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L’ANALISI

La lotta agli statali è l’alibi perfetto per una guerra tra poveri

Attualità, Diritti e sociale | 27 Ottobre 2020

Ogni qual volta scoppi una crisi economica, il mainstream liberal-liberista inizia la sua battaglia per antonomasia: quella contro gli statali. Per i liberisti, gli statali son quello che gli immigrati sono per Salvini. Una valvola di sfogo, un’arma di distrazione di massa, un mezzo per dividere le classi medio-piccole. Nonché un modo per riempire i palinsesti senza avere in fondo nulla da dire.

Il film premio Oscar ‘Parasite’ aveva tra i suoi mille sensi possibili proprio questo: dividi et impera. Ovvero spacca in più fronti possibili gli sventurati e poi raccogline le spoglie. Chi ora è giustamente disperato, però, ha bisogno di capire davvero qual è il suo vero nemico. Perché, per quanto tutte le statistiche e gli indicatori mostrino che in Italia ci sono meno dipendenti pubblici della media Europea e del livello ottimale di funzionamento della macchina statale, è praticamente impossibile non imbattersi in chi, quando pensa al dipendente statale, non sostiene che è lì che vi sia da tagliare perché son tutti fannulloni.

La risposta all’attuale crisi socio-economica passa esattamente dall’opposto. E richiede un ruolo ampiamente interventista dello Stato, chiamato a integrare le sue fila e assorbire la fetta sempre più devastante di disoccupati. Può scegliere di farlo tramite grandi interventi pubblici, gli investimenti nell’energia green, la riqualificazione del territorio o con un massiccio piano di contrasto all’evasione. A patto, però, che dichiari guerra ai paradisi fiscali e non al barista sotto casa. Scelte diverse accomunate, però, dalla ricerca dell’integrazione sociale, fatta di dignità, lavoro e reddito, e percorribili solo e soltanto utilizzando una parola che, dopo decenni di propaganda contraria, non andrebbe più considerata una bestemmia.

Pianificazione.

Una lotta sociale al rialzo, non al ribasso

In un momento di crisi fortissima di domanda – e non di offerta – pensare di venirne fuori tagliando gli stipendi dei lavoratori “garantiti” è l’ennesimo trionfo del (non)pensiero liberista, in cui il senso unidirezionale viene spacciato per senso comune. Puntiamo il dito contro i lavoratori di tutte le risme e lasciamo che si scannino tra di loro.

Tagliare gli stipendi per solidarietà è l’esatta negazione della solidarietà stessa.

Piuttosto che aiutare chi resta dietro, si taglia da qualcuno un po’ meno povero per dare segnali morali. Si fa la fame tutti insieme, ma almeno ci si vuol bene: davvero un’ottima idea. Se, invece di alimentare questa guerra tra straccioni e poveracci, si guardasse oltre il proprio vicino un po’ meno vicino al suicidio di noi e si rivolgesse lo sguardo verso chi lucra veramente sulla crisi, si riattiverebbe un livello minimo di lotta sociale, realmente a difesa del bene collettivo.

Si inizi a vedere, ad esempio, quali categorie sociali hanno incrementato il loro potere e il loro reddito in questa crisi. E si comincino a prendere i soldi proprio da là, piuttosto che da qualche dipendente statale che, al massimo, continua (e fatica) a tenersi a galla. Per farlo occorre uscire dal paradigma teorico dominante della nostra epoca, ossia quello delle “risorse finite”, della “torta piccola” e dell’austerity. Ci si è convinti che “i soldi sono pochi”, quando invece sono il frutto di scelte politiche mutabili in due minuti e figlie di un vincolo a una Banca Centrale di fatto straniera.

E’ necessario superare la Stato-fobia isterica che ci hanno fatto inghiottire a forza, smettendola con le divisioni tra lavoratori essenziali e non, tra statali e non, volgendo al contempo lo sguardo a una delle poche macro-partizioni sensate: quella tra le élite capitaliste e tutto il resto del mondo. Occorre individuare e attaccare i grandi patrimoni, costringendoli semplicemente a essere parte della nostra democrazia o a tirarsene definitivamente fuori.

O il Capitale fa parte della società e si assume gli oneri dovuti, o la guerra dovrà essere senza quartiere.

Mario Cosenza

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 27 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 27 Ottobre 2020

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