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LA TESTIMONIANZA

In metro a Napoli ai tempi del Coronavirus: “Distanziamento inesistente”

Attualità | 12 Settembre 2020

Riceviamo e pubblichiamo una testimonianza scritta e fotografica pervenutaci da una nostra lettrice.

Quando la sera prima sei stato bombardato dalla TV sull’essenzialità del distanziamento sociale, sull’acceso dibattito sulla sicurezza e il rispetto delle regole in classe e su quanto sia necessario il buon senso individuale nell’evitare assembramenti nella tua vita privata, ti svegli pensando che in fondo sia doveroso e giusto seguire tutte le regole del caso per preservare la tua incolumità e quella dei tuoi cari.

Con queste poche certezze, uno zaino in spalla con PC e agenda, due smartphone in tasca e un caldo sole settembrino, ti dirigi in direzione della stazione metro più vicina a casa per recarti sul posto di lavoro. Così, dopo un’insensata fila senza né testa né coda, giungi finalmente alla banchina dove quell’attimo di felicità palesatosi nel constatare che dovrai attendere appena tre minuti prima di salire sul tuo treno s’infrange dinanzi alla ressa di gente con la quale ti accingi inevitabilmente a condividere il viaggio.

Lo scenario che in TV, la sera prima, ti avevano detto di evitare come la peste si palesa ai tuoi occhi. Alla banchina, così come in treno, dove i posti a sedere sono tutti occupati e chi sta in piedi si ritrova inevitabilmente accalcato ai propri sventurati compagni di viaggio. Niente distanziamento, una moltitudine di mascherine colorate e i soliti nasini che spuntano fuori a ricordarti che, ancora oggi, c’è chi non ha appreso senso ed efficacia di uno strumento tanto utile, quanto indispensabile. Nei volti e nelle parole dei passeggeri c’è esasperazione e, in tanti, ripetono – anche con tono rassegnato – che queste scene sono tristemente all’ordine del giorno.

Nel mentre, tante domande mi frullano nella testa.

Cosa di ciò che è stato decretato dagli scienziati – quelli veri – non è stato compreso? E’ così impensabile e improponibile, anche in tempi di straordinaria urgenza come quelli attuali, lavorare a un servizio pubblico in grado di decongestionare la mobilità cittadina e diminuire la densità di passeggeri a bordo dei convogli? Cos’altro deve accadere affinché il problema non arrivi all’attenzione di chi, realmente e concretamente, è chiamato a porvi rimedio a stretto giro? E, soprattutto, dove finisce la responsabilità pubblica e inizia quella individuale? Qual è il loro confine?

Tante, troppe domande. Nessuna risposta.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 12 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 14 Settembre 2020

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