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Selfie, il film sui ragazzi di Rione Traiano: nel cuore sempre Davide Bifolco

Cinema, Periferie | 28 Maggio 2019

Debutta oggi al Modernissimo di Napoli, con la presenza in sala dei protagonisti,  ‘Selfie’, il film – documentario scritto e diretto da Agostino Ferrente in memoria di Davide Bifolco. Noi abbiamo incontrato Pietro e Alessandro: i due giovani protagonisti che, nel difficile compito di interpretare se stessi, hanno saputo raccontare le emozioni di chi a sedici anni s’impegna, sogna e vive un’esistenza normale, lontana dai pregiudizi, sovvertendo, così, quell’assurda convinzione che il Rione Traiano, come ogni altra periferia del napoletano, sia da considerarsi solo quale fucina di esistenze consacrate alla criminalità.

Confessioni prima dell’intervista

26 maggio 2019. Una pioggia incessante si riversa su Napoli, confondendo i pensieri di chi, sul finire di Maggio, avrebbe già voluto pregustare l’odore del mare. «Papà, Mamma: scendo. Vado al Rione Traiano. Devo intervistare Pietro e Alessandro, i ragazzi del documentario di Agostino. Ve li ricordate, sì?!». «E come no!» – risponde distrattamente mio padre. «Ma non fare tardi. Lo sai: è Domenica. E la Domenica mamma ti aspetta sempre per il pranzo». Mi giro, li saluto. Sono felice. Sembra impossibile che a distanza di due anni dalle riprese del film nessuno della mia famiglia trasalisca sentendomi dire che trascorrerò ancora del tempo al Rione. Rione nel quale poi, per quegli incroci belli della vita, ha visto proprio nascere il giornale dove lavoro, Identità Insorgenti, e dove il direttore Lucilla Parlato è stata tra i fondatori dell’associazione titolata a Davide Bifolco. Insomma lei ed io, che ci siamo conosciute dopo, sentiamo il Rione Traiano un po’ casa.

Luglio 2017. Uno, due, tre squilli del cellulare. Quella telefonata inaspettata, di lì a poco, avrebbe completamente stravolto la mia estate. E non solo quella. Dall’altra parte della cornetta la voce di Agostino Ferente che, senza troppi giri di parole, mi proponeva di partecipare alle riprese del suo nuovo documentario. «Ho bisogno di una persona di Napoli che conosca Napoli, mi sei venuta in mente tu». Accettai subito, naturalmente, ignara di quanto e come quella esperienza avrebbe, poi, segnato me stessa e, a ben vedere, pure la mia effettiva conoscenza della città.

Così, mentre lui mi invitava a prendere parte al suo documentario, una sorta di opposizione permanente prendeva possesso dei miei familiari. Tutti contrari, devo ammetterlo, pure abbastanza impauriti: – ora ci spieghi che cosa devi fare tu, al Rione Traiano. Nessuno sembrava essere d’accordo. A parlare, ovviamente, gli echi catastrofici del pregiudizio: come se la periferia napoletana oltre ad essere teatro di quegli scenari tristi a cui non solo la cronaca ma anche le narrazioni artistiche ci hanno ormai abituato, non fosse pure abitata da persone normali, gente comune, che quotidianamente sceglie di vivere la propria vita lontano dagli illeciti o dalla criminalità.

Persone, proprio come Pietro e Alessandro, che nell’immediatezza semplice e genuina dei loro sedici anni, hanno saputo insegnarmi molto, tanto, pure se non lo sanno. A loro, e tutti quelli che ho avuto modo di conoscere durante le riprese, devo la mia predisposizione attuale (e fortunatamente pure quella dei miei genitori) alla conoscenza di ciò che mi circonda scevra da ogni qualunquismo. Ad Agostino la possibilità di aver vissuto tutto questo, dall’interno, assaporando la cifra di un’umanità che probabilmente, se non avessi ricevuto quella sua telefonata, non avrei mai avuto modo di conoscere, amare e capire.

Incontriamo Pietro e Alessandro, i giovani protagonisti di Selfie

Oggi, quindi, con una consapevolezza del tutto rinnovata sono di nuovo al Rione Traiano. Ho il cuore gonfio e le lacrime appuntate con gli spilli. Seduta al tavolino del nostro solito bar, aspetto i ragazzi. Li vedo. Sono cresciuti, li abbraccio. «Allora giovani» – così li ho sempre chiamati «poche domande, raccontatemi le emozioni che avete provato mentre giravamo il documentario, ma fate finta che io non ci sia mai stata».

Ale annuisce, Pietro mi guarda, sorride, poi dice: «Parliamo di tutto quello che vuoi tu Flà. Mò però, mi devi dire, sinceramente: per la prima del film, martedì, al Modernissimo, secondo te me la devo togliere o no ‘sta barba? Che dici?»

«Dico che sei sempre stato bello, Piè. Ora però facciamo i seri, e iniziamo l’intervista».

Com’è nata la possibilità di prendere parte al film?

A. Stavo lavorando, proprio qui, in questo stesso Bar, dove tutt’oggi lavoro. Vidi arrivare Gianni Bifolco, il papà di Davide e con lui c’era anche Agostino. Io non l’avevo mai visto prima. Parlavano di voler girare un documentario. Me ne interessai. Gianni mi chiese se volevo provare. Dissi di sì, ma subito dopo il lavoro volevo andare a vedere la processione della Madonna dell’Arco. A quel punto Agostino mi chiese se ero disposto a riprendere l’evento e me stesso, utilizzando il suo iPhone in modalità selfie. Ed proprio durante questa prima ripresa che entrò in scena Pietro.

P. Vidi Alessandro filmare la processione con un cellulare. Mi sembrò strano, gli chiesi subito cosa stesse facendo. Lui mi disse che era una sorta di provino, probabilmente l’avrebbero preso per girare un film in memoria di Davide. Allora mi feci coraggio e decisi di presentarmi ad Agostino. Se Alessandro era stato scelto per raccontare la sua vita così com’era, quindi autentica, reale, non avrebbero in alcun modo potuto tagliare dal suo racconto me e la nostra amicizia. Il film sarebbe stato incompleto.

Quali sono state le vostre sensazioni durante le riprese?

P. Sensazioni nuove, mai provata prima. Tutto mi sembrava bello ed emozionante. Non vedevo l’ora di girare il film. Più passavano i giorni più capivo come dovevo comportarmi. E se all’inizio avevo paura di dover interpretare qualcosa di diverso da me, sforzandomi magari di parlare in italiano o assumere atteggiamenti diversi da quelli che ho nel quotidiano, alla fine, grazie ad Agostino sono riuscito a capire in che modo mettermi a nudo, filmando e interpretando me stesso, senza bisogno di aggiungere filtri.

A. Non è stato facile per me, a sedici anni, riuscire ad organizzare la vita, incastrando i turni  del mio lavoro al bar con i tempi e le esigenze delle riprese. Ma la voglia di girare il documentario e il supporto della troupe hanno fatto si che vincesse sempre la voglia di portare avanti questo progetto, di crederci, per raccontare la nostra vita onesta e lontana dalla criminalità, pure se viviamo al Rione Traiano, così come realmente l’abbiamo vissuta, e tutt’oggi, ancora la viviamo.

Qual è il ricordo più bello della vostra vita sul set?  E come stato vedervi per la prima volta a Berlino, sul grande schermo?

A./P. In linea generale possiamo dire che i giorni di set sono stati felici, intensi e veri. Ci sentivamo parte integrante di un’unica e grande famiglia. Ricordiamo le risate, gli scherzi, e tutto quello che questa esperienza ci ha insegnato. Non possiamo dimenticare il giorno del diciassettesimo compleanno di Pietro che mai avremmo creduto di festeggiare filmando, o  le riprese giù alla Gaiola, la lunga sosta sul belvedere di Posillipo… Portiamo nel cuore tante emozioni e moltissime scene, anche quelle rimaste fuori dal montaggio. Rivederci, poi, a Berlino, per la prima volta in un Cinema,  è stato bellissimo. Non te lo so spiegare bene cosa abbiamo provato. Ti dico solo che ci guardavamo proiettati prima nello schermo e poi in faccia. Increduli. Ridevamo. Sicuramente non ci aspettavamo di poter vivere un’esperienza simile e siamo sicuri che la prima a Napoli sarà ancora più sentita perché la condivideremo  con i nostri familiari e gli amici del Rione.

A 16 anni voi giravate il film, a 16 anni Davide moriva.  Cosa si prova a sapere che un vostro coetaneo, perdeva la vita proprio nel momento in cui i ragazzi sono più carichi di sogni e aspettative per il  futuro?

A. Come si fa ad arrendersi all’idea che la vita di un ragazzo possa essere spezzata prima ancora che i suoi sogni siano completamente definiti? Se poi, come nel caso di Davide, la sua morte è stata frutto di ‘un errore’, il dolore si raddoppia. Mi metto nei panni dei suoi familiari, e penso che loro non potranno mai vedere il proprio figlio crescere, cambiare.  Questa cosa è inconcepibile. Non vedere crescere un ragazzo, prima ancora di pensare se o come i suoi progetti per il futuro si sarebbero poi realizzati, penso sia un dolore inspiegabile con le parole.

P.  Mi è capitato di pensare alla morte di Davide e per certi versi mi è parso di parlare a me stesso. Mi sono detto: a sedici anni pensi a tutto, a tutto, tranne che alla tua morte. E mi fa male sapere che un un ragazzo del Rione, un ragazzo come me, non ha potuto rincorrere i suoi sogni perché scambiato per un latitante.

Cosa volete dire a chi, offuscato dal pregiudizio (e soprattutto senza ancora averlo visto) va dicendo che Selfie è il solito film su Napoli che parla di  Camorra?

A. In prima battuta mi verrebbe da dire loro: guardate prima il film, capitelo e poi ne riparliamo. Ma, a dirla tutta, basterebbe vedere il trailer, o anche solo il manifesto del documentario per capire che qui non si parla affatto di due giovani criminali. Io faccio il barista, porto il caffè. Pietro fa il barbiere. Qua guadagnava 40 euro a settimana e quindi si è trasferito a Caivano pur di lavorare. Ne’ scusate: ma dove la vedete ‘sta camorra?

P. Non bisognerebbe giudicare ciò che non si conosce, peggio ancora credere che solo perché il documentario sia stato girato a Traiano, inevitabilmente, allora, io e Alessandro siamo due ragazzi destinati alla criminalità. Anzi. In questo film dimostriamo l’esatto contrario. Noi siamo come tutti i nostri coetanei, e come noi lo era anche Davide Bifolco. Giochiamo a pallone, ci divertiamo, lavoriamo, usciamo con gli amici.  Qualche volta ci ritiriamo pure tardi la notte. E solo perché siamo nati al Rione, non possiamo permetterci il lusso di non sentirci giudicati o, peggio ancora, di condurre una vita normale, che non sia stile Gomorra? E chi l’ha stabilito? E perché?

Già. Ma perché?

Flavia Salerni

 

 

Un articolo di Flavia Salerni pubblicato il 28 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 28 Maggio 2019

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