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LA TESTIMONIANZA

Federico, indagato per gli scontri di Napoli: “Manifestavo pacificamente e mi hanno messo alla gogna”

Attualità | 21 Novembre 2020

I ragazzi del Sud Conta hanno dato oggi voce a a Federico Di Giacomo, uno dei 9 indagati per devastazione e saccheggio dopo gli scontri del 23 ottobre scorso a Napoli.

Manifestava pacificamente Federico e ha subìto un vero e proprio linciaggio mediatico perché comparso durante un collegamento del programma di Lucia Annunziata che, per i tatuaggi e l’accento, ha chiesto al sindaco De Magistris, che era in studio con lei durante gli scontri, “a che tipo di tribù appartenesse”. E così anche grazie a questa comparsa – per giunta era stato appena manganellato – non solo è stato descritto come un camorrista a capo della rivolta da alcuni giornali, ma ha subito perquisizioni invasive e si trova indagato con accuse ignobili. Così ha chiesto di poter raccontare la sua storia alla città in questo momento di pandemia e semi-lockdown.

“Abbiamo dato la nostra disponibilità – spiegano i ragazzi del Sud Conta – perchè lo conosciamo da anni, sia come amico, come ex giocatore di calcio della squadra popolare Stella Rossa 2006, soprattutto come lavoratore stagionale del settore dell’animazione. Un ragazzo semplice che lavora per vivere, che quella sera era in piazza mosso solo dalla rabbia e dalla delusione di aver perso il lavoro e non avere davanti a se nessuna propsettiva. Federico racconterà la sua storia, perchè è giusto che anche chi non è un personaggio famoso, abbia la possibilità di difendersi da certe accuse infamanti, abbia la possibilità di poter dare una sua replica, cosa che nessuno ha chiesto, etichettandolo nel modo più infame che si possa conoscere in questa città”.

Ecco la sua testimonianza. “Siamo sempre visti come dei camorristi, anche se lavoriamo nel sociale. Io porto palloncini ai bambini, sono un animatore. È ridicolo dire che sono estremista di destra, io sono ideologicamente di sinistra. È così che i media infangano tutto e non sanno di chi stanno parlando. Alla manifestazione sono andato perché sono un lavoratore dell’intrattenimento una categoria abbandonata a se stessa già da marzo. Ero stanco, arrabbiato, nervoso perché non c’è più lavoro e nessuno ci sostiene. Sono stato abbandonato a me stesso, come fossimo invisibili agli occhi dello stato. Negli ultimi mesi non si riesce a guadagnare nemmeno i soldi per un pacchetto di sigarette, un piatto a tavola, le utenze. La mia presenza è stata mossa dall’abbandono da parte di tutti, siamo invisibili, siamo diventati di numeri. Oggi si parla solo di questo: percentuali, numeri, decreti. Ci si concentra non a risolvere il problema ma a topparlo. L’attenzione è solo nel dare la notizia, ma dove sono gli aiuti reali? E persone come me, scese in piazza per reclamare i propri diritti, si trovano messi alla gogna e ad essere classificati come camorristi. Ce ne rendiamo conto?”

“Dopo quella notte – racconta Federico dopo che su fb scorrono le immagini della sua comparsa durante il programma dell’Annunziata – sono tornato a casa e tutti i miei familiari hanno visto la mia intervista in TV. Mi sono sentito umiliato dal razzismo da parte di persone che non sanno io chi sia. Persone che in televisione sono sedute sulle persone e giudicano dall’alto. Io come posso sentirmi come cittadino italiano, napoletano? Sono stato buttato lì, come un oggetto. È assurdo. Chissà chi non mi conosce cosa avrà pensato di me. Io sono rimasto allibito, sono andato lì a dire la mia pacificamente. Noi eravamo lì nel posto giusto al momento giusto. Ho partecipato anche ad altre manifestazioni, con USB, coordinamento arte e spettacolo. Si cantava e si ballava per i nostri diritti, con il sorriso. Che sorriso possiamo avere se poi viene trasformato in atto camorristico?
Pochi giorni fa, alle ore 5.30 del mattino, 7 carabinieri mi hanno perquisito. Con 2 bambini in casa. Mi sono dovuto spogliare, hanno preso in sequestro abiti, scarpe, il cellulare. Mi hanno portato in questura per parlare di nulla. Scrivendo e riscrivendo cose che nkn c’erano né in cielo né in terra. Non potevo andare in bagno, vestirmi. Manco stessero arrestando un vero camorrista. I bambini hanno avuto paura, non nego quanto sia stato umiliante. È assurdo. Io ho sempre lavorato e sono stato al servizio del popolo. La notizia della forza di questa città non trapela da nessuna parte. Non chiamateci camorristi. Ci si dimentica di chi fa ciò che c’è di bello in questo città. Dobbiamo essere tutti uniti contro questo sopruso da parte dello stato. Noi siamo delle vittime, non contiamo nulla. Allo stato non interessa se qualcuno nkn riesce a mettere un piatto a tavola. Siamo soltanto dei camorristi perché abitiamo nel mezzogiorno, abitiamo a Napoli. Una città che nella storia però non è conosciuta solo per i fatti camorristici. Ma anche per altre storie, per esempio nella Seconda Guerra Mondiale (Ndr Quattro Giornate). Ringrazio tutto coloro che mi sostengono. Non abbiamo nulla da nascondere o di cui aver paura. Dobbiamo mostrare chi siamo. E che questo sia un piccolo motivo per le persone che non riescono ancora a capire la questione. Per questo continuerò a metterci la faccia e ce la metterò sempre”.

 

 

ha collaborato Ciro Giso

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 21 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 23 Novembre 2020

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