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LE CENTENARIE

Umberto dal 1916: nel salotto di Napoli tra Eduardo e il pane di Sant’Antonio

Identità | 7 Agosto 2019

di Valentina Castellano

“Cibo per poveri, pietanza per frettolosi, alimento per vagabondi, la pizza andò oltre i monti e oltre i mari, raggiunse i napoletani sparsi per il mondo, testardi nella loro fatica e nei loro antichi gusti e costumi: come un’ancora anche di salvataggio buttata dall’anima attraverso il palato per recuperare l’odore perduto di Napoli”.

Così recita la prefazione di un libro storico sulla Pizza di Roberto Minervini, “Storia della Pizza”, che abbiamo tenuto stretto e come riferimento in quello che è stato per noi un viaggio davvero speciale che vogliamo raccontarvi per darvi il senso di quanto la Pizza, la nostra Pizza, quella napoletana, sia un forte elemento di identità e appartenenza, di storia e tradizione, di passato e futuro.

Il nostro viaggio tra le Centenarie

In occasione del Bufala Fest che si terrà dal 31 Agosto all’8 Settembre sul lungomare Caracciolo, vi abbiamo parlato di un evento nell’evento: la partecipazione compatta di tutte le Pizzerie appartenenti all’Unione Pizzerie Storiche Napoletane, Le Centenarie, alla manifestazione.
E’ la prima volta che succede che tutte insieme partecipino ad un evento food. Per l’occasione, nelle scorse settimane, vi abbiamo raccontato – con i nostri live – ogni pizzeria e ogni storia, presentandovi insieme ai protagonisti anche la protagonista: la pizza speciale per l’evento di fine estate.
In questo viaggio però abbiamo capito che avevamo a che fare con qualcosa di molto più grande e importante di una semplice partecipazione ad un evento. Abbiamo capito che Le Centenarie sono la Storia della Pizza: storia che ciascuno di questi tredici luoghi “patrimonio dell’umanità” hanno creato, vissuto e attraversato fino ad arrivare – intatti – ai giorni nostri.
Le Centenarie rappresentano 13 famiglie che per 100 anni e più, negli stessi locali, con gli stessi cognomi e legami di parentela, hanno tramandato di generazione in generazione l’arte di “ammaccare”: quell’arte che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’umanità.
Dietro quest’arte, dietro la pizza stessa, ci sono legami con i quartieri, con la città, con le opere d’arte, con le dominazioni, le guerre, con la storia ancora viva di Napoli.
Ed è solo raccontandovi ad uno ad uno i nostri incontri con queste famiglie che possiamo trasmettervi la testimonianza di una storia tramandata che è viva e si ripete ogni giorno.

 Umberto 1916

Il Salotto buono di Napoli, Via Alabardieri, nel quartiere Chiaia, ha la sua Pizzeria Centenaria, che da decenni è un riferimento per i napoletani e per tanti, tantissimi personaggi del mondo dello spettacolo, dell’arte, del Teatro, della poesia, della canzone, che in questi cento anni si sono accomodati ai tavoli di Umberto 1916.

Ci accoglie Massimo Di Porzio, che è un po’ il motore di tutte le attività e che, con la signorilità e l’eleganza che lo contraddistinguono, cura le relazioni e l’immagine del locale oltre ad occuparsi dell’amministrazione e della gestione del personale, compiti che gli hanno consentito di mettere a frutto la sua laurea in economia.

Nonostante l’impegno richiesto dal ristorante trova il tempo per partecipare attivamente alla vita cittadina ed alle attività dell’associazione “Verace Pizza Napoletana” – che ha fondato insieme ad altri ristoratori e pizzaioli e di cui è vicepresidente – che si occupa della promozione e valorizzazione della pizza napoletana, realizzata secondo i disciplinari che ne garantiscono il rispetto del prodotto secondo tradizione.

Ma da Umberto, le anime femminili sono una costante sin dall’origine. Ad affiancare Massimo, troviamo le sue sorelle Lorella e Roberta, eleganti padrone di case con la passione per il vino e la grande capacità di relazionarsi con una clientela esigente ma affezionata alla cucina della tradizione.

Perché anche qui da Umberto, è la tradizione che la fa da padrona, non solo nelle Pizze ma anche in cucina, con le ricette storiche di nonna Ermelinda che dal 1916 cucinava le polpette al ragù e i tubetti “d’ò Treddetè” che ancora oggi potrete trovare sulla carta del menù.

Tanti gli aneddoti che Massimo ci racconta mentre passeggiamo tra i tavoli nelle varie sale del locale, con le fotografie e i ritratti esposti, ed il personale fidato e storico che contribuisce alla chiacchierata.

Tra il pane di Sant’Antonio ed Eduardo de Filippo

Nei racconti dei Centenari, c’è sempre qualcosa che viene fuori con più forza. Un avvenimento, un’iniziativa, un personaggio tra i tanti che racchiude l’essenza stessa della famiglia e del locale.

Massimo Di Porzio ci racconta con fierezza dell’iniziativa di solidarietà messa su, subito dopo la seconda  guerra mondiale, quando Napoli era in ginocchio, semidistrutta dai bombardamenti subiti ed i suoi abitanti in uno stato di povertà e di prostrazione profondi da cui non era facile uscire. La famiglia Di Porzio all’epoca organizzava tanti pranzi di solidarietà nel locale e distribuiva doni e cibo ai bambini orfani di guerra: ma fu il 13 giugno, giorno di Sant’Antonio che prese vita una tradizione che si è conservata poi fino alla fine degli anni ’70: la distribuzione del pane di Sant’Antonio ai bambini e a tutti i bisognosi napoletani, cosa che ancora si fa nel centro storico di Napoli.

L’organizzazione di questa iniziativa impegnava tutta la famiglia dalle settimane precedenti  e tutta la comunità della zona veniva coinvolta: così il miracoloso “pane di Sant’Antonio” veniva distribuito a migliaia di persone.

Un riferimento dunque in momenti duri e difficili della storia, che si respira in ogni angolo dei locali del Ristorante, proprio come succede per ogni Centenario. Ma anche un luogo dove sentirsi a casa, con la cucina della tradizione. Ed è questo quello che cercava il grande Eduardo de Filippo quando quasi quotidianamente faceva visita a Ermelinda e Umberto.

Famosi i siparietti tra Umberto ed Ermelinda quando dovevano mandargli la cena al teatro Sannazzaro: andavano nel panico sapendolo esigente e piuttosto “impiccioso”. Ma spesso anche negli anni successivi Eduardo va a cena nel ristorante, dove preferisce sedersi sempre allo stesso tavolo dietro le tende, da dove può osservare le persone, con la curiosità per gli uomini e per le cose che non lo abbandonò mai, mantenendosi al contempo un po’ nell’ombra, come voleva il suo carattere schivo e riservato.

Era difficile però per uno famoso ed amato come lui passare inosservato e quindi spesso gli venivano chiesti autografi ed anche – secondo la consuetudine del locale dove tutti si esibivano sollecitati dal bravissimo Tonino Restano – di recitare qualche brano. Richiesta quasi sempre respinta tranne che in una o due occasioni, negli anni ’70, in cui era particolarmente di buon umore tanto che ai fortunati presenti fu concesso di ascoltare dal vivo il grande Eduardo recitare le sue poesie.

La Storia di Umberto 1916

Agli inizi del ‘900, Umberto, originario di Posillipo, era molto incuriosito dalla vita di città e, probabilmente, aveva intuito che l’eden in cui lui aveva vissuto era destinato a scomparire, che la modernità avrebbe portato nuove modalità di vita e di relazione e bisognava pensare ai figli che già cominciavano ad arrivare. Propose quindi a sua moglie Ermelinda di fare il grande salto e provare ad avviare una attività a Chiaia.

Il momento era difficile perché si era nel pieno della prima guerra mondiale (lui era stato riformato perché in un incidente di caccia aveva perso due dita della mano destra tant’è che lo chiamavano tutti “Umberto ò treddetè”) ma loro avrebbero iniziato in piccolo e si sarebbero trovati ben sistemati quando sarebbe tornato a splendere il sole perché da bravi contadini sapevano che dopo una tempesta esce sempre il sole.

Il locale fu presto trovato in Via Alabardieri, una traversa di Piazza dei Martiri, luogo strategico della vita cittadina già allora, e nel mese di giugno dell’anno 1916 ebbe inizio la nuova vita di Umberto ed Ermelinda nella piccola trattoria che chiamarono “Da Umberto”. La casa la trovarono proprio sopra il locale e così iniziarono a trascorrere i loro anni tra casa e bottega crescendo nel frattempo i loro sei figli.

Il resto è storia, storia Centenaria, che passando per Pizze, piatti di ragù e tubettoni, narra di vita vissuta, di sacrifici, di lavoro, di famiglia e di grande costanza. Dopo 100 anni ancora a raccontarla, con gli stessi cognomi e tra le stesse mura.

 

 

Un articolo di Valentina Castellano pubblicato il 7 Agosto 2019 e modificato l'ultima volta il 31 Luglio 2019

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