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L’ANALISI

Crisi rifiuti: Napoli condannata a un’emergenza continua

Ambiente, Attualità | 15 Gennaio 2020

Le feste appena trascorse ci hanno restituito una cartolina di Napoli sporca e deprimente. La crisi dei rifiuti che ha lambito la città partenopea durante le feste e che ancora lascia strascichi nauseabondi nelle periferie della città non è passata di certo inosservata agli occhi dei cittadini, costretti per settimane ad ammonticchiare cumuli di spazzatura sotto casa e a scacciare gli spettri di un’emergenza capace di evocare infausti ricordi. 

Sul finire del 2019 si sono verificati due eventi slegati tra loro ma che insieme hanno determinato un rallentamento significativo quanto preoccupante nella raccolta dei rifiuti urbani della città. Il primo avvenimento è legato – seppur indirettamente – allo stop dell’inceneritore di Acerra dello scorso settembre e al conseguente utilizzo, da parte del comune di Napoli, dell’ex ICM di Ponticelli come buffer di stoccaggio provvisorio per le tonnellate di rifiuti accatastate nell’attesa della riapertura delle linee di incenerimento di Acerra.

La trasformazione dell’ex ICM

L’ex ICM – in precedenza utilizzata da Asìa per il conferimento degli ingombranti e come stoccaggio provvisorio di materiale differenziato – fu allora riadattato per lo stoccaggio di “tal quale” scatenando l’ira dei residenti, costretti a sopportare per settimane i miasmi esalati da quella discarica sorta di punto in bianco in piena città.

Durante la crisi settembrina, per far fronte al fabbisogno di aree di stoccaggio dove accumulare i rifiuti in attesa del ripristino del funzionamento dell’inceneritore, il Comune ottenne addirittura l’autorizzazione dalla Regione per la trasformazione dell’ex ICM in sito di stoccaggio, triturazione e imballaggio di rifiuti domestici e speciali. Una vera e propria bomba ecologica piazzata a ridosso delle abitazioni.

I miasmi provocati dai rifiuti, specie di natura organica, scatenarono dunque le proteste leggittime dei residenti che costrinsero il Comune di Napoli a limitare per sempre l’uso dell’ex ICM: niente più umido né tantomeno “tal quale” nella discarica di Ponticelli.

Questione umido, la vera piaga della Regione Campania

La seconda causa del rallentamento della raccolta è un po’ più complessa ma proveremo a snocciolarla per gradi. A ridosso dell’Epifania, in diretta su Radio Crc, l’Assessore con delega all’Ambiente del Comune di Napoli Raffaele Del Giudice commentava in questi termini le gravi criticità riscontrate nella raccolta dei rifiuti urbani: “Il tema è legato a un affanno complessivo del sistema. E’ aumentata la quantità di rifiuti portati agli Stir per ragioni varie, un po’ perché durante vacanze c’è un consumo maggiore dei cittadini e un po’ perché c’è una massa enorme di persone che non c’è in altri periodi dell’anno, un po’ perché gli Stir lavorano anche meno durante le festività. Siamo sempre appesi a un filo, in passato si rimediava con il sito di trasferenza provvisorio Icm nell’area orientale, oggi adibito solo a raccolta di alcune tipologie di rifiuti per la giusta protesta dei cittadini”.

“Mentre prima portavamo agli Stir una media di 800-900 tonnellate al giorno di rifiuti – continua Del Giudice –  oggi il fabbisogno è di almeno 1.100 e, durante le feste, anche di 1.200 tonnellate al giorno.” L’Assessore Del Giudice denuncia dunque una sovrapproduzione di 200/300 tonnellate al giorno rispetto alle quantità stimate dalla Regione. Ma a cosa è dovuta questa improvvisa sovrapproduzione? È riconducibile alle presenze turistiche durante le festività, come denunciato più volte dall’amministrazione comunale?

Non esattamente, ma per sbrogliare il caso bisogna fare un passo indietro. Nel corso del 2019 la raccolta di organico a Napoli è calata drasticamente (se ne raccoglie meno della metà rispetto al 2018) e i motivi sono riconducibili ai paletti imposti dagli impianti di compostaggio veneti che, a causa dell’impurità del materiale, hanno iniziato a rispedire al mittente i camion di organico proveniente dalla Campania. Da quel momento AsìaNapoli e il Comune promettono di stringere le maglie dei controlli, annunciando raffiche di multe ai trasgressori della differenziata. Una strategia impraticabile per una città complessa e amorfa come Napoli, soprattutto con la carenza di organico di questi tempi. Di comune accordo si decide dunque di eliminare dalla strada la maggior parte dei cassonetti dell’umido, lasciando qualche bidoncino qua e là nei mercatini rionali e nei condomini virtuosi della città.

Il resto dell’umido previsto (che di certo non è sparito per magia), quello scarto di 200/300 tonnellate al giorno accennate da Del Giudice, vanno quindi a ingolfare i camion e gli STIR dell’indifferenziata, impattando sul ciclo dei rifiuti dell’intera città metropolitana, con i Comuni limitrofi virtuosi che lamentano disagi nello svuotamento dei tir di monnezza negli STIR a causa dei ritardi di Napoli. Succede infatti che alle porte degli impianti di tritovagliatura di Giugliano e Tufino, i tir del capoluogo hanno la precedenza su quelli della provincia generando una catena di ritardi che inevitabilmente si ripercuotono anche nella raccolta dei comuni virtuosi, con i sindaci di questi ultimi sul piede di guerra e pronti a dar battaglia a Città Metropolitana.

Sull’orlo dell’emergenza

A Napoli e in tutta la Campania basta il più piccolo intoppo per ingolfare il ciclo dei rifiuti e affogare, come accaduto in queste ultime settimane, in un mare nauseabondo di monnezza.

Negli anni successivi alla crisi dei rifiuti napoletani nulla o poco è stata fatto per realizzare nuovi impianti di compostaggio per la trasformazione della frazione organica in fertilizzante o biogas. La Regione Campania, a fronte di una produzione stimata di circa 750 mila tonnellate annue è capace di trattare appena 56 mila tonnellate, solo il 5% dell’umido prodotto sul territorio. L’inadeguatezza strutturale ci obbligava (prima che i veneti iniziassero a rifiutare la nostra monnezza) a spedire fuori regione il restante 95% dei rifiuti organici con costi esorbitanti che inevitabilmente ricadono sui contribuenti campani.

Secondo il rapporto annuale dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), il 50% della frazione organica prodotta dalla nostra Regione finiva in Veneto. La sola Campania produce circa 487mila tonnellate di organico all’anno, di gran lunga la maggiore produttrice in Italia (la seconda, il Lazio, ne produce appena 270 mila). Sembra chiaro, a questo punto, che senza una rapida implementazione impiantistica la Campania, e in particolare Napoli, è condannata ad annaspare in una condizione di eterna precarietà. Sull’orlo di una emergenza senza fondo.

Antonio Corradini 

 

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 15 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 16 Gennaio 2020

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