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L’ANALISI

Allerta meteo e scuole chiuse: di chi sono le responsabilità?

Attualità | 12 Novembre 2019

L’allerta meteo diramata dalla protezione civile nella serata di ieri si trascina dietro l’ennesima prevedibile chiusura prudenziale di scuole, parchi e cimiteri di Napoli. Una procedura preventiva ormai consolidata che si ripresenta a ogni allerta meteo di livello Arancione, per buona pace di genitori e alunni, con questi ultimi ormai saldamente devoti all’idolatrato sindaco, insperato dispensatore settimanale di buone novelle.

Ma se il sindaco – tutto a un tratto – è diventato l’idolo indiscusso dei teenager, dall’altra parte della barricata, per i genitori, rappresenta il simbolo dell’inefficienza e del disfacimento della cosa pubblica, e il soggetto sul quale sfogare le proprie frustrazioni e la propria rabbia repressa per una città che – letteralmente, senza dubbio – se ne cade a pezzi. Tra le accuse più frequenti urlate a mezzo social dalle mamme inferocite sbanca quella relativa all’inesistente manutenzione dei plessi scolastici: come è possibile – si domandano – che durante l’estate non si sia intervenuti per mettere in sicurezza la scuola di mio figlio?

Partiamo da un presupposto semplice semplice: nessuno, investito di tali gravose responsabilità, si prenderebbe la briga di sottovalutare un’allerta meteo diramata dalla protezione civile e autorizzare l’accesso di decine di migliaia di ragazzini a scuola. Non a Napoli, non in una città così densamente abitata e così colpevolmente trascurata dalle istituzioni. Tuttavia, al di là delle responsabilità e delle inefficienze dell’amministrazione comunale se le scuole della città si ritrovano in queste condizioni ci sarà pure un motivo.

Il salasso agli enti locali

In questi 10 anni di austerity la politica italiana ci ha insegnato almeno qualcosa: quando c’è da raggranellare denaro per una manovra finanziaria basta volgere lo sguardo verso gli enti locali e tagliarne immediatamente i trasferimenti. Secondo la Corte dei Conti, tra il 2007 e il 2015 l’effetto dei tagli previsti dalle manovre si attesta intorno ai 40 miliardi di euro, 19 per gli enti locali e 21 per le Regioni.

Lo scorso anno l’Ufficio studi Cgia, per le manovre di finanza pubblica dal 2011 al 2017,  rilevava una sforbiciata nelle casse dei sindaci italiani di ben 8.3 miliardi di euro, una somma che inevitabilmente si traduce in un crollo degli investimenti pubblici e in un aumento delle tasse comunali utili proprio a risanare le casse prosciugate dallo Stato. Dal 2015, con il blocco dei balzelli locali imposto da Renzi, la sola alternativa in possesso degli amministratori locali era quella di ridurre al minimo i servizi al cittadino, una soluzione che al Sud vuol dire paralisi.

Il Federalismo della Lega e i danni al Sud

Come se ciò non bastasse il dossier sul Federalismo di stampo leghista pubblicato da Report e Openpolis appena due settimane fa ci consegna uno scenario davvero drammatico per il Mezzogiorno (anche se ben noto negli ambienti meridionalisti). La cosiddetta Legge Calderoli entrata in vigore 10 anni fa, come da copione, premia i territori del Centro-Nord in base al paradigma che vede le regioni più ricche, e che dunque erogano più servizi, ricevere ogni anno più soldi dallo Stato. Un sistema perverso creato ad hoc da Calderoli per veicolare maggiore liquidità al Nord in un circolo virtuoso potenzialmente senza fine.

Sulla carta la legge doveva prevedere un federalismo efficiente ma anche solidale verso i Comuni in difficoltà, come peraltro sancito dalla Costituzione. Per determinare le cifre da compensare lo Stato avrebbe dovuto stabilire i famosi LEP (livelli essenziali delle prestazioni), e cioè i servizi essenziali ai quali hanno diritto i cittadini su tutto il territorio nazionale. Si decide dunque di calcolare il costo di questi servizi che dovrebbe essere finanziato interamente dallo Stato ma che – come conferma l’inchiesta di Report – non è mai stato realmente erogato.

Si scopre che gli effetti della mancata applicazione della legge sono devastanti per il Sud. Solo nel Comune di Napoli, ad esempio, mancano all’appello ben 159 milioni di euro, circa 165 euro a cittadino di spesa sociale sottratti ogni anno alla sanità, all’assistenza ai più deboli e anche all’istruzione. Insomma, se proprio volessimo attribuire una colpa al sindaco di Napoli sarebbe quella di non rivendicare nelle sedi opportune questa pioggia di milioni impunemente sottratti alla città e, di conseguenza, alle scuole dei nostri figli.

Antonio Corradini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 12 Novembre 2019 e modificato l'ultima volta il 12 Novembre 2019

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