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LA VISITA

Palazzo Penne, dove tutto tace. Anche le istituzioni che non se ne occupano

Diritti e sociale | 24 Maggio 2019

A Napoli, al centro storico, dalle parti di largo Banchi Nuovi, c’è un palazzo che pare fatto a Firenze, sta lì dal 1406, prima che Cristoforo Colombo partisse per le Indie puntando la prua dal lato opposto, cioè da quando il mondo era ancora piatto.

È più o meno da quel giorno che passandoci davanti ogni volta lo trovo chiuso. Allora stamattina, ho letto di un’iniziativa dal basso per riaprirlo, occasione storica, approfitto.

La facciata di Palazzo Penne

Arrivo e al posto del portone ce n’è solo mezzo, l’altra metà sta ripiegata in dentro, allora è vero che ha due posizioni: chiuso e aperto.

Varco la soglia e c’è un cartello con scritto Attenzione. Guardate che già stavo veramente attento, anzi possiamo chiamarla proprio emozione.

C’è un ragazzo che taglia l’erba nel primo cortile. Lo fotografo, fotografo tutto quello che passa: l’occasione fosse irripetibile?

Ci sono un poco di persone, un signore con la nipotina per mano: Ve ricurdate? Là ce stev o negozio r’o fotografo, mamma mia quant’anne.

Turisti vanno e vengono fotografando.

Poi c’è un cancelletto di ferro e si va ancora più all’interno.

Subito a sinistra c’è una scala ma l’accesso è sbarrato con un recinto di legno: in alto due traverse stanno messe a forma di croce e pare che già vogliono dirci parecchio.

Il tabernacolo nel corridoio a piano terra

A destra invece si scendono pochi scalini e si incontra un lungo corridoio diritto. Era largo, mo i puntelli di legno che reggono il soffitto lo hanno fatto diventare stretto. Verso metà c’è un tabernacolo ma non c’è più la Madonna.

Il giardino interno

Poi a sinistra un’altra porta: oltre si intravede la luce del sole. Entriamo e ci ritroviamo all’aperto. Una specie di foresta di alberi di banano, con la pulizia fatta dai volontari in questi giorni è venuta fuori anche qualche pianta bassa di papiro: Napoli, Palazzo Penne, Amazzonia.

Gli alberi di banano nel cortile interno

Sono le undici di mattina di sabato e una decina di persone stanno già qui dentro.

Parlano tra loro, si raccontano i ricordi uno dell’altro.

Lì al primo piano dalla finestra si vede la cucina di casa nostra, più a sinistra abitava mio nonno. Sono venute apposta appena hanno saputo che era aperto, da Pianura e dal Vomero, a vedere com’è diventata dopo tanti anni casa loro.

Ce la fate una foto? Mi raccomando fate venire pure quella finestra in fondo in alto.

In questo giardino quando ci abitavano loro non si poteva entrare, era di qualcun altro, lo vedevano soltanto da fuori. Il primo piano, mi dice un signore, lo chiamavano a scala d’e signur: il piano nobile è sempre un’altra cosa.

Poi aggiunge, adesso che siamo un poco lontani dal gruppetto: Le vedete quelle finestre di fronte? Lì c’erano tutti casini, sì, le case chiuse. Allora quando le signorine si affacciavano per pigliare aria era per noi un grande spettacolo. Dovevamo solo stare attenti che non se ne accorgevano i nostri genitori.

La signora Iolanda, l’ultima abitante

C’è una signora, l’avevamo incontrata appena entrati. Avevamo capito che è l’unica che ancora abita qui dentro, e la stavamo per fotografare.

No, no, niente fotografie. Ogni volta vengono e mi fotografano ma serve soltanto a loro per farsi pubblicità. Allora meglio che evitiamo.

Ah, avete ragione signo’, niente foto, non vi preoccupate.

Le avevo chiesto dove abita esattamente: in fondo al corridoio lungo, quella porta alla fine proprio.

Allora adesso esco dal giardino rientro nel corridoio lungo e vado a vedere.

Sul lato destro ci sono porte aperte, stanze vuote. Da una si vede il balcone, vicinissimo, del palazzo di fronte.

I puntelli di legno reggono tutto il soffitto del corridoio, anche gli archi di sostegno, stanno dappertutto.

Arrivo alla fine del corridoio e c’è l’unica porta di ferro.

Sarà qui che abita la signora Iolanda. Di fronte c’è una scala stretta che sale, non è chiusa, allora si esplora, saliamo in due o tre persone.

Stando attenti a passare nel poco spazio lasciato dai puntelli che stanno pure dentro questo bagno col lavandino e la vasca, tutto distrutto.

L’affaccio sul pendino Santa Barbara

Il piccolo balcone dà sul pendino Santa Barbara, gli scalini che portano a via Sedile di Porto, perché il mare una volta arrivava quasi qui sotto. Di fronte, a un paio di metri, alla stessa altezza, ci guarda un piccione.

Scendo.

Ci sta la signora che raccontava prima, dal giardino, della cucina di casa; inizia a discutere con il signore che mi raccontava delle bellezze locali.

Qua abitava Gianni, il marito di… Là ci stava Titina a giurnalaia, quella che teneva l’edicola a piazza Borsa.

No, quando mai, quelli abitavano a quell’altra porta. Cca ce stev’ Gianni, Giannino.

E vanno avanti per un poco a cercare di ricostruire l’albero genealogico delle abitazioni.

Poi ce ne andiamo insieme verso fuori. A metà corridoio le chiedo del tabernacolo della Madonna.

Sì, pure sopra, al primo piano, nel corridoio, c’era un bellissimo tabernacolo con San Gennaro. Stava proprio fuori alla porta di casa nostra e allora ero io quella che aveva l’incarico di prendersene cura.

Poi: Ue, ciao, buongiorno.

Si abbracciano, in mezzo a questo corridoio lungo lungo, due signore di due generazioni successive.

Sei venuta a verè o palazzo mio?

Ah, voi ci abitavate?

Eh, qua dentro ci sono nata, ci so’ stata fino a quando mi sono sposata, negli anni ’60.

Stamattina qui sono venuti in tanti che c’hanno vissuto e pure parecchi del rione.

Siamo quasi di nuovo fuori e passiamo davanti a quella scala chiusa vicina all’ingresso.

“Qui a destra c’era il corrimano di marmo, noi da bambini ci scendevamo scivolando”

Su questa scala mia nonna cadde, proprio in questo angolo. Teneva il ferretto nei capelli che le fu fatale, all’epoca non ci stavano tante cose…

Travi di sostegno

È il posto esatto dove avevamo visto le travi messe casualmente a forma di croce.

Qui a destra della scala c’era il corrimano di marmo, noi da bambini ci scendevamo scivolando.

Adesso il corrimano manca e pure degli scalini di piperno ne è rimasto uno solo.

La petizione alle istituzioni

Poi uscendo incontro Luigi Romano, presidente della sezione campana dell’Associazione Antigone che si occupa di diritti sociali.

Mi racconta che le associazioni del quartiere tra cui Santa Fede Liberata, la rete SET contro la turistificazione, lo 081, si sono messe insieme per cercare di smuovere una situazione stagnante. E allora, firmatari lui stesso, Raffaele Paura (Comitato Centro Storico-Santa Fede Liberata) e Pino De Stasio (Consigliere della seconda Municipalità),  hanno inviato una Lettera alla Regione, proprietaria di questo immobile da fine anni ’90.

La Regione avrebbe dovuto occuparsi di rimetterlo a nuovo, i soldi furono anche stanziati (5 milioni di euro), poi era stato dato, in comodato d’uso, all’università Orientale.

Gli abitanti, circa venti famiglie, erano andati tutti via dopo il terremoto del 1980, erano volute rimanere solamente in due: la signora Maria e la signora Iolanda, che ci abita dalla nascita, classe 1942. Era diventata una sorta di custode di queste antiche mura, abitandoci, ed impedendo, con l’aiuto delle associazioni del territorio e l’intervento anche delle eredi di Benedetto Croce, che questo immobile storico, all’epoca proprietà di una società privata, fosse adibito a bed & breakfast.

Poi l’acquisto da parte della Regione. Quando doveva essere avviata la messa in sicurezza l’istituzione pubblica le invia una lettera dicendole che le pagavano l’affitto per la durata dei lavori e si impegnavano a farla rientrare. Così per un anno la signora Iolanda aveva abitato fuori.

Poi le arriva finalmente un’altra lettera: potete rientrare, fine dei lavori.

La cosa strana è che durante quell’anno non è che avessero fatto molto, e lo vedete anche adesso, i puntelli di legno non sono mica una messa in sicurezza vera, sono solo un modo per protrarre l’attesa.

Poi ulteriore stranezza, alla signora Iolanda, a febbraio 2019, arriva, sempre dalla Regione Campania, invece, una lettera di sfratto.

Oggi si teme che il Palazzo venga venduto a privati, girano voci di un investitore straniero.

Sembra che però ancora una volta i soldi per rimetterlo in sesto ci siano: il 31 di questo mese dovrebbe essere firmato un accordo tra Governo, Regione e Comune che prevede 90 milioni di euro per il Centro storico.

Allora le associazioni adesso si stanno battendo fondamentalmente per due cose: che alla signora Iolanda venga data una casa temporanea qui nel quartiere mentre il Palazzo viene finalmente davvero risistemato, e poi che di questo palazzo non venga fatto l’ennesimo punto di accumulazione di turismo di massa ma venga utilizzato a favore della città, delle persone, non per tirarne fuori solo soldi a favore di pochi ma profitti maggiori, per tutti.

Testo e foto Francesco Paolo Busco

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 24 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 26 Maggio 2019

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