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LA TRADIZIONE RECUPERATA

Le ‘ntuppatedde fanno rivivere la memoria e conquistano la festa di Sant’Agata

Cultura, Identità, Storia | 3 Febbraio 2018

Hanno stravolto, in pochi anni, la festa di Sant’Agata a Catania, imponendo la loro presenza femminile e al tempo stesso recuperando una figura della tradizione. Sono le ‘ntuppatedde,  donne che – fino a fine ‘800 – nei giorni della festa di Sant’Agata (e a quanto pare non solo a Catania) andavano in giro completamente coperte, prendendosi tutte le libertà del mondo, che da qualche anno sono tornate, in forma di danzatrici eteree e affascinanti,  grazie ad Elena Rosa, che ha recuperato questa tradizione che era ormai scomparsa del tutto.

Erano in venti le neo-ntuppatedde che, alle 8,30 di questa mattina, sono arrivate da Corso Vittorio, invadendo piazza Duomo, e attorniando le Candelore che rendevano omaggio, alla destra del Duomo, al Fercolo ancora vuoto che da domani all’alba girerà dentro e fuori le mura con le reliquie e il busto della prima donna della città, simbolo del coraggio e della determinazione. Come queste ragazze.

Che non c’entrano con la religione nè con la liturgia della festa: perché Sant’Agata per Catania, come San Gennaro per Napoli, è un nume tutelare più che una semplice Santa, concetto comune a chi vive sotto un Vulcano, convinzione anche di altri che abbiamo incontrato in questi giorni catanesi, come  Oreste Lo Basso, vicepresidente di Etna ‘ngeniousa, gruppo di professionisti impegnati nel rilancio e nella valorizzazione di storia e identità della città agatina.

E recupero di Identità e di Storia sono le ‘ntuppatedde da cui ci ha portato, per il reportage a cui stiamo lavorando e che presenteremo nei prossimi mesi dedicato alla festa, Barbara Mileto, la scrittrice catanese, nostra corrispondente e organizzatrice qui a Catania di questo lavoro su una tradizione fortissima, che porta in città ogni anno circa un milione di persone nei tre giorni dei festeggiamenti.

Da simbolo della tradizione a provocazione, quest’anno, nel 2018,  dopo cinque anni di “apparizione” le ‘ntuppatedde, secondo molti, sono diventate parte integrante della festa – inimmaginabile ormai senza loro. Una performance quest’anno attesissima e più riuscita che mai. Le ragazze, vestite di bianco e coperte da un velo dello stesso colore, alla mano garofano rosso che scandiva il ritmo del passo, sono riuscite a prendersi il loro spazio non solo mediatico ma soprattutto materiale nella festa, danzando prima in pescheria con la banda e la Candelora, in un’inizio mattinata piovoso, ma carico, affollatissimo e applauditissimo. Poi arrivando sotto al palazzo del Comune, dove le carrozze del Senato sono uscite tardi a causa di una pioggia che non ha lasciato tregua alla mattina e dove le candelore per lo stesso motivo erano ferme (come si vede nei due live che vedrete a seguire). Così non c’è dubbio che siano state loro il vero spettacolo della prima mattina di festa. E Se Sant’Agata è come San Gennaro, siamo pronti a scommettere che con questa pioggia ci ha messo, come diciamo a Napoli, la mano sua, proprio per offrire nuova luce alle donne, nella festa della città.

Un lavoro, insomma non solo sui corpi e sullo spazio ma anche sulla memoria e sul futuro, e per questo bellissimo quello, delle ‘ntuppatedde. Che circa un secolo fa Giovanni Verga, che in questa città era nato, descriveva così in un passo di una sua novella, di cui vi regaliamo la lettura.

“A Catania la quaresima vien senza carnevale; ma in compenso c’č la festa di Sant’Agata, – gran veglione di cui tutta la città à il teatro – nel quale le signore, ed anche le pedine, hanno il diritto di mascherarsi, sotto il pretesto d’intrigare amici e conoscenti, e d’andar attorno, dove vogliono, come vogliono, con chi vogliono, senza che il marito abbia diritto di metterci la punta del naso. Questo si chiama il diritto di ‘ntuppatedda, diritto il quale, checché ne dicano i cronisti, dovette esserci lasciato dai Saraceni, a giudicarne dal gran valore che ha per la donna dell’harem. Il costume componesi di un vestito elegante e severo, possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale poi copre tutta la persona e lascia scoperto soltanto un occhio per vederci e per far perdere la tramontana, o per far dare al diavolo. La sola civetteria che il costume permette è una punta di guanto, una punta di stivalino, una punta di sottana o di fazzoletto ricamato, una punta di qualche cosa da far valere insomma, tanto da lasciare indovinare il rimanente. Dalle quattro alle otto o alle nove di sera la ‘ntuppatedda è padrona di sé (cosa che da noi ha un certo valore), delle strade, dei ritrovi, di voi, se avete la fortuna di esser conosciuto da lei, della vostra borsa e della vostra testa, se ne avete; è padrona di staccarvi dal braccio di un amico, di farvi piantare in asso la moglie o l’amante, di farvi scendere di carrozza, di farvi interrompere gli affari, di prendervi dal caffè, di chiamarvi se siete alla finestra, di menarvi pel naso da un capo all’altro della città, fra il mogio e il fatuo, ma in fondo con cera parlante d’uomo che ha una paura maledetta di sembrar ridicolo; di farvi pestare i piedi dalla folla, di farvi comperare, per amore di quel solo occhio che potete scorgere, sotto pretesto che ne ha il capriccio, tutto ciò che lascereste volentieri dal mercante, di rompervi la testa e le gambe – le ‘ntuppatedde più delicate, più fragili, sono instancabili, – di rendervi geloso, di rendervi innamorato, di rendervi imbecille, e allorché siete rifinito, intontito, balordo, di piantarvi là, sul marciapiede della via, o alla porta del caffč, con un sorriso stentato di cuor contento che fa pietà, e con un punto interrogativo negli occhi, un punto interrogativo fra il curioso e l’indispettito. Per dir tutta la verità, c’è sempre qualcuno che non è lasciato così, né con quel viso; ma sono pochi gli eletti, mentre voi ve ne restate colla vostra curiositā in corpo, nove volte su dieci, foste anche il marito della donna che vi ha rimorchiato al suo braccio per quattro o cinque ore – il segreto della ‘ntuppatedda è sacro. Singolare usanza in un paese che ha la riputazione di possedere i mariti pių suscettibili di cristianità! E’ vero che è un’usanza che se ne va”.

Lucilla Parlato

Gallery di Barbara Mileto

 

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 3 Febbraio 2018 e modificato l'ultima volta il 3 Febbraio 2018

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