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L’ANALISI

Il Sud conta: “Regionalismo differenziato, il pericolo di aumentare il divario non è scampato”

Indipendentismi | 4 Novembre 2019

Quanto conta il Sud? Alcune riflessioni sul paese e sulle traiettorie meridionali de il Comitato napoletano de Il Sud conta

Dove è crollato il governo giallo-verde?

Da poche settimane, dopo la caduta del governo giallo-verde, a seguito dell’inatteso colpo di mano di Matteo Salvini in piena estate, è entrato in carica il governo Conte Bis.
In tanti non riescono a spiegare come sia stato possibile che il leader della Lega abbia staccato la spina ad un governo di cui aveva praticamente il dominio assoluto, generando, peraltro, la prima vera crisi di consenso per la compagine leghista da quando egli è segretario.

Nelle calde settimane d’agosto si sono consumati accesi dibattiti, approfondite analisi e bizzarre dietrologie alla ricerca delle ragioni che avevano condotto Salvini a quello che sembra avere tutte le sembianze di un harakiri. Uno dei ragionamenti dal nostro punto di vista più condivisibili riconduce la scelta di Salvini al calcolo del punto di massimo consenso raggiunto dal sostanziale capo di governo nel perverso giochetto politico di governo/auto-opposizione/governo.

Ma perché la Lega fosse giunta alla saturazione del meccanismo di crescita di consenso, sembra ancora oggi un tema affrontato solo parzialmente e superficialmente. Se osserviamo attentamente gli ultimi mesi di governo giallo-verde, è evidente che il sostanziale blocco sul regionalismo differenziato, tema centrale per la componente storica della Lega, tanto politica quanto d’affari, abbia rappresentato un problema enorme per gli equilibri interni, per la tenuta del consenso della compagine storica e per la relazione con quel mondo dell’imprenditoria di cui Salvini si è fatto tutore d’interessi.

Zaia e compagnia a un passo dal traguardo, ma…

Dopo le pre-intese firmate da Gentiloni a febbraio 2018, Zaia&co. si sentivano probabilmente ad un passo dal traguardo. Tuttavia, le campagne pubbliche lanciate da soggetti anche molto diversi tra loro hanno di fatto accerchiato gli storici sostenitori del regionalismo: le richieste di una “operazione verità” sulla spesa storica, sui L.E.P (livelli essenziali delle prestazioni) e sui costi standard erano per loro evidentemente irricevibili.

Il ruolo stavolta positivo del Movimento 5 stelle

Sotto la spinta di un complesso e multicentrico processo di movimentazione e costruzione di opinione pubblica, va onestamente riconosciuto che il M5S, pur tra ambiguità, ripensamenti e contraddizioni, ha giocato un ruolo importante in questa partita di blocco al regionalismo, probabilmente registrando su questo tema uno dei pochi punti in cui ha fatto fede al mandato degli elettori. Il colpo finale è poi giunto dalla bocciatura di organismi “super partes” della macchina statale come l’ufficio parlamentare di bilancio. È verosimile che, a quel punto, l’equilibrio interno alla Lega per il proseguimento dell’esperienza di governo si definitivamente venuto meno.
Scoperchiamo il vaso della Lega
Come abbiamo più volte denunciato, l’intero disegno del regionalismo differenziato si reggeva sulla truffa dell’identificazione dei fabbisogni standard con la spesa storica e sulla mancata applicazione della perequazione integrale.

Già con il federalismo fiscale, i comuni del Nord avevano beneficiato indebitamente di un numero maggiore di risorse provenienti dalla fiscalità generale; il progetto presentato dai governatori del nord est puntava a chiudere il cerchio lasciando alle regioni richiedenti maggiore autonomia mano libera su praticamente tutte le materie concorrenti, con, sottotraccia, l’idea di tenere per sé il famoso residuo fiscale maturato nelle loro regioni dal saldo tra prelievi e trasferimenti.

In troppi fanno finta di non vederlo, ma alle spalle del partito di caratura nazionale di Salvini si nasconde il malcelato progetto di portare a casa gli accordi sul regionalismo, magari qualche euro in più da trattenere sulla fiscalità generale e irrobustire i rapporti commerciali che “l’area produttiva” del paese intrattiene con i partner europei.

La stessa flat tax è solo uno dei tasselli di quel progetto con una botta al cerchio ed una alla botte dal punto di vista territoriale, ma all’interno di una stessa compagine sociale. Secondo diverse proiezioni, infatti, essa incrementerebbe le disuguaglianze sociali e territoriali del nostro paese, a beneficio di professionisti e ceti medio alti, indubbiamente distribuiti su tutto il territorio, ma guarda caso a maggior concentrazione nelle 3 regioni richiedenti maggiore autonomia.

Ma il pericolo è passato? Assolutamente no!

Come più volte abbiamo ribadito, il regionalismo differenziato non è un disegno solo della Lega ma vede coinvolti una serie di attori che in modo trasversale toccano ogni forza politica e sindacale del paese. A chi sfuggisse, occorre ricordare ancora una volta che la stessa velocizzazione dell’ultimo anno è stata possibile grazie alla spinta della Regione Emilia Romagna a guida PD e la sponda del Governo Gentiloni che, poco prima di chiudere bottega, hanno siglato le famose pre-intese a partire dalle quali la Lega è partita alla carica appena al Governo.

E’ vero che questo nuovo governo mostra aperture positive rispetto alle questioni messe in campo in questi mesi da chi si è battuto contro il progetto del regionalismo, ma il partito del nord è ben rappresentato anche nella nuova compagine ed è pronto a spingere ancora una volta in direzione dei propri interessi e per portare a casa le risorse utili a foraggiare la famosa “locomotiva d’Italia”, che però senza il “carbone” delle tasse, dei consumi e del lavoro migrante dei meridionali stenta ad accelerare.

Qual è il pericolo?

Facciamo onestamente fatica a farci avvincere dagli appelli all’unità nazionale e dalla sacralità della carta costituzionale da alcuni elevati a vessillo della battaglia contro il progetto di autonomia differenziata. Ciò che ci interessa e impatta sulle nostre vite quotidiane, è la profonda divisione economico e sociale che caratterizza l’Italia. Come diversi studiosi meridionalisti hanno osservato nel corso tempo, esistono due sub nazioni o paesi (almeno due) che hanno risorse, bisogni, interessi tempi e ritmi totalmente differenti, dove molto spesso i diritti e ancor di più i privilegi di qualcuno si sono trasformati in ingiustizie per gli altri.

Diritti sociali dei cittadini del sud prioritari su altri temi

Per questa ragione, il principio istruttore della nostra battaglia nel corso di questo anno è stata l’elevazione dei diritti sociali e civili dei meridionali al cospetto di qualsiasi progetto di regionalismo. Non crediamo, in linea di principio, che l’acquisizione di maggiore autonomia da parte dei territori rappresenti un obiettivo da ostacolare (anzi!), ma prima ancora di definire un nuovo assetto statuale riteniamo indispensabile correggere gli errori secolari di quello precedente.
Il centralismo statale, cosi come il progetto regionalista, non tengono conto minimamente delle condizioni materiali del paese e dei veri bisogni dei territori, ma fotografano l’esigenza di alcuni gruppi di interesse pronti a modificare gli assetti statali pur di aumentare i propri profitti a discapito delle fasce sociali più deboli, che quasi sempre sono collocate nel sud e nelle isole.

Che esistano delle differenze tra territori è innegabile, come lo è il dato storico sugli sprechi e la corruzione che il sistema centralista ha sempre alimentato.

Per queste ragioni abbiamo sempre creduto che contrapporre al regionalismo un vuoto richiamo all’unità nazionale, rischi di fornire un assist alla propaganda leghista tra le classi popolari del nord del paese e, soprattutto, rischierebbe di condannare il sud alla condizione di cristallizzazione dello stato di cose presenti, poco meno della conservazione dello status quo.

Una nuova forma dello Stato e la richiesta di maggiore autonomia non rispondono solo all’esigenza dei “ricchi padani”, ma andrebbero anche incontro alle rivendicazioni di maggiore equità e democrazia che i territori, in particolare quelli meridionali, esprimono da sempre.

Dalla loro, i fautori del processo di regionalizzazione non hanno solo una apparato mediatico narrativo rodato e imperniato sua retorica più o meno esplicitamente razzista, ma si avvale della forza della Costituzione stessa che, dal 2001 offre la base “legale” per la richiesta di maggiore autonomia.

I veri pericoli che si annidano nel futuro del dibattito sulle autonomie, già aperto in sede di costituzione del nuovo governo, sono dunque altri.

Ma come si può impedire l’applicazione di un dettato costituzionale, li dove non esiste una maggioranza parlamentare in grado di cambiare la Costituzione e rimettere in discussione il processo ormai partito da due decenni?

Soprattutto, con un po’ di pragmatismo algebrico, come è possibile immaginare un processo popolare di cambiamento della Costituzione orientato alla redistribuzione geografica dei diritti e delle risorse, se nelle Regioni settentrionali si concentra il 68% della popolazione complessiva?

Allora, che fare?

In questi mesi sono nati comitati, tanti e tante hanno cominciato ad informarsi sulla matrice del progetto leghista e sulla natura delle divergenze territoriali anche grazie alla rete e agli studi che molti intellettuali hanno condiviso per arginare la proliferazione di fake news e narrazioni anti-meridionali.

In questi mesi siamo entrati in contatto, anche con molti amministratori locali, sindaci, assessori, consiglieri regionali e comunali, che operano nei territori meridionali in condizioni di totale abbandono dalla politica nazionale.

Una diversa riforma del titolo V della Costituzione

Con un po’ di realismo facilmente desumibile dalle prime battute del nuovo governo, la riforma del Titolo V e i processi di regionalismo fiscale, ripuliti dal marchio leghista, non rappresentano una folle e disgregante richiesta, ma lo stato di cose presenti.

Come hanno dimostrato questi 14 mesi di opposizione al regionalismo differenziato, per contrastarli dobbiamo provare a mettere in campo rivendicazioni semplici, capaci di coinvolgere quante più persone possibile.

Ciò che non è più rinviabile, però, è la costruzione di un vero progetto comune, un orizzonte di senso, una visione che proietti i nostri territori fuori dal guado in cui sono stati relegati per più di 150 anni, oltre i limiti che neanche l’unità nazionale è riuscita a superare e che spesso, anzi, ha lasciato aumentare.

Le diseguaglianze e l’assenza di diritti a cui tutti e tutte hanno finalmente avuto la possibilità di dare un nome, una matrice, dei numeri e un’origine, dovrebbero essere il punto centrale attorno a cui costruire una proposta federalista che nasca dal basso ed abbia lo sguardo orientato dal Sud e dalle isole.

Le insidie per una sfida di questa portata sono molte. Tra queste, in primo luogo, il dover combattere il partito del nord sul suo stesso campo, con i tutti i rischi che questo comporta. E non trovarsi accanto coloro che dell’unitarismo statuale hanno fatto un feticcio, talvolta sensibili al tema delle disuguaglianze ma ciechi dinnanzi ai corto-circuiti che la forma statuale ha evidentemente espresso nella loro non rimozione.

 

No a contrapposzioni identitarie, si a diritti e equità

Non vogliamo e non abbiamo mai voluto alimentare contrapposizioni identitarie, né cadere nel gioco a somma zero della conquista di diritti per via sottrattiva a coloro che li hanno conquistati nelle regioni settentrionali. Tuttavia, non possiamo più tollerare che esistano territori in cui esiste una copertura del 140% di asili nido mentre in città meridionali si è fermi allo 0% o assistere a giganteschi progetti infrastrutturali esclusivamente orientati al mercato delle regioni settentrionali, mentre uno terzo della popolazione italiana vede quotidianamente negato il diritto alla mobilità.
Per parlare seriamente di autonomie, occorre, in primo luogo, fissare dei pilastri: diritti ed equità.
E impostare un metodo per la loro costruzione: la redistribuzione delle risorse. Senza risorse, il concetto di autonomia si trasforma in un trampolino per alcuni, in un suicidio per altri. Bisogna dunque sedersi e cercarle insieme, partendo da chi ha di più. La scelta di metodo ha delle importanti implicazioni di merito. Undici anni di crisi hanno aumentato le differenze sociali e geografiche del paese: questo vuol dire che alcuni sono diventati più poveri, ma altri sono diventati più ricchi. Se i più ricchi decidono da soli, non esiste opportunità alcuna di costruire questo progetto su pilastri robusti.

In secondo luogo, occorre ragionare sullo spazio di manovra: quali territori devono essere il cuore di un tale processo?

Le regioni si sono dimostrate in questi anni, centri di spreco, corruzione e dominio incontrastato delle burocrazie: perché non immaginare un nuovo assetto organizzativo che riconosca le differenze tra territori, ma che punti a rafforzare la democrazia e il ruolo delle istituzioni più prossime agli abitanti? Perché si continua a ragionare di regioni, o addirittura di macroregioni, mentre la vita delle persone ruota dentro e attorno ai comuni e alle città? Il regionalismo differenziato è coerente con l’intero “sistema delle autonomie” posto dal dettato costituzionale? Oppure costituisce il tentativo di rafforzare il centralismo regionale a discapito dei comuni, come denunciato da De Magistris a Napoli e da Sala a Milano?

In terzo luogo, occorre ragionare sul perimetro, diversamente detto, sulla natura dell’autonomia delle istituzioni territoriali.

Perché non articolarla oltre i confini nazionali, valorizzando le infinite possibilità che, tra le varie, offrono le relazioni bilaterali con le istituzioni europee e gli altri popoli del Mediterraneo, da sempre partner culturali, commerciali e sociali dei territori meridionali?

Infine, non può essere ignorato né mistificato il problema relativo alla classe politica. Sono indubbie la corresponsabilità attiva e/o silente di tutte le forze politiche nazionali nell’appoggiare la cancellazione e il saccheggio del Sud, e quella della classe politica locale, che ha operato prevalentemente al traino o in funzione della conservazione di interessi di bottega e clientele.

Per dirne una, infatti, sebbene la sparizione della centralità del mezzogiorno dall’agenda politica dei partiti italiani è in parte debitrice al ri-orientamento delle politiche di riduzione delle divergenze territoriali dalla cornice nazionale a quella comunitaria, ancora oggi si osserva un sottoutilizzo da parte delle stesse regioni meridionali delle risorse europee ad esse destinate per investimenti.
In conclusione, crediamo vada in qualche modo problematizzato il tema delle alleanze con gli attori locali e non solo.

Riteniamo infatti possibile che qualcuna delle forze politiche nazionali, sempre più in difficoltà a far valere le ragioni della questione meridionale, lavori veramente alla rimozione dello storico divario Nord/Sud e alla costruzione di un sistema di autonomie equo e solidale? Oppure, a partire dal basso, necessitiamo di un’autonoma forza politica meridionalista di orientamento socialista, laico e radicale?

Il Sud Conta, comitato napoletano

(Il quadro rappresentato nell’immagine in alto è “Intorno al cerchio”, Kandisky 1940)

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 4 Novembre 2019 e modificato l'ultima volta il 4 Novembre 2019

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