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L’ACCORDO

Eurogruppo: sì Mes, no Eurobond. L’Italia cede ai ricatti dell’establishment?

Europa | 10 Aprile 2020

Dopo la fumata nera arrivata a seguito del vertice fiume di martedì scorso, i ministri dell’economia dell’Eurogruppo sono riusciti a raggiungere una primissima bozza di accordo che nei fatti dovrebbe contrastastare l’uragano finanziario scatenato dalla pandemia di Coronavirus. Il piano economico prevede l’iniezione di circa 1000 miliardi complessivi e consiste nello sblocco delle spese sanitarie previste dal Mes, l’erogazione di 300 miliardi da parte della Banca Europea degli Investimenti e l’istituzione di un fondo congiunto del valore di circa 500 miliardi di euro. Nel testo rilasciato a conclusione del vertice non si fa alcun riferimento specifico agli ormai celebri eurobond ma – piuttosto – a strumenti innovativi di finanziamento, un passaggio nebuloso che sembra rimettere la decisione definitiva relativa ai bond europei nelle mani dei capi di Stato.

Capitolo Mes

L’accesso al fondo salva-Stati sarà subordinato all’utilizzo dei fondi per le spese sanitarie finalizzate al contrasto della diffusione del Covid-19. “La linea di credito sarà disponibile fino alla fine dell’emergenza – si legge nel testo redatto in serata. Gli Stati restano impegnati a rafforzare i fondamentali economici, coerentemente con il quadro di sorveglianza fiscale europeo, inclusa la flessibilità”. Eliminate dunque tutte le condizionalità per garantire un accesso immediato ai fondi legati alle spese sanitarie ma – allo stesso tempo – ribadito e rafforzato il concetto di austerity tanto caro all’Europa.

Recovery Fund

Il fondo di solidarietà temporaneo proposto da Francia e Italia che dovrà essere finanziato attraverso l’emissione di eurobond rappresenta il nodo più complesso ancora da sciogliere. La partita è tutta da giocare, con i Paesi rigoristi – con in testa Olanda e Germania – decisi a non fare sconti al fronte del Sud. Saranno infatti i leader europei ora a stabilire se il fondo sarà finanziato da bond o da strumenti diversi e ancora tutti da definire. “Il Recovery Fund dovrà essere pronto quando l’epidemia sarà alle spalle – commenta il presidente dell’eurogruppo Mario Centeno, lasciando intendere che la partita è tutt’altro che chiusa – ci servirà per affrontare al meglio la ripresa economica.”

Bei e Sure

Nel testo della bozza d’accordo raggiunto dall’Eurogruppo sono rientrati anche i 200 miliardi garantiti dalla BEI, la Banca europea per gli investimenti, e i 100 miliardi del nuovo meccanismo europeo anti-disoccupazione denominato SURE, destinato a finanziare la cassa integrazione.

BEI e SURE, in realtà, erogheranno all’Italia risorse nettamente inferiori rispetto a quelle annunciate in pompa magna dai vertici UE o ai “molti miliardi sul tavolo” dichiarati dalla Merkel nei giorni scorsi. Si tratta, infatti, di normalissimi fondi interstatali finanziati e garantiti dagli stessi paesi membri, tra cui ovviamente l’Italia.

Semplificando, il Bel Paese sarà chiamato a offrire coperture miliardarie per il funzionamento di tali strumenti, così da consentire alla Commissione Europea di reperire fondi sul mercato e di farsene poi prestare solo una parte, il cui impiego nella nostra economia reale sarà comunque vincolato al volere e alle indicazioni di Bruxelles.

Vince l’austerity

L’Italia, dunque, si appresta a cedere al ricatto dell’establishment europeo e delle sue politiche di austerità. Le possibilità che potesse andare diversamente erano in realtà poche, perlopiù circoscritte a quel famigerato “o si cambiano le regole o faremo da soli” pronunciato nelle ultime ore dal Presidente del Consiglio, Conte.

MES, Euro(Corona)Bond o SURE, infatti, rappresentano e rappresentavano facce diverse di quel medesimo meccanismo che, una volta attuato, avrebbe comunque condannato l’Italia a una nuova e lunga era di revisione dei conti, di tagli al welfare sociale e alla spesa pubblica. In una sola parola “sacrifici”, come preferiscono definirli nelle stanze dei bottoni di Bruxelles, Francoforte o Berlino.

Una strada già imboccata da un decennio abbondante, le cui conseguenze ci sono prepotentemente balzate agli occhi con l’emergenza sanitaria attualmente in essere e in continuo divenire. Se non si fosse riusciti a convincere la BCE a compiere il lavoro tipico delle banche centrali, vale a dire emettere direttamente moneta e liquidità che non siano da considerarsi ulteriore debito pubblico, sarebbero serviti la forza e il coraggio necessari per mettere in discussione l’intera architettura istituzionale dell’Unione Europea.

Finalità che non riuscì a perseguire la Grecia poco più di un lustro fa e che, a questo punto non sappiamo quanto consciamente, doveva (e pareva) essere l’obiettivo racchiuso in quel “faremo da soli” del premier Conte. L’Italia aveva un’occasione storica, unica per far saltare il banco ed evidenziare quali siano le reali priorità perseguite dall’oligarchia tecnico-finanziaria europea.

Ora la palla passa a Conte, chiamato a dividersi tra la mediazione interna al Parlamento e al proprio Governo e quella esterna con i capi di Stato degli altri paesi UE.

Siamo davvero prossimi ad assistere al canto del cigno della nostra democrazia?

Antonio Corradini

Antonio Guarino

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 10 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 10 Aprile 2020

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