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L’ADDIO

Se ne va Cataldo Aprea. I suoi “gozzi sorrentini” tra le eccellenze della nautica campana

Identità | 18 Gennaio 2021

La nautica campana, ma ancor più il mondo nautico, perde uno dei personaggi più lungimiranti ed ispirati: Cataldo Aprea. Il maestro d’ascia, primo di 6 fratelli e componente della famiglia che aveva realizzato la nota imbarcazione gozzo sorrentino, è scomparso prematuramente a 71 anni a causa del Covid.

 La storia dei Fratelli Aprea è scritta sui volti degli uomini di mare

La storia dei Fratelli Aprea è scritta sui volti dei pescatori e degli uomini di mare che da sempre hanno navigato su imbarcazioni nate dal lavoro minuzioso dei maestri d’ascia di questa famiglia. Un’arte nata a Sorrento e tramandata gelosamente di generazione in generazione. Un legame profondo e indissolubile che lega i fratelli Aprea al mare e a questa terra. Ancora oggi i gozzi sono costruiti in modo artigianale e con la stessa passione di un tempo, seppure innovativi nelle linee adottate e nel design ricercato. Il risultato finale è un prodotto sempre più esclusivo.

Uomini di mare e sognatori

Un’azienda, l’Aprea,  creata da una famiglia che lavora ancora nel segno della tradizione e della qualità, cercando costantemente il rinnovamento ed il miglioramento. Durante la II guerra mondiale la storia dei gozzi cambiò radicalmente; furono impiegati dei vecchi motori di jeep per motorizzare le imbarcazioni, intuizione colta da Franco Aprea che contribuì alla trasformazione delle forme del gozzo sorrentino. Oggi i fratelli Aprea continuano a lavorare come vuole la tradizione di famiglia: Cataldo era il capostipite e ha trasmesso l’arte al figlio Franco e agli altri discendenti. Il trisavolo Cataldo fu il primo maestro d’ascia della famiglia, colui che dettò le linee guida per la creazione di un simbolo di artigianato e fascino. Da marina Grande la fama dei cantieri Fratelli Aprea ha raggiunto infatti l’internazionalità.

La nota dell’azienda

“Oggi è un giorno triste per noi – scrivono dal cantiere navale – Ci lascia uno dei nostri Fratelli, uno dei pilastri della nostra azienda. Cataldo era un uomo buono, silenzioso, un lavoratore instancabile, sempre pronto ad aiutarci nei momenti di difficoltà. Molti di noi hanno appreso da lui, la sua arte senza età”.

“Lui ci accompagnerà ogni giorno. Il suo compito – continua la nota – era quello di iniziare la lavorazione di una barca, proprio come ha fatto con la nostra azienda, iniziarla e porre il suo bene davanti a tutto. In cantiere ci mancherà, le sue mani saranno insostituibili, ma lui ci accompagnerà ogni giorno. Il nostro dolore si stringe alla sua famiglia, sua moglie e i suoi figli. La nostra promessa è che non saranno mai lasciati soli”.

Il cordoglio dell’Associazione Filiera Italiana della Nautica

L’Associazione Filiera Italiana della Nautica, nell’apprendere la notizia, si stringe intorno alla famiglia in questo difficile momento e, nella persona del presidente Gennaro Amato, annuncia una iniziativa speciale per ricordare un amico ed un grande uomo innamorato del mare: “Cataldo era un amico vero – sottolinea il presidente Afina, Gennaro Amato – e va ricordato per quello che ha fatto e dato al mondo della nautica. Pur non essendo un iscritto della nostra associazione sarà comunque sempre uno di noi perché amava la nautica, il mare e soprattutto ha reso orgogliosi noi campani grazie alla diffusione in tutto il mondo della tipica imbarcazione del nostro territorio: il Gozzo”.

I gozzi Aprea si fanno ancora con metodi del 1849

Quella della famiglia Aprea è una tradizione storica per un prodotto di eccellenza noto in tutto il mondo. I carpentieri costruiscono i gozzi seguendo un antico metodo. Volendo realizzare un gozzo di 7 metri e stabilito il suo impiego, gli artigiani tracciano prima il “garbo” partendo dall’ordinata maestra, poi 7 ordinate verso prua e 7 verso poppa, formando così la sezione maestra della barca, “il suo scheletro”. Continuando dalla sezione maestra verso prua e verso la poppa partono dei righelli curvati, che servono a segnare i punti di sviluppo delle restanti ordinate. Queste prime fasi sono le più importanti e fondamentali nella costruzione del gozzo, poiché dalla traccia del “garbo” e dalla sagomatura delle ordinate dipendono l’armonia e l’idrodinamica dello scafo. Sistemate le ordinate, che sono fissate dalla cinta (le ultime due fasce superiori del fasciame) e dai corredi longitudinali, si passa al montaggio dei bagli che servono a sostenere il ponte di coperta e il pozzetto, autosvuotante, infine si allestiscono le paratie che dividono il vano motore dal gavone prodiero (a prua) e dal pozzetto. Questa prima fase permette di vedere il gozzo nella sua ossatura completa, pronto per essere rivestito con il fasciame.

La cura dei particolari

Realizzata la nuda ossatura della barca, inizia la fase di rivestimento del gozzo. Gli artigiani partono col posizionare il fasciame di coperta (il prendisole) e dei pozzetti con doghe longitudinali, poste parallelamente all’orlo dei trincarini, il legno adoperato è iroko massello. Completata la coperta, si passa al rivestimento delle ordinate: il fasciame impiegato è curvato a caldo, le assi vengono esposte al fuoco dalla parte interna, costantemente bagnate e sottoposte a pressione; ottenuta la curvatura desiderata sono fissate, ancora calde, alle ordinate, con dei morsetti, questa antica tecnica di curvatura, permette alle assi di mantenere inalterata la forma nel tempo. Inizia, adesso, una lunga e meticolosa operazione di modellatura: lo scafo viene piallato lungamente per eliminare gli eventuali bozzi o le irregolarità del fasciame, che altrimenti comprometterebbero l’idrodinamica. Posizionato e piallato il fasciame, si continua con il calafataggio (la resa stagna dell’imbarcazione), posizionando del cavetto in cotone tra le intersezioni del fasciame (comenti). Il calafataggio della coperta in iroko è completato dal sigillante siliconico, un materiale elastico ad alta tenuta. Allestito il bordo superiore con la falchetta, le fresate, gli scamotti e le panchette di poppa, si inizia una prima pitturazione. La vernice usata è una tinta di base con minio sciolto in olio cotto, questo serve per nutrire ed ingrassare il legno, adesso, lo scafo viene attentamente stuccato e levigato, per poi essere nuovamente verniciato.

Personalità colorata

Dopo la tinta di base e la stuccatura, inizia l’ultima e meticolosa levigatura della barca, quindi si alloggia il motore nel suo vano e si ultima l’impianto elettrico con tutti i relativi collegamenti.
La barca è pronta per la verniciatura finale.
La decorazione è importante per gli artigiani, eseguita con cura, caratterizza il gozzo e lo rende completo nella sua armonia estetica.
Nelle versioni “mogano” le falche, le fresate, gli scamotti, i trincarini e le panche poppiere con i relativi ripostigli sottostanti sono in legno pregiato e sono verniciati con soluzioni trasparenti che proteggono il legname lasciandolo a vista, recando al gozzo un antico fascino.
Un lungo e meticoloso lavoro artigianale conferisce a queste barche un fascino nostalgico, rendendole uniche.

La storia del gozzo sorrentino

Sorrento vanta tradizioni marinare e cantieristiche molto antiche: dalle fonti storiche si evince che i gozzi venivano costruiti in particolare nel XVII secolo, grazie alla fiorente attività di pesca che si svolgeva nel golfo di Napoli. Già allora esisteva un cantiere nella Marina Grande di 200 mq adibito alla realizzazione dei gozzi.

La denominazione “Gozzo” pare che sia legata alla gonfia sezione maestra delle imbarcazioni. In merito all’origine della costruzione di questa imbarcazione in penisola, si racconta del ritrovamento di una barca saracena abbandonata in una cala che fu recuperata ed adattata alle esigenze dei pescatori del posto.

Il gozzo sorrentino, misurato in palmi napoletani (un palmo equivale a 26,4 centimetri), è una piccola imbarcazione a remi e a vela latina con poppa e prua di forma aguzza, destinata alla pesca locale.

L’imbarcazione nel passato era munita spesso di un numero dispari di remi, infatti la presenza del vento Maestrale ( spira da nord-ovest) nel golfo di Napoli costringeva i costruttori a munire la barca di uno o tre remi dal lato di sottovento ed un numero pari dal lato di sopravento (a sinistra) per contrastare il vento. Nei cantieri della Penisola Sorrentina ancora oggi è possibile ammirare intere pareti ricoperte di sagome e garbi, che sono utilizzati come campione per le forme per la costruzione del pezzo finale dell’imbarcazione.

Le origini delle tecniche di costruzione navale risalgono ai Greci, e ancora oggi gli artigiani utilizzano metodi pratici senza ricorrere a tecniche e progetti di costruzione.

Si dice che la vita di un gozzo sorrentino inizi mezzo secolo prima di essere costruito, in quanto il legno (olmo, quercia, pino marittimo) viene preso da alberi a grande fusto con almeno cinquant’anni di vita, oggi la gran parte del legno in commercio è esotico. La stagionatura del legname a Sorrento avveniva nelle grotte scavate nel tufo, dette “monazzeni”, ambienti ideali per la temperatura costante e ben arieggiati che facevano sì che avvenisse un lento essiccamento del legno, di solito la stagionatura dura da 3-4 mesi ad un anno.

Una delle tradizioni del gozzo è quella di essere legato al sentimento religioso, infatti nell’estremità della prua viene messo un crocifisso che resterà durante tutta la vita dell’imbarcazione; i nomi dei gozzi, di solito, hanno sempre un nome di santi e ne portano un’immagine a bordo. Il santo dei gozzi sorrentini è Sant’Antonino, patrono di Sorrento e protettore dei naviganti e degli agricoltori.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 18 Gennaio 2021 e modificato l'ultima volta il 18 Gennaio 2021

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