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L’ADDIO

Se ne va Niki Lauda: eterno mito della velocità e supereroe dei nostri tempi

Sport | 21 Maggio 2019

Chiunque abbia amato – negli anni 70 – la Formula 1, quella folle e pericolosa di altri tempi, quella dove non si decideva tutto al pit stop, quella dove si rischiava molto più di oggi la vita, quella adrenalinica e senza prudenze, non poteva che amare Niki Lauda.

Avevo 7 anni quando, negli anni 70, mio zio Franz, allora bellissimo e audace scapolone – che oggi, a 70 anni superati, resta un uomo di grande fascino – per consolare me e i miei fratelli della separazione dei nostri genitori e della conseguente perdita della maggior parte dei nostri giocattoli (che erano rimasti nella casa di mio padre, abbandonata in fretta e furia da mia mamma) si inventò una sorta di tavola tipo gioco dell’oca, che riproduceva una pista di macchinine. Aveva disegnato un grande foglio con la pista e – era bravissimo a disegnare – le singole macchinine colorate. All’epoca conoscevo a memoria i nomi di tutti gli automobilisti di quegli anni: Emerson Fittipaldi, James Hunt, Mario Andretti (che io non volevo mai perché assonante con Andreotti, che mi inquietava già allora), Ronnie Peterson, Bob Evans, Patrick Nève, Carlos Reutemann, Clay Regazzoni…. Ricordo anche le scuderie: la Brabham, la Lotus, la Williams. E naturalmente la macchinina rossa, la Ferrari. E dunque Niki Lauda, che in quei tempi folleggiava, tra incidenti e riprese… un higlander invincibile, un eroe.

Fu così, in quella tenera età in cui si sviluppano le prime passioni, che mio fratello Vincenzo e io (Anna, la nostra sorellina, era ancora troppo piccola per appassionarsi) ci innamorammo follemente della Formula 1, grazie a mio zio e al suo giochino improvvisato. Conoscevamo ogni dettaglio di quello sport, infatti, per merito di quel giochino dell’oca fatto su fogli protocollo. E litigavamo, Vincenzo e io, – tanto per cambiare e altrettanto follemente – contendendoci Lauda.

Erano tempi senza youtuber e influencer e senza finti eroi e finti miti, tempi dei primi eroi giapponesi, dei primi Goldrake.  Dove il pilota di formula 1 per eccellenza, Lauda, (che nella foto ho voluto proporvi con un altro mito, amato in tempi più maturi, Alain Prost) era il nostro Superman. Una sorta di uomo torcia sopravvissuto a tutto, invincibile, imbattibile: un eroe reale, in carne e ossa, che aveva tutte le caratteristiche, appunto, del supereroe.

 “Mollare è qualcosa che un Lauda non fa” era il suo motto, che ricordo tutt’ora. Di lui molti ricordano il drammatico incidente sul circuito del Nurburgring proprio in quegli anni: l’incidente che gli lasciò il volto sfigurato. Era il primo agosto del 1976 quando la sua Ferrari prese fuoco e lui si salvò solo per l’intervento di alcuni colleghi (Guy Edwards, Brett Lunger, Herald Ertl e Arturo Merzario) che scesero dalle loro auto interrompendo la gara per soccorrerlo. Niki Lauda tornò stoicamente in sella appena 42 giorni dopo il terribile schianto.

E quando nel 1979 annunciò il ritiro dalle gare noi non volevamo crederci. Infatti, da buon supereroe, non ci deluse. Tornò in pista nel 1981 con la scuderia McLaren e riuscì a laurearsi campione del mondo per la terza volta nel 1984. Un mito vero. L’anno successivo fu l’ultimo nel mondo della Formula 1: ma Niki non aveva più nulla da dimostrare. Ci aveva fatto capire, a noi bambini di quel tempo, che con la forza di volontà, con la determinazione, si può tutto. E il suo esempio è rimasto nel cuore di molti di noi, da allora.

Si perché il mio ricordo indelebile è quello. Quello di due bambini stupefatti perché zio Franz ci aveva raccontato che il nostro Niki era tornato in pista. Lo avevamo guardato insieme sulla rai, coi cuoricini che palpitavano…Sfigurato, ammaccato, ma forte come sempre, Niki era tornato. Diceva che l’auto si «guida con il sedere» e non con la faccia.

E quante gare fece Lauda, in quegli anni, straordinarie. Nel corso della sua carriera ha disputato 171 Gran Premi vincendone 25 e segnando 24 pole position e altrettanti giri veloci. Un grandissimo, un resistente, un uomo che non si arrendeva mai. Un modello di forza e abnegazione alla velocità che nei decenni è rimasto intatto, puro.

Ciao Niki: ci hai insegnato come si combatte, come si corre, come si vince.

Ci hai insegnato come si ama e come si coltiva una passione folle.

Ci mancherai.

Lucilla Parlato 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 21 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 21 Maggio 2019

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