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L’ADDIO

Un ricordo di Ali, combattente col sorriso e riferimento della comunità palestinese a Napoli

Attualità | 26 Settembre 2020

Si è spento a 64 anni il leader della comunità palestinese napoletana, aveva contratto il Coronavirus. Per oltre 40 anni aveva animato le battaglie per il popolo palestinese in città ed a livello nazionale diventando un punto di riferimento indiscusso della causa palestinese in Italia. Esule politico, commerciante di prodotti etnici, si era visto rigettare la richiesta di cittadinanza italiana nonostante vivesse stabilmente nel nostro paese dall’inizio degli anni ’80. Oggi alle 16 l’ultimo saluto della sua comunità, che si è data appuntamento a piazza san Domenico.

 

Ali, è così difficile pensare che sei andato via così, in un reparto Covid, senza la possibilità di salutarti, di dirti quanto sei stato importante.

Sei entrato nel cuore di migliaia di persone con il tuo perenne sorriso e le immancabili chiacchierate sulla Palestina nel tuo negozio, sempre accompagnate da un tè alla menta o un caffè aromatizzato al cardamomo.

Eri un testardo maledetto, un combattente vero, hai sacrificato tutto: affetti, stabilità, prospettive per mettere al primo posto un solo amore, la metafora di ogni ingiustizia, la Palestina.

Beit Nuba ti aveva visto nascere, nel 1959. Un villaggio che non esiste più sulla mappa, cancellato dai bulldozer israeliani nell’invasione del 1967, la Naksa, la seconda catastrofe.

Al suo posto l’esercito israeliano, sotto il comando di Yitzhak Rabin (l’uomo che ordinò di “spezzare le ossa ai palestinesi” durante la prima Intifada, oggi ricordato dall’arco istituzionale come “uomo di pace”), ha costruito prima un avamposto militare, poi una colonia, illegale per il diritto internazionale, Mevo Horon.

Si stima che in quell’area tra le 7 e le 10mila persone furono espulse e 1464 case furono demolite.

A Beit Nuba passava l’antica strada romana percorsa dai pellegrini per raggiungere Gerusalemme, la storia orale tramandata dai suoi abitanti e riportata dagli storici arabi, sosteneva che essi prendessero il nome dai profeti che si pensava risiedessero lì nell’antichità. Beit Nuba, il limite più occidentale di Gerusalemme, era una questione strategica per l’occupazione israeliana.

Di fronte alle proteste e ai ricorsi legali dei palestinesi che chiedevano di tornare a lavorare la loro terra, il governo israeliano decise di abbattere gli ulivi e impiantare altri alberi, costruendo un enorme parco naturale e archeologico dove oggi arrivano visitatori da tutti il mondo, il Canada Park.

E così eri profugo, poi approdato a Napoli, e qui hai continuato a resistere e lottare. Con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, perché la causa del tuo popolo si intrecciasse con la causa per la fine di ogni oppressione, di ogni ingiustizia. Perché non volevi semplicemente dei confini, volevi l’inizio di una nuova storia per l’umanità intera.

E per quest’impegno ti è stata rifiutata la cittadinanza con una fredda comunicazione che riportava generici “motivi politici”.

Omero, ripeteva spesso Mahmoud Darwish, ha scritto il poema dei vincitori, ma è esistito anche il poema degli sconfitti, che è scomparso e quindi, ancora oggi, tutto da scrivere.

Con questa intuizione evidenziava una differenza tra la sconfitta e la disfatta. La disfatta è improduttiva, è sterile, la sconfitta ci costringe a oltrepassarci, ad andare oltre.
E lì comincia il divenire.

Oggi siamo tutti sconfitti Ali.
Ma la tua lotta non è finita qui e quel divenire è la sfida che ci accompagna ad ogni passo.
Per onorare la tua memoria, per la fine dell’occupazione e dell’apartheid in Palestina, per il riscatto dell’umanità.

Chiara Capretti

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 26 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 26 Settembre 2020

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