fbpx
martedì 27 ottobre 2020
Logo Identità Insorgenti

L’EDITORIALE

Ieri Willy, oggi Maria Paola: martiri della stessa guerra, bersagli di una società senza pietas

Attualità | 15 Settembre 2020

di Maurizio Amodio

Fino a una ventina d’anni fa, il rito di passaggio all’età adulta per noi maschietti era fare “i tre giorni”. I nativi americani avevano la Danza del Sole, noi i tre giorni. Appena compivi 17 anni, eri considerato abile alla leva militare e quelle 72 ore di visite mediche dopo lunghe code ad aspettare nudi fra le urla e gli insulti di caporali esaltati erano il nostro breve assaggio di servizio militare. Il nostro piccolo “Full metal jacket”. Ti arrivava una cartolina verde e, se avevi la fortuna di essere stato arruolato nell’esercito e non in marina, non dovevi neanche partire, perchè tutto questo teatrino era nella tua città e in pomeriggio te ne tornavi a casa. “Beh, tre giorni di vacanza a scuola”, pensai, quando toccò a me. E invece fu proprio in quei tre giorni che maturai gran parte della mia coscienza politica e capii esattamente cosa non avrei mai voluto essere, nella vita. Alla fine, dopo palpamenti di testicoli da parte di improbabili medici in divisa, dita ficcate nel culo, ordini e insulti vari, realizzai che io il militare non lo avrei fatto MAI. A costo di disertare e farmi tre anni di galera, come avveniva allora, io agli ordini di quella gente non avrei mai obbedito. E ci provai pure, durante i vari test e i colloqui dentro la lugubre caserma di Via Generale Lahalle, a farmi passare per omosessuale, anarchico e soggetto sovversivo. Ma niente da fare: abile alla leva. Questo fu il verdetto.

“Beh, allora sarò obiettore di coscienza”, decisi. Poi arrivarono l’università, i rinvii annuali, le ragazze, Keith Richards, l’alcool, il rock ‘n’ roll, i falò sulle spiagge, la patente e i primi viaggi. E ricordo bene il supplizio natalizio di dover perdere mezza giornata nella ressa in caserma per consegnare la richiesta di rinvio coi certificati universitari e, puntuali, gli sfottò, i fischi e le risatine dei maschioni per cui uno che rifiuta il servizio militare è automaticamente un “ricchione”, o un prete. E quella frase: “Chi nun è buono p’o Re, nun è buono manco p’a Regina”. Ovvero: chi non sa imbracciare le armi non è un vero uomo”. E non tutti erano strafottenti come me. Ho visto ragazzi piangere, per questa cosa.

A ricordarmi dell’esistenza dei signorsì in divisa verde, fu qualche idiota che, vari anni dopo, si perse tutto il faldone che conteneva i miei rinvii e la mia domanda di servizio civile. Per cui, un bel giorno una cartolina blu mi convocò a Pisa per iniziare il mio servizio militare nei paracadutisti. Io. Nei paracadutisti. Sganciato dal cielo in territorio nemico a sparacchiare contro gente che non conosco, mentre cerco di liberarmi da un groviglio di corde e moschettoni. Mi dichiarai renitente alla leva e ovviamente finii sotto processo, con il serio rischio di finire in galera. La ragazza allo sportello a cui dettai il telegramma in cui comunicavo al comando militare che non sarei stato presente alla prima adunata mi guardò sbalordita: “Ma lo puoi fare? Non ti arresteranno, per questo?”.

Ricordo la notte in cui partii in treno per andare in tribunale a La Spezia per l’udienza: mia madre sulla porta che dice: “Maurì, ma torni, o ti arrestano oggi stesso?” “Non lo so, ma’. In ogni caso, se non mi vedete rientrare, buon Natale e portatemi le sigarette, in galera”.

La legge italiana, all’epoca, concedeva la possibilità ai renitenti alla leva di poter svolgere il servizio civile come gesto di clemenza del giudice. Cioè, finire in carcere non era automatico, ma le tue motivazioni dovevano essere convincenti e credibili. E quello era un tribunale militare, non una puntata di “Forum” su Rete4. Rifiutai l’intervento dell’avvocato d’uffico e chiesi di difendermi da solo. Dopo 55 minuti di fluviale dichiarazione spontanea del sottoscritto, il giudice mi assolse: “Amodio, io la assolvo. È molto interessante, la sua conferenza, ma noi stasera vorremmo tornarcene a casa senza mal di testa. Vada, vada. Lei farebbe impazzire chiunque, in una caserma militare. Meglio che faccia il servizio civile e ci lasci in pace”. Nel viaggio di ritorno in treno, finii di leggere “Lettera a una professoressa” di Don Milani e ascoltai Chico Buarque per tutto il tempo col mio walkman a cassette. Mi fermai a Roma, comprai due libri di Mishima per la mia ragazza alla Feltrinelli di Torre Argentina e tornai a casa. “Ah, non t’hanno arrestato?” “No, mamma: l’aggio fatt’ ‘a capa tanta”.

Eppure, qualcosa mi riecheggia in testa, dopo tanti anni: quegli sfottò agli obiettori in quella caserma… “Ricchiooooo’…” E i ragazzi più timidi che uscivano da lì dentro storditi dai “Checca, pederasta, rottinculo, sucacazzi, invertito, femmenie’, frocio”. Il rito di iniziazione alla barbarie. La prima cerimonia di Stato del sopruso, lo svezzamento all’insulto, la scuola della sopraffazione del forte sul debole. A me, scivolavano addosso, senza tracce. Ad altri no. Se ne andavano via con una lettera scarlatta stampata in fronte.

La stessa lettera scarlatta sulla fronte di una ragazza di Caivano.

L’omicidio di Maria Paola Gaglione è figlio di questa sottocultura militaresca del maschio dominante, del mito dell’uomo col cazzo sempre duro, che non ha mai paura, che rispetta tutte le liturgie stantie del macho con le palle, che è “buono p’o Re e pure p’a Regina”. Un retaggio che continua a mietere vittime. E le vittime sono SEMPRE i diversi: gli immigrati, i Rom, gli omosessuali. Ieri, Willy Duarte; oggi Maria Paola Gaglione. Martiri della stessa guerra. Bersagli designati da un sistema sociale, politico ed economico che da più di trent’anni ha imposto una sola ed unica legge: quella della prevaricazione e della soppressione di qualunque diversità. Oggi non puoi più neanche essere semplicemente timido. No. Devi avere certezze, Devi avere muscoli, tatuaggi e nessun dubbio. Devi spaccare il mondo, altrimenti non sei nessuno. E meriti di morire.

Siamo diventati una comunità senza pietas, senza alcuna misericordia per nessuno. Chi si ferma a soccorrere i feriti del sistema è considerato egli stesso un sovversivo da eliminare, da calpestare e sbeffeggiare. Tutto questo non è avvenuto per caso, ma grazie a un freddo, preciso e cinico calcolo politico. Pensavamo troppo, quarant’anni fa. La rabbia sociale generava idee, movimenti, proposte che mettevano in crisi il sistema. Allora si decise che le masse andavano addormentate e incattivite, con un piano strategico che facesse in modo che la rabbia delle periferie urbane degradate e dimenticate dalla politica si direzionasse non più contro il potere costituito, ma contro i soggetti più facili da colpire: i più deboli.

Guardatela bene, Caivano: un’enclave di emarginazione. Senza lavoro, senza scuole, senza prospettive. Ti aspetteresti che in posto del genere possano esplodere i germi di una rivoluzione. Invece no: la costante, scientifica azione narcotica di politica, malaffare, talk show televisivi, grandifratelli e propaganda ininterrotta hanno azzerato ogni capacità critica, riuscendo nel capolavoro assoluto di indurre all’odio verso gli indifesi un’intera società. Non c’è lavoro, non c’è sanità, non ci sono infrastrutture: la colpa è dell’immigrato, del ricchione, della lesbica, della puttana. Odia i più deboli. Non le mafie, non gli imprenditori corruttori e i politici che li rappresentano, non i parassiti del giornalismo asservito, non gli inquinatori e i distruttori di città e campagne. No. Odia gli ultimi. Abbatti il debole. Massacra il diverso.

“Era infetta” è stato detto dal fratello balordo che l’ha uccisa. Infetta… Maria Paola non era l’infezione. ERA LA CURA. Lei e Ciro erano obiettori di coscienza di questa società in divisa, in questa dittatura dei signorsì tutti uguali. La sua libertà, le sue scelte, la sua capacità di amare contro ogni gabbia, confine e pregiudizio non erano la malattia. Erano la via di guarigione.

L’unica possibile in una società che ha deciso di annegare nell’odio per decreto di Stato.

E l’abbiamo calpestata e gettata via.

Un articolo di Maurizio Amodio pubblicato il 15 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 15 Settembre 2020

Articoli correlati

Attualità | 27 Ottobre 2020

DICHIARAZIONI INSANE

Ricciardi: lockdown necessario per Napoli e Milano

Attualità | 27 Ottobre 2020

L’ANALISI

La lotta agli statali è l’alibi perfetto per una guerra tra poveri

Attualità | 27 Ottobre 2020

LA STORIA

Nino chiude le serrande della sua trattoria ai Tribunali: “Grazie mille Stato Italiano”

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi