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L’ANNIVERSARIO

100 anni senza Aniello Califano: Napoli e Sorrento ricordano l’autore di ‘O surdato nnammurato

Musica, Storia | 14 Febbraio 2019

Domani venerdì 15 febbraio alle ore 11.00 nella Sala della Giunta di Palazzo San Giacomo, alla presenza dell’assessore alla cultura Nino Daniele verranno presentate le iniziative programmate in occasione del centenario della morte di Aniello Califano, poeta e paroliere. L’evento è patrocinato dal Comuni di Napoli, dal Comune di Sant’Egidio del Monte Albino, dal Comune di Sorrento e dall’Archivio Storico della Canzone Napoletana.

Interverrà il Sindaco del Comune di Sant’Egidio del Monte Albino Nunzio Carpentieri.

“Tutto passe, fernesce e se scorde,
è destino a stu munno accussì!”

Aniello Califano

 

Aniello Califano riposa nel cimitero di Sorrento, a fianco del grande ottocentista russo, Silvester Scedrin, morto qui nel 1830: con un’ornamento d’alloro in bronzo, c’è una nicchia dove si legge: “Aniello Califano, il poeta di Sorrento”, epigrafe semplice ma illustrativa dettata da Libero Bovio.

 

I suoi resti mortali, l’ 11 Novembre 1923, furono trasferiti – solennemente – a Sorrento da S. Lorenzo (dove morì il 20 Febbraio 1919) per l’iniziativa di Saltovar (Silvio Salvatore Gargiulo) suo coetaneo ed amico, con un apposito comitato di cui esponente vivo era un altro suo amico, l’ex Sindaco Guglielmo Tramontano, iniziativa sostenuta dal Sindaco della città del Tasso, avv. Lelio Cappiello, che riuscì a rivendicarne le spoglie.

“Il Mattino” di Napoli, nella cronaca del 14-15 Novembre 1923, dava notizia dell’evento: “Una mattinata d’aprile, sorta come d’incanto sotto un terso e purissimo cielo opalino accolse Domenica Il corrente le preziose ceneri del geniale poeta sorrentino Aniello Califano. Semplice come l’anima del poeta si è svolta la commovente cerimonia. Nella navata principale del Maggior Tempio di Sorrento, su di un artistico catafalco coperto di fiori, è stata deposta l’urna in mezzo ad una grande corona d’alloro colla scritta «Sorrento al suo Poeta Aniello Califano».

Aniello Califano nacque a Sorrento il 19 Gennaio 1870, figlio di Alfonso (originario di Malta e proprietario di una ricca azienda agricola) e di Rosa Rispoli, la cui famiglia era proprietaria dell’Hotel Rispoli, da cui nacque l’odierno Excelsior Vittoria – a cinque stelle – uno dei vanti dell’attrezzatura ricettiva sorrentina.

Fin dalle elementari Aniello scopre la sua vena poetica e il padre, appassionato di letteratura dialettale, alimentava questa vena portandogli da Napoli libri di Ferdinando Russo e di Salvatore Di Giacomo. Durante le feste in casa il piccolo Califano si esibiva improvvisando rime baciate e immancabilmente qualche parente gli dava un soldo. A scuola primeggiava in italiano e storia. Nel 1887 il padre gli affitta un quartino a piazza Carità a Napoli per permettergli di frequentare l’ultima classe del tecnico. Ma a Napoli i luoghi di piacere per un ragazzo della provincia sono troppi, così inizia a frequentare trattorie, birrerie e caffè, in uno di questi locali incontra il poeta Ferdinando Russo di cui è grande estimatore. Tra poeti e musicisti si trova a suo agio, con l’aiuto economico del padre pubblica le sue prime raccolte di poesie. Ormai vive a Napoli da sei anni i genitori continuano a finanziarlo anche se si sono rassegnati, non lo vedranno mai ingegnere.

Di temperamento focoso, il poeta frequenta e corteggia molte sciantose dell’epoca attirate anche dalla disponibilità economica del giovanotto, il quale tra un’avventura ed un’altra non disdegna di tornare nel paese nativo, dove in casa dei genitori conosce Stella Pepe dama di compagnia della madre. Stella era una donna del popolo sposata due volte e per due volte rimasta vedova, dall’ ”amicizia” con Aniello nasceranno quattro figli, i due non si sposeranno mai, si pensava che il poeta, viveur scapestrato, amante della bella vita e belle donne non volesse sposare Stella, ma la verità era che Stella per il fatto di aver perso due mariti credeva nel malocchio.

Con tutto l’ardore dei venti anni, rinunziando agli studi d’ingegneria, nei quali il padre l’aveva avviato, “si tuffò nel gran pelago dèlla Poesia”, diventò in breve tempo una delle più geniali affermazioni della nostra canzone napoletana. A Napoli per studiare, dunque, scoprì la bella vita, l’ambiente del Cafè Chantant, che gli ispirò tra l’altro la famosa Ninì Tirabusciò. A Napoli, dove abitava in un vicoletto dietro piazza Carità – ‘ncoppa ‘e chianche – abitava in una camera mobiliata e volle scrivere lì i primi testi A Surrentina, Voglio Siscà e Chiarastella, musicata dal violoncellista Alberto De Cristofaro ed edita da Bideri nel 1893.

Ma Califano scrisse di tutto, finanche spot pubblicitari dell’epoca. Scrisse anche una canzone dedicata a due vicine di casa zitelle, come racconta Carmelo Pittari in storia della Canzone Napoletana, che si inferocirono così tanto da costringerlo ad abbandonare il luogo dove viveva.  Si fece comunque strada nell’ambiente dei poeti e musicisti anche per la sua copiosa produzione di poesie e canzoni cambiando spesso editore. Siamo nel 1915 il generale Cadorna firma il bollettino di guerra, gli spettacoli hanno perduto gran parte del pubblico giovane, e gli autori si concentrano sulle canzoni patriottiche, quell’anno Califano sforna undici canzoni tra cui ‘O surdato ‘nnammurato.

L’editore Gennarelli quando lesse i versi si commosse, lui che era un uomo tosto non potè nascondere le lacrime. prima di affidarla per le musiche a Enrico Cannio: il successo è immediato, la canzone viene cantata nelle trincee e nei cafè-chantant, ma scoppiata la pace, il fascismo mette all’indice quel canto “disfattista”, più tardi la intonarono in coro i tifosi del Napoli.

Califano fu un poeta prolifico, tanto che, nell’edizione del 1916 della “Piedigrotta Gennarelli”, si legge: “Se si volessero enumerare le canzoni che ha scritto Aniello Califano ed i grandi successi da lui riportati non basterebbe questa pagina a contenerli. Egli è il più popolare poeta partenopeo; non vi è un nome femminile che Aniello non abbia cantato; non vi è vicolo di Napoli che egli non abbia citato nelle sue innumerevoli canzoni. Quante di quelle da lui scritte non hanno cantato il nostro bel mare? Califano è… l’ammiraglio della canzone, ed i mari nei quali manovrano le sue squadre… di versi non sono che quelli di Napoli e di Sorrento. La vena poetica in lui è così facile, così fresca che se cantasse i mari del Giappone, anche tra i figli del sole troverebbe migliaia di ammiratori…”.

Califano spesso ritornava a Sorrento dove aveva vissuto la sua gioventù ed aveva creato rapporti di intensa e sincera amicizia. Un giorno (nel 1907), essendo venuto a Sorrento anche per riscuotere alcuni fitti delle proprietà di famiglia, si recò a far visita al suo amico sindaco, Guglielmo Tramontano, nel suo albergo, ove trovò Giambattista de Curtis, Salvatore Gambardella ed altri esponenti della poesia e della musica napoletane dell’epoca. Il sindaco lo stuzzicò, facendogli notare che il de Curtis – non sorrentino aveva regalato a Sorrento i versi di una canzone che stava già facendo il giro del mondo, al contrario di lui. Aniello Califano – che pur aveva scritto altri versi a Sorrento, anche musicati – preso sul vivo, si rivolse a Gambardella, dicendogli: “Salvato’, scrivi” e dettò i versi di quella che fu “Serenata a Surriento” che lo stesso musicista musicò con grande successo.

Ed a tal proposito si racconta che, qualche anno dopo, essendosi recato al “Deserto” di Sorrento, sul colle di Sant’ Agata, in visita al convento dei Padri Bigi, cui recava una parte dei vantaggi economici della sua “nuova” canzone su Sorrento, fu invitato dal Padre Priore a scrivere alcuni versi della canzone stessa, sottoscrivendoli, nel registro dei visitatori. Dopo alcuni mesi seppe che il furbo monaco aveva fatto fotografare tale foglio del registro e, avendone realizzato delle cartoline “ricordo” le “vendeva” ai visitatori. Fu contrariato da tale “sotterfugio” e si decise ad interessare un legale per un’ azione di risarcimento dei danni, ma, nella notte precedente alla sottoscrizione del mandato, sognò la madre che lo invitò a desistere perché non era conveniente “mettersi contro un’ opera della Chiesa”. Ed egli rinunziò ad ogni azione!Aniello Califano morirà nell’1919 nella sua casa di S.Egidio del Monte Albino all’età di 49 anni probabilmente per una infezione alla gola di ritorno da un viaggio a Roma, nel paese si diffuse la notizia che la morte fosse causata dal vaiolo. Non si riuscì a trovare un impresario di pompe funebri disposto a fare il trasferimento al cimitero, se ne incaricò il mezzadro della fattoria di famiglia, il quale caricò la bara sopra un carretto e la portò da solo al cimitero, dopo dovette bruciare il carretto e tutti i mobili della camera da letto del poeta.

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 14 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 14 Febbraio 2019

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