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Le parole di Bussetti sono un Boomerang. Lo dice il Rapporto prove INVALSI 2018

News | 10 Febbraio 2019

Senza entrare nel merito della gestione delle prove INVALSI, spesso messe sotto accusa per le modalità di somministrazione e lo stile della valutazione, che ci sia un divario tra le scuole del Nord e quelle del Sud è un dato acquisito oggettivamente da questo strumento di rilevazione.

La questione, adesso, deve giocarsi sulle motivazioni di questo importante divario scolastico le quali, ci dispiace per il ministro dell’istruzione in quota leghista, non possono essere associate ad una scarsità dell’impegno dei docenti del meridione.

In primo luogo, considerazione elementare anche per me che ho studiato al Sud, tale dato non sarebbe oggettivamente misurabile. E poi perché tra le migliaia di docenti in servizio nelle scuole italiane, la differenza nell’impegno e nella dedizione al lavoro non può essere affatto legata alla provenienza. Ovunque esistono docenti assenteisti e per niente disposti al sacrificio e pensare  di etichettare un insegnante nella categoria di coloro che “non si impegnano” solo perché meridionale, appare quale conclusione stupida e fortemente razzista.

Nelle scuole dislocate in ogni angolo del nostro Paese, migliaia di maestre e professori vivono la professione come un’autentica missione. Talvolta ed in certe zone, alcune gesta appaiono assolutamente eroiche rispetto a quanto un incaricato del MIUR sarebbe tenuto a fare: attività realizzate quasi a costo zero, orario di lavoro indefinito e straordinari spesso non pagati sono all’ordine del giorno per chi vive nel mondo della scuola.

Se volessimo utilizzare lo stesso metro di giudizio del ministro Bussetti, potremmo affermare che esiste, in provincia di Napoli, nel Parco Verde di Caivano, una scuola-modello apprezzata da molti. E potremmo aggiungere anche che la docente più presente d’Italia è una napoletana – Maria Filippis docente di matematica a Portici mai un’assenza in quarantuno anni di servizio – per giungere all’altrettanto errata conclusione che i docenti meridionali siano migliori di quelli del Nord.

Insomma, chiarito il concetto che le dichiarazioni del ministro siano state stupide e razziste, torniamo alla questione centrale e certamente più importante, della quale Bussetti ed il governo farebbero bene ad occuparsi: da cosa dipendono le disuguaglianze nei risultati scolastici?

Il già citato rapporto INVALSI 2018 espone tre cause predominanti che scegliamo di riportare nella loro interezza:

    1. . La spiegazione più diffusa e condivisa, anche se con formulazioni non sempre tra loro equivalenti, è quella che fa appello alla tesi secondo la quale gli alunni sfavoriti dal punto di vista economico e sociale soffrirebbero di uno svantaggio sul piano cognitivo che si crea precocemente e si manifesta fin dall’inizio del percorso scolastico: tali alunni cioè, per ragioni linguistiche e culturali, dovute all’ambiente in cui sono cresciuti e alle stimolazioni ricevute (o, meglio, non ricevute) sono meno preparati degli alunni più favoriti ad affrontare la scuola e a rispondere positivamente alle richieste che da questa provengono;
    2. Una seconda serie di spiegazioni, anch’esse, benché in altra chiave, genericamente ascrivibili a un’interpretazione nei termini di una diversità “culturale”, è quella imperniata sulle differenze negli atteggiamenti e nei valori che distinguerebbero le diverse classi sociali, in particolare per quanto attiene all’importanza attribuita all’istruzione e conseguentemente alle aspettative e ambizioni nutrite nei confronti dei figli, cosa che si riflette a sua volta sui livelli di motivazione e aspirazione di questi ultimi quando entrano nel sistema scolastico;

    3. Un altro filone di studi ha rilevato come i costi, reali e percepiti, dell’istruzione siano inversamente proporzionali alla posizione occupata nella scala sociale: crescenti man mano che si procede verso i gradini più bassi e decrescenti nella direzione opposta. Ciò indurrebbe i membri di classi diverse a comportamenti differenti nella scelta di “quanto” investire nell’istruzione dei figli in termini sia di costi diretti (spese sostenute) che di costi indiretti (mancato guadagno dovuto al prolungamento della formazione), con la conseguenza che la disponibilità all’investimento in istruzione diminuisce con l’abbassarsi del livello di status.

In altre parole, dunque, la questione della disuguaglianza nell’istruzione è anzitutto un allarme sociale e culturale. Lo dice un documento istituzionale che, anche quest’anno, riproporrà agli studenti di ogni ordine e grado lo stesso strumento di rilevazione per valutare i livelli di apprendimento di bambini e ragazzi, suddividendoli per istituzioni scolastiche, città, regioni e macro-aree.

Comprendiamo ampiamente quanto sia semplice ascrivere certe problematiche indicando, senza senso e fondamento come spesso accade , categorie di colpevoli e cause assolutamente errate.

Un ministro realmente interessato al futuro di questo Paese e all’istruzione dei nostri ragazzi dovrebbe, tuttavia, trovare la chiave giusta per migliorare lo stato delle cose.
Al contrario, un governo attento a mantenere alto il consenso, per tenere strette le poltrone sulle quali si è accomodato, farà presto a cerare l’ennesimo nemico contro cui scaricare colpe e responsabilità.

“Si impegni di più, si impegni forte, (caro ministro). Questo ci vuole”. E dopo dichiarazioni di questo genere, faccia lei l’insegnante per una volta. Dia lezioni di stile e coerenza. Non chieda scusa. Non basta. Si dimetta, perché è così che funziona in quei Paesi seri, dove non esistono ministri che fomentano atteggiamenti razzisti e discriminatori per nascondere le proprie responsabilità.

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 10 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 10 Febbraio 2019
#Bussetti   #Invalsi   #nord   #Scuola   #sud  

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