antonomasia il “Palazzo del cavallo di bronzo”. Diomede Carafa aveva collocato l’opera nel cortile del suo palazzo per esaltare le radici antichissime greco-romane della nostra città. Egli infatti ne conosceva benissimo l’origine, anche se le guide della città svelavano anche altre motivazioni alla base della venerazione della scultura: la scultura era antica e la sua creazione era legata al nome del poeta latino Virgilio.

Virgilio era per Napoli molto più di un semplice poeta: egli aveva fatto della città un’importante centro della sua vita, tanto è vero che morto a Brindisi, fu poi sepolto a Napoli. Dimenticato per moltissimi anni, fu celebrato poi non solo come poeta ma anche come mago.

Sono infatti molte le fonti antiche che narrano dei poteri taumaturgici di Virgilio e tra esse ricordiamo l’anonima “Cronaca di Partenope”, dove egli viene ricordato soprattutto per la sua capacità di realizzare sculture di animali che potessero tenere lontani i pericoli oppure portare benefici ai napoletani. Tra le opere viene ricordato proprio un cavallo di bronzo creato con lo scopo di guarire i cavalli stanchi della città.

Il potere della Testa Carafa era così forte che essa venne esposta nel Duomo, e vi rimase fino a quando non fu distrutta da alcuni maniscalchi, i quali, preoccupati da questa “concorrenza”, sventrarono il cavallo. La violenza dei maniscalchi fu tanta che si salvò dell’intera opera solo la testa, finita poi nel palazzo di Diomede Carafa grazie al dono di un arcivescovo di Napoli; successivamente nel 1809 Francesco Carafa la donò al Museo Archeologico.

Arrivati sino a questo punto la narrazione potrebbe sembrare semplice e lineare, ma la lettura dell’opera si complica quando a metà 500’’ Giorgio Vasari afferma nelle sue Vite che la protome non era antica, ma eguagliava l’antico, ed era opera di Donatello, il massimo scultore italiano del XV secolo.

Con lo scopo di fare chiarezza in epoca risorgimentale furono effettuate numerose ricerche archivistiche e venne ritrovata una lettera datata 12 luglio 1471 scritta da Diomede Carafa, il quale ringrazia Lorenzo il Magnifico “per avergli donato la protome”. Ritornò subito il ricordo della notizia di Vasari e cominciò la ricerca bibliografica: la protome era menzionata, nelle fonti precedenti il Vasari, come opera di Donatello e come parte di una scultura equestre voluta da Alfonso il Magnanimo.

Grazie ad alcuni documenti di epoca aragonese ritrovati nell’Archivio di Stato di Barcellona e grazie ad un disegno del celebre artista Pisanello, sappiamo che il monumento equestre doveva essere collocato nel grande vano sul quale si apre il fornice superiore dell’arco di ingresso di Castel Nuovo.

Studi recenti sull’opera, realizzati dal professore Francesco Caglioti, dimostrano una straordinaria somiglianza della protome, soprattutto nella resa naturalistica dei dettagli dell’animale, con il celebre “Gattamelata”. Inoltre all’interno degli archivi di Firenze sono state ritrovate alcune lettere di Bartolomeo Ferragli, un fiorentino che svolgeva il ruolo di “agente d’arte” per il re, e all’interno di esse si accenna a pagamenti per una grande fusione in bronzo che Donatello stava realizzando per il re Alfonso, prima parte di un gruppo a cavallo mai finito. L’incompiutezza della Testa Carafa si spiega facilmente: nel 1458 Alfonso il Magnanimo muore e i lavori per l’arco, comprese le opere scultoree, si fermano.

Quando Ferrante riprese i lavori dell’arco nel 1465, Donatello aveva settantanove anni, morì l’anno dopo lasciando l’intero patrimonio della sua bottega ai Medici, i quali ritennero opportuno spedire la protome a Napoli. Ferrante si rese conto che la l’opera non poteva non essere esposta e così la donò a Diomede Carafa, principale cortigiano del re.

Dopo poche generazioni l’intera faccenda fu completamente dimenticata e per i napoletani fu molto più semplice credere alla versione della scultura realizzata da Virgilio mago.

Scritto da Manuela Altruda

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Un articolo di Il Vaporetto pubblicato il 5 Gennaio 2016 e modificato l'ultima volta il 5 Gennaio 2016

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