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L’acqua ferrata del Chiatamone pubblica e gratuita nel 1731

epigrafe acqua ferrata chiatamone
Epigrafi di Napoli | 17 Febbraio 2020

Acqua pubblica e gratuita per chiunque ne volesse fare uso. Non si tratta di argomento di discussione sulla effettiva interpretazione del referendum del 2011 ma di un banno del tribunale di Napoli risalente al 1731 e riguardante l’acqua ferrata delle sorgenti del Chiatamone.
Il tema dell’acqua bene comune e dell’uso pubblico delle sorgenti d’acqua è del resto argomento antico e sempre attuale.

L’acqua “proprietà speciale” già nell’antica Roma

Già ai tempi di Roma antica, ad un certo punto della storia dell’impero, l’acqua iniziò a godere di uno status di “proprietà speciale”. Franco Salerno, nel suo “Aqua pluvia” ed “opus Manu Factum” in Labeo 27 del 1981, analizzò le modifiche in ambito giuridico che furono fatte nell’antica Roma in epoca giustinianea in materia d’acqua, con un’evoluzione del diritto di proprietà dietro la spinta di istanze sociali e culturali, oltre che politiche, che porteranno Giustiniano ad affermare il riconoscimento dell’interesse pubblico e che il diritto di proprietà sia vantaggiosamente esercitato nell’interesse di tutta la collettività. In un’Italia in cui abbondava l’acqua, il problema di chi doveva legiferare era principalmente quello di evitare danni legati dall’acqua e di stabilire di chi fosse la colpa in tal caso. In età imperiale, con l’annessione di province più aride, l’acqua iniziò a godere di status di proprietà speciale, appartenente sì al dominus del fondo in cui scorre, ma con l’obbligo di lasciare libero il decorso delle acque e di consentire l’uso a chiunque le avesse potute sfruttare convenientemente. Il danno legato non più al corso stesso dell’acqua ma alla sua mancanza.
A maggior ragione, il tribunale della fortificazione mattonata ed acqua volle precisare nel 1731 che l’uso benefico riconosciuto all’acqua ferrata ne motivava un uso pubblico e gratuito e che chiunque fosse stato colto a vendere tale acqua, considerata “sperimentata giovevolissima”, avrebbe rischiato di pagare 50 ducati e sei mesi di carcere.
Ricorda Oreste Albanesi nel suo Epigrafia napoletana, che le acque minerali del Chiatamone furono descritte una prima volta da Bartolomeo Maranda (1559) e che la fonte fu attiva fino alla metà degli anni ’50.

La differenza fra acqua ferrata e acqua sulfurea

Non bisogna confondere l’acqua ferrata o acqua luculliana con l’acqua sulfurea o acqua zuffregna.
Erano infatti diverse le sorgenti di acque minerali nella zona di Pizzofalcone e di Santa Lucia, come ricorda in Luigi Marieni in “notizie sulle acque minerali del regno d’Italia”.
In particolare erano quattro le sorgenti più adoperate, tutte di proprietà del municipio di Napoli durante il regno d’Italia,  a breve distanza l’una dalle altre: l’acqua sulfurea di Santa Lucia, l’acqua ferrata, l’acqua del fontaniello e l’acqua acidula di Santa Lucia. Mentre l’acqua sulfurea era “limpida, schiumosa, dall’odore di uova putrefatte e deposita zolfo” e sgorgava ad una temperatura di 14 gradi, l’acqua ferrata di Chiatamone, invece nasceva alle falde del promontorio di Pizzofalcone ed era “limpida, frizzante, di sapore acido astringente ed alquanto più pesante dell’acqua comune”. Sgorgava a temperatura di 21 gradi e conteneva cloruro di sodio, anidride carbonica, “sottocarbonato di soda, calce magnesio e ferro”.

L’acqua ferrata era considerata un rimedio a diversi mali dei reni e dell’intestino. Niccolò Cirillo, nei suoi consulti medici del 1741, fra i rimedi per la cura dell’ orina sanguigna, consigliava l’utilizzo per “prontamente evacuare i reni” non tanto l’uso eccessivo di diuretici ma lodava l’uso delle acque minerali ed in particolare suggeriva ad un suo infermo residente a Malta, nel 1733, di recarsi a Napoli in primavera per approfittare dell’acqua luculliana, volgarmente detta acqua ferrata, che contiene la proprietà di far bene ad orina e intestina e sperimentata “giovevolissima” per quella sorte di mali.
In usi e costumi di Napoli e contorni, Francesco De Boucard (1853) ricorda che i luciani (gli abitanti di santa Lucia) per antica consuetudine godono la proprietà delle acque minerali nonostante nei tempi antichi fosse stata decretata d’uso pubblico per cittadini e stranieri senza eccezione alcuna (facendo riferimento al banno del 1731).  Nonostante il banno riportato nell’epigrafe, i luciani durante il periodo borbonico erano riusciti a continuare a vendere l’acqua una volta racccolta all’interno delle classiche “mummarelle”.

Tornando all’epigrafe di Chiatamone, all’epoca il vicerè era l’austriaco Aloys Thomas Raimund von Harrach, ultimo vicerè del periodo austriaco che vide gli Asburgo controllare il regno di Napoli.

Il testo competo dell’epigrafe di via Chiatamone

Appartenendo al n.ro trble la piena cura su questa
acqua ferrata sperimentata giovevolissima a nostri
cittadini, e concorrendo al uso di essa moltissima
gente bisognosa della virtù di lei, perche tutti
senza la minima eccezzione possono goderne dell
utile, senza dispendio alcuno, ordiniamo che
nessuno ardisca intromettersi nelle distribuzione
di ess’acqua, senza espressa licenza del nro
trble, nè per essa sotto qualsiv colore e preto esigere
denaro alcuno, benchè minimo, sotto pena di
docati cinquanta , e mesi sei di carcere, in san
Lorenzo il primo di settembre 1731
Giuseppe Capece scondito, duca di Campochiaro
Bartolomeo Rossi Gaetano Falcinelli
Indico Guevara Giulio Palumbo
Principe di Palo Agnello Vazzallo Secr.

Un articolo di Fabrizio Reale pubblicato il 17 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 17 Febbraio 2020

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