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LE CENTENARIE

Capasso a Porta San Gennaro: tra la farina rubata ai nazisti e la misteriosa scritta “pizze fritte”

Identità | 3 Agosto 2019

di Valentina Castellano 

“Cibo per poveri, pietanza per frettolosi, alimento per vagabondi, la pizza andò oltre i monti e oltre i mari, raggiunse i napoletani sparsi per il mondo, testardi nella loro fatica e nei loro antichi gusti e costumi: come un’ancora anche di salvataggio buttata dall’anima attraverso il palato per recuperare l’odore perduto di Napoli”.

Così recita la prefazione di un libro storico sulla Pizza di Roberto Minervini, “Storia della Pizza”, che abbiamo tenuto stretto e come riferimento in quello che è stato per noi un viaggio davvero speciale che vogliamo raccontarvi per darvi il senso di quanto la Pizza, la nostra Pizza, quella napoletana, sia un forte elemento di identità e appartenenza, di storia e tradizione, di passato e futuro.

 

Il nostro viaggio tra le Centenarie

In occasione del Bufala Fest che si terrà dal 31 Agosto all’8 Settembre sul lungomare Caracciolo, vi abbiamo parlato di un evento nell’evento: la partecipazione compatta di tutte le Pizzerie appartenenti all’Unione Pizzerie Storiche Napoletane, Le Centenarie, alla manifestazione.
E’ la prima volta che succede che tutte insieme partecipino ad un evento food. Per l’occasione, nelle scorse settimane, vi abbiamo raccontato – con i nostri live – ogni pizzeria e ogni storia, presentandovi insieme ai protagonisti anche la protagonista: la pizza speciale per l’evento di fine estate.
In questo viaggio però abbiamo capito che avevamo a che fare con qualcosa di molto più grande e importante di una semplice partecipazione ad un evento. Abbiamo capito che Le Centenarie sono la Storia della Pizza: storia che ciascuno di questi tredici luoghi “patrimonio dell’umanità” hanno creato, vissuto e attraversato fino ad arrivare – intatti – ai giorni nostri.
Le Centenarie rappresentano 13 famiglie che per 100 anni e più, negli stessi locali, con gli stessi cognomi e legami di parentela, hanno tramandato di generazione in generazione l’arte di “ammaccare”: quell’arte che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’umanità.
Dietro quest’arte, dietro la pizza stessa, ci sono legami con i quartieri, con la città, con le opere d’arte, con le dominazioni, le guerre, con la storia ancora viva di Napoli.
Ed è solo raccontandovi ad uno ad uno i nostri incontri con queste famiglie che possiamo trasmettervi la testimonianza di una storia tramandata che è viva e si ripete ogni giorno.

La Pizzeria Capasso a Porta San Gennaro

Quando incontriamo Gianni Capasso, figlio di Don Vincenzo Capasso che, vi ricordiamo, all’età di 90 anni è  il pizzaiolo più anziano di Napoli e che fino a qualche anno fa era ancora sul banco ad ammaccare le sue pizze, ci accoglie con un libro scritto dallo storico Antonio Mattozzi, “Una storia napoletana. Pizzerie e pizzaiuoli tre Sette e Ottocento”.

Da quando nel 2017 la sua famiglia con la sua Pizzeria è entrata a far parte dell’Unione Storica delle pizzerie napoletane, Le Centenarie,  è iniziata la sua ricerca spasmodica e continua tra carte, documenti e testi. Una ricerca della presenza dei Capasso, in realtà Cafasso – il cognome fu durante la discenda cambiato per un errore di un dipendente dell’anagrafe che scambiò una F per una P – nella storia della Pizza e dunque nella storia della nostra città.

La prima cosa che notiamo durante il nostro live insieme al figlio Vincenzo, giovane, ultima generazione attivo al banco e nella gestione della Pizzeria, accompagnato e istruito nel mestiere ogni giorno dal nonno Vincenzo, è una scritta su uno dei pilastri dell’entrata risalente all’800: PIZZE FRITTE.

“Questa scritta è stata sin dall’inizio un mistero per noi – dice Vincenzo – perché ci chiedevamo scrivere sul pilastro Pizze fritte e non pizze? Cosa caratterizzava la nostra famiglia e chi ha lavorato nel nostro locale prima di noi?”

 

Un enigma, questo, sciolto di recente. Fino alla fine del 1800 il pizzaiolo veniva definito “friggitore” perché fino ad allora non esistevano le pizzerie come adesso le conosciamo ma i locali erano dei laboratori, delle botteghe dalle quali partivano i venditori ambulanti per vendere le pizze alle porte della città.

Quella scritta è ancora lì, tutelata dalla Sovrintendenza: a testimonianza di una storia che si intreccia con il presente in una continuità di mestiere e passione che ha tenuto viva un’attività per più di un secolo.

Nel nostro viaggio alla Pizzeria Porta San Gennaro tra foto storiche e la stampa di un albero genealogico che traccia i legami e la discendenza di questa famiglia di tutti pizzaioli, saliamo anche al piano di sopra, dove Vincenzo ci mostra fiero quello che considera “un piccolo tesoro”. Sono gli attrezzi antichi del mestiere: pentoloni per friggere antichissimi, una pala per infornare che ha quasi 100 anni, ciotole antiche e foto storiche.

Su questo stesso primo piano dove ora ci sono due sale, vivevano le generazioni precedenti dei Capasso. I pizzaioli facevano “casa e puteca” perché non c’era nemmeno il tempo di andare a riposare. Intere famiglie con bambini, zie, nonne e madri, vivevano in questi stessi ambienti, mangiando pizze e sporcandosi di farina.

Gli scugnizzi e la farina rubata ai Nazisti

Ciò che spesso i libri di Storia non riportano sono gli aneddoti e i racconti della vita quotidiana di queste famiglie che si intrecciano con la grande Storia che noi tutti conosciamo.

In questa continua ricerca storica che fa risalire le origini della famiglia Capasso come pizzaioli al 1778, c’è un periodo che è più sentito, più sofferto: forse perché più recente, forse perché dà il senso vero che ci troviamo di fronte a famiglie che hanno portato avanti il loro mestiere, la loro attività affrontando momenti di storia terribile come durante il fascismo e la seconda guerra mondiale.

Gianni, ci racconta con grande emozione delle testimonianze di suo padre, di suo nonno di come hanno portato avanti la pizzeria in quegli anni così duri durante l’occupazione tedesca. Mancava la farina, mancava il pane, mancava la voglia di farcela.

Non mancava, non manca mai, l’intraprendenza degli scugnizzi, che prendevano d’assalto i camion dei Nazisti che partivano dal museo diretti alla fine di Via Foria. E qui, scalzi, senza farsi scoprire, rubavano i sacchi di farina e li distribuivano alle Pizzerie della zona, tra cui quella di Porta San Gennaro.

Ecco perché essere Centenari è qualcosa di più. Essere tra le famiglie che hanno portato avanti nome e attività vuol dire essere tra i testimoni storici viventi di avvenimenti, fatti, usanze, e vicissitudini che hanno coinvolto un intero popolo. E soprattutto vuol dire che durante tutta questa Storia avvenuta non si è mai smesso di fare pizze.

La Storia della Pizzeria Capasso

La ricerca storica tra documenti e uffici anagrafici fa risalire l’appartenenza dei membri della famiglia alla categoria dei pizzaioli dal 1778.

Tuttavia il legame con Porta San Gennaro arriva nel 1847 con Pasquale Lieto che all’epoca fu definito friggitore. I figli Giuseppe e Vincenzo Lieto subentrano al padre nel 1860. Ma è il 1900 che ci porta poi al cognome dei Capasso, in realtà, come vi abbiamo spiegato, Cafasso.

Adele Lieto, figlia di Vincenzo, anch’essa pizzaiola, sposa Giovanni Cafasso e di fatto lavorano e vivono insieme ai loro otto figli nei locali di Porta San Gennaro .

Dei loro figli Giuseppe, Antonio e Vincenzo proseguono il mestiere e l’attività. Vincenzo è proprio il decano di cui vi abbiamo parlato e che ha insegnato il mestiere a suo nipote Vincenzo che attualmente insieme allo zio Gaetano e al cugino Antonio, lavora e gestisce la Pizzeria.

Nomi che si ripetono, gesti che si tramando, alberi genealogici appesi alle pareti. Questo viaggio ci dimostra quanto in queste pizzerie la storia è più viva che mai.

 

 

Un articolo di Valentina Castellano pubblicato il 3 Agosto 2019 e modificato l'ultima volta il 31 Luglio 2019

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