lunedì 18 marzo 2019
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L’ANNIVERSARIO

Gemito a Parco Grifeo, raccontato (e disegnato) da Francesco Cangiullo

Identità, Storia | 1 Marzo 2019

Da Addio Mia Bella Napoli, di Francesco Cangiullo, Vallecchi, 1955

Era una sera di settembre, in cui mi colse, sprovvisto di ombrello, una pioggia inaspettata, che, come acqua ragia, parea stemperasse in tutta la sua clorofilla l’intero Parco Grifeo verdeggiante nella collina del Vomero, a mezza costa tra Villa Lucia e l’incanto panoramico e canzonistico del Corso Vittorio Emanuele, palestra d’amori napoletani e culla dei primi sogni, verticali, adolescenti.

Che immenso affresco liquido! Che grandioso notturno acquarellato!

Scrosciava e tamburellava sulle frondi l’acqua che scendeva in ascensore e inzuppava le chiome romantiche dei salici piangenti, che una volta tanto piangevano davvero.

A capo della seconda rampa, nel buio bagnato, intravidi la prima scorciatoia: una scaletta angusta e tortuosa, viscida e poi consunta che bisognava raccomandarsi l’anima. Figurarsi che la pioggia,la quale non sale mai gradini, lì scendeva leccando la terra – di guisa che la dentata scorciatoia – in cui la mattina scioattolano in discesa ed affannano in salita imbiancati garzoni di cuochi e bionde servette irridenti – sembrava l’acquatica scaletta mobile di una metropolitana subacquea. Ond’io ero costretto per amor dell’arte a navigare contro corrente in un torrente precipitoso. Quand’ecco un cane guaire in cima alla prima scorciatoia: sfuggo il cane, ma nel traversare la rampa, un’automobile scivolando, da cui fui dalvo per miracolo, non potendo più schiacciarmi, come era nella sua chiara intenzione, m’acceca mediante un atroce fanale di gesso elettrico e fa sì che una pozzanghera mi scoppi addosso costellandomi di fango da capo a piedi. Ma ciò non impedisce che, malgrado così conciato, io imbocchi la seconda scorciatoia. E’ qui idem come sopra, e come quella di sotto. C’è anche il cane che avrebbe voglia di addentarmi i polpacci! Ma questa volta l’amico dell’uomo è agguinzagliato ad un balaustro (Allora non si usavano le museruole).

(Nel libro in questo punto c’è una foto d’epoca con questa didascalia: E’ un pezzo della Villa di Chiaia, al margine di via Caracciolo. Nascosto tra le querce il monumento a G.B. Vico e l’antico caffè Vacca, i cui vetri multicolori attirarono la tavolozza di A.Mancini e dove Enrico De Nicola, solitario, andava a prendere un gelato, sistematicamente, ogni pomeriggio. Era il ritrovo preferito di inglesi e americani, i quali lo distrussero con una bomba nel 1943. In alto il ponte del Nicolini, sacro agli amori di Ferdinando IV; e in una casa di quel gruppo a destra Gemito abitava ed aveva la sua fonderia)

Infine tra il verde cupo ed umido che diluisce un impressionante lumicino giallo di luce liquore Strega, m’indica il portone. E’ fantastico! Sembra davvero l’abitazione di un mago e sembra notte avanzata.

Il portinaio mi annunzia dal portavoce dandomi così agio di scuotermi le giubbe, come fanno gli animali quando escono dal bagno.

Accidenti! Il cappello bianco (erano i primi di settembre) è diventato nero: zuppo e pesante come una cotica fredda…

Butto via la sigaretta e per scaldarmi faccio in fretta gli scalini a due a due. Non li ho ancora finita che la porta si apre e il “Nume” esce sul pianerottolo.

Ha in testa un berretto di velluto a sghimbescio e rovesciato, il viso come cera rosea, quasi naufraga, tra un’enorme barba e zazzera, nel suo crine di vecchio leone canuto. Egli molleggia un po’ sulle ginocchia delle magre gambe lunghe e fuma beato con una mano in tasca.Un altro, nei suoi panni, che erano ben asciutti, si sarebbe subito accorto del mio bagno con tutti i panni, ma il Maestro si limita a domandarmi se piove.  – Eh, non si può negare Maestro…

– Voi siete venuto a farmi visita?

– Vi dispiace?

– No

– Profitto di un vostro invito: vi ricordate?

– Si. Favorite. Prima di tutto ci prendiamo una buona tazza di caffè e un bel bicchiere d’acqua

– (Ahimé ancora!) penso tra me. Ma egli come un folle che indovini, sgrana gliocchi orlati di vermiglio e chi, come il sottoscritto, non ignora che il Grande plastico leonardesco disegnatore, per venti anni isolato, come dire? oscillò tra il genio e la pazzia, al brivido dell’imminente raffreddore aggiunge quello dell’immediato spavento. Egli digrigna in seconda persona singolare:

– Come? Tu non vuoi il caffé?

– (Oh Dio, sono perduto) Tutt’altro Maestro: io sono ghiotto di caffé… era per il bicchiere d’acqua che esitavo… ne ho presi tanti…!

Ora Gemito mi guarda i panni addosso, come una rivelazione. Poi sorride. Al che son salvo. Ma subito si acciglia tornando al plurale:

– Voi siete tutto bagnato… e sghizziato di fango. Toglietevi la giacca – ripeteva sfilandosi la sua – Ecco qua: mettetevi questa.

– Ma no, ma no. Maestro vi ringrazio.

– Mettetevi questa – ribatteva in collera e batteva le mani. A tale applauso si presentava la cameriera, simile a una terracotta ambulante del suo celebre padrone. Quindi costui mi sfilava la giacca senza troppe discussioni, aggiungendo solo:

– Togliete il portafogli

– Non importa Maestro

– Quello si brucia

– Fa lo stesso

– E va bè, tieni – dice alla cameriera – falla asciugare al fuoco. E portaci il caffè. Intanto, dimenticandosi di avermi offerta la sua giacca, mi lascia in maniche di camicia. Così , come in casa mia e in pieno luglio di sole, comincio ad osare uno sguardo verso le pareti dell’intimo salottino Luis XVI, qua e là scintillante di brilli!

Che disegni meravigliosi! Ammirandoli mi passano per la mente, quasi per analogia tradizionale e quasi li avessi conosciuti di persona: Fidia, Michelangelo, Donatello, Leonardo, Cellini: greci e italiani immortali dello scalpello e della matita…

Ma la cameriera, che rientra portando il vassoio con le tazze, interrompe la mia plastica visione, classica e verista.

– Il caffé è eccellente – dice il sommo artefice. Ora vi presento De Pinedo. Datemi un cerino – Egi s’alza, accende, manda uno svolazzo di fumo e mi precede.

Ma, nell’aprire la porta del suo studio, senza che io faccia della retorica fuori posto, ho fisicamente un sussulto: il ritratto dell’intrepido aviatore vien fuori dal cartoncino con una evidenza di vita scultorea e tonale, sebbene il disegno sia puramente a punta di lapis, addirittura miracolosa.

– Voi lo conoscete? – mi domanda il fantastico autore, nella cui mano lapis e stecca diventano bacchetta magica.

– Perbacco! – esclamo.

– Ora si trova a Gardone

– Eppure si trova anche qui…

– Eh, non è ancora finito. Son dieci ore di lavoro. Il massimo tempo che egli ha potuto concedermi durante il suo soggiorno a Napoli.

Poi il Maestro siede e non dice più nulla. Fuma a scatti nervosi come un automa guasto: e pare che gli si veli la barba. Ma chi sa in quali regioni fantastiche ora spazia la sua mente straordinaria?… Mentre io resto incantato che non oso complimenti di sorta. Ricordo però che guardai a lungo quel disegno sperando che parlasse…

Passò in silenzio forse un quarto d’ora… Forse mezza ora… o probabilmente un tempo senza misura… Di fuori la pioggia scrosciava nel parco e i vetri parea avessero una liquida filigrana. D’un tratto mi volto perché l’istinto mi fa guardare anche Gemito. Ma egli ha gli occhi appannati pur continuando a fumare…. Ed io resto, solo, in questo santuario in cui ogni cosa di arte parla tacitamente sia all’omra che alla luce della lampadina.

Lontano i lumicini di Napoli sotto la veletta piovana. E qui, in primo piano, tra l’Opera che guarda e l’Autore che dorme come un fanciullo dall’enorme barba, io sembro la sentinella scamiciata della Gloria.

Francesco Cangiullo

 

 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 1 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 1 Marzo 2019

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