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L’ALLARME

Svimez: gli effetti (drammatici) del Coronavirus sull’economia del Sud

Ue Italia investimenti al Sud
Economia | 18 Aprile 2020

Da diverse settimane la nostra quotidianità è stata letteralmente stravolta dalla diffusione del contagio da Covid-19, che ci ha costretti ad adottare misure lontanissime dalle nostre abitudini quali la quarantena, il distanziamento sociale, l’utilizzo di mascherine. Tutto questo in virtù di un obiettivo fondamentale e imprescindibile: la tutela della salute pubblica. Ma quali saranno le conseguenze economiche di questa pandemia? Quali, soprattutto, gli effetti sul Mezzogiorno, asfissiato da ataviche criticità strutturali già prima del l’avvento del Coronavirus?

I dati del Rapporto Svimez

E’ quello che cerca di approfondire l’analisi pubblicata alcuni giorni fa dallo Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno). Il dettagliato report, intitolato “L’IMPATTO ECONOMICO E SOCIALE DEL COVID-19: MEZZOGIORNO E CENTRO-NORD“, mette a confronto i possibili scenari nelle due aree del Paese con il Sud che – secondo le previsioni fornite dal dossier – ne uscirebbe con le ossa rotte.

Pur riscontrando una minore diffusione del contagio rispetto al Settentrione, oltre a una perdita più bassa in termini di valore aggiunto su base mensile (oltre 1000 euro al Nord per abitante contro i quasi 500 del Mezzogiorno), nel meridione è comunque prevedibile un calo del Pil del 7,9 % per il 2020. Inoltre, mentre per le regioni del Nord il lockdown sta impattando più intensamente sull’occupazione dipendente (per l’effetto della concentrazione territoriale di aziende di maggiore dimensione e solidità), al sud sta intaccando i lavoratori indipendenti, con una platea di oltre 800 mila unità, inevitabilmente destinata a incontrare maggiori difficoltà di ripresa nel breve-medio termine.

Il maggior rischio di default per le imprese meridionali

A destare maggiori preoccupazioni, tra le varie tabelle e indicatori presenti, è sicuramente il focus dedicato alle medie e grandi imprese meridionali che, stando allo studio condotto dallo Svimez, sono maggiormente soggette al rischio di default, in quanto ancora potenzialmente indebolite dalla precedente crisi economica del 2009. Oggi, il blocco improvviso e inatteso coglie impreparate sia le molte imprese meridionali che non hanno ancora completato il percorso di rientro dallo stato di difficoltà causato dall’ultima crisi, sia quelle più efficienti che non solo hanno resistito, ma hanno consolidato percorsi di crescita importanti.

Allora, il processo di selezione (cleanising effect) è stato operato dalla crisi e si è dispiegato lungo un arco temporale ampio che ha concesso tempi gestibili di adattamento delle strategie aziendali di «resistenza» e di rilancio sui mercati. Oggi, il processo selettivo è anticipato all’inizio alla crisi con un’interruzione improvvisa che ha posto immediatamente al policy maker l’urgenza di intervenire a sostegno della liquidità delle imprese, di ogni dimensione, già allo stadio iniziale di una fase congiunturale molto più profonda dell’inizio della grande crisi.

Nonostante tale “urgenza” sia stata in parte affrontata con il d.l. liquidità, approvato nel Consiglio dei Ministri del 7 aprile, lo scenario futuro rimane preoccupante, non tanto per il rapporto Debiti Finanziari/Capitale Netto, sostanzialmente simile in entrambe le macroaree (72% nel Mezzogiorno, 70% nel Centro-Nord) quanto per la differenza tra il ROI (indicatore di redditività dei mezzi propri) e il costo dei mezzi presi a prestito il quale, nel meridione, assume un valore negativo maggiore (5,7%).

Questa debolezza di fondo, nonostante il contagio abbia investito maggiormente il Centro-Nord, porterebbe paradossalmente ad avere una zavorra più difficile da gestire nella fase di ritorno alla normalità rispetto alle imprese settentrionali, riducendo notevolmente la velocità con la quale le nostre aziende riuscirebbero a rilanciarsi sul mercato e a potenziare la propria redditività.

Le piccole imprese

Altra nota dolente riguarda il settore delle micro-imprese che al Sud, in relazione alla propria classe di riferimento, rappresentano ad oggi il 28% del totale (a fronte del 20% rilevabile nel Settentrione). Tale categoria, già colpita duramente dall’abbassamento della domanda interna su un periodo (comunque ampio) della precedente crisi economica, potrebbe soccombere di fronte all’ondata – devastante in quanto a breve termine – generata dalle conseguenze del Coronavirus.

Questo, alla luce della stretta contiguità tra micro-imprese e lavoro irregolare/sommerso (il 18% in percentuale in base agli ultimi dati disponibili a fronte dell’11,2% dell’area settentrionale del Paese), potrebbe portare a conseguenze sociali difficilmente gestibili.

Tali parametri, alla luce della maggiore fragilità strutturale del comparto industriale meridionale, implicano pertanto dei rischi maggiori delle imprese del Sud, con un crollo che questo territorio non può assolutamente reggere senza un adeguato programma di sostegno.

Antonio Barnabà

Un articolo di Antonio Barnabà pubblicato il 18 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 18 Aprile 2020

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