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L’EDITORIALE

Una Capitale al collasso: il patrimonio storico di Napoli destinato alla rovina

NapoliCapitale | 3 Gennaio 2021

Il crollo dell’arco borbonico di via Partenope rappresenta per molti un epilogo annunciato da tempo. A nulla sono serviti in questi anni gli appelli, le denunce, le segnalazioni fatte affinché un pezzo di storia della città venisse finalmente rimesso in sicurezza prima che fosse troppo tardi. Basterebbe fare una semplice ricerca dell’arco borbonico su questo sito per incappare in decine di articoli e di foto dedicati all’argomento.

Ciò che più di tutto fa rabbia è l’idea che ogni pezzo di storia di Napoli sembra pian piano sgretolarsi sotto l’impotenza dei cittadini e l’ancor più grave immobilismo delle istituzioni, costrette a guardarsi le spalle in un Paese nel quale l’assunzione di responsabilità rappresenta un fardello troppo gravoso da sopportare. E così ci ritroviamo a vivere in una città in rovina: da una parte stritolata dall’enorme debito di Palazzo San Giacomo, e dunque privata – ormai da tempo – di ogni parvenza di manutenzione ordinaria; e dall’altra dall’immobilismo decisionale degli amministratori locali, campioni indiscussi nella strategia dell’attesa o dell’abusata pratica dello scaricabarile.

Fondi Unesco

Per il solo recupero del complesso monumentale degli Incurabili, in parte collassato su se stesso un anno e mezzo fa, la Regione Campania ha stanziato ben 100 milioni di euro (di cui 80 milioni nell’ambito dei piani per l’edilizia sanitaria), la stessa cifra che l’Europa ha messo sul tavolo di Palazzo San Giacomo per il recupero del centro antico della città di Napoli e che ancora giace per buona parte inutilizzato. Nel 2019 la somma utilizzata per il patrimonio napoletano era di appena 15 milioni di euro, il 15% del totale dopo oltre 10 anni di pura agonia. Fonti attendibili sostengono che la percentuale, nell’ultimo anno, sarebbe salita al 20% o poco più. Di questo passo nel 2023, prossima scadenza fissata dall’Europa, si coprirà appena il 35% del totale: i restanti 65 milioni tornerebbero dunque a Bruxelles, per buona pace dei napoletani e del patrimonio artistico della città. Uno sperpero di tempo inaccettabile, soprattutto in considerazione della fragilità lapalissiana del centro storico di Napoli.

Non sono bastati i crolli di questi anni, non è bastata neanche la tragica morte di Salvatore Giordano, il 14enne deceduto per il crollo del cornicione della Galleria Umberto nell’ormai lontano 2014; non è servita la morte di Rosario Padolino, il commerciante di via Duomo colpito da un calcinaccio appena un anno e mezzo fa.

Il grande progetto Unesco è partito con la programmazione 2007-2013, ed è stato poi trasferito su quella successiva. La deadline fissata dall’Europa scade dunque il 31 dicembre del 2023, non si accetteranno ulteriori proroghe dopo 16 anni di semi immobilismo provocato dal pantano burocratico che attanaglia Napoli. Fondi stanziati nel 2007, pensate, 13 anni fa. Non abbiamo la sfera di cristallo ma è ragionevole pensare che se fossero stati spesi tutti nei tempi previsti la città avrebbe potuto chiedere nuovi finanziamenti per mettere in sicurezza l’immenso patrimonio artistico di cui dispone, anche perché i 100 milioni erogati dall’Europa non sono di certo sufficienti a riqualificare e rendere fruibili le svariate decine di chiese chiuse della città, tesori come il teatro greco-romano di Neapolis, la Galleria Umberto, con i lavori mai partiti per l’eterno contenzioso tra il comune e i condomini proprietari, Palazzo Penne, i Mannesi, l’agorà sotto San Lorenzo Maggiore, ancora tutto da scoprire, la Villa Comunale, i ponti rossi, il lungomare e le sue fontane monumentali, la Villa Floridiana, il Cimitero delle 366 fosse e così via…

Scempio Girolamini

Piove sul bagnato ad esempio ai Girolamini, l’ultimo crollo – appena qualche settimana fa – nel chiostro dell’aranceto. I ponteggi sulla facciata del complesso napoletano insistono dal 2017: dietro le impalcature e ai teli stracciati dal tempo non si sono mai visti operai.

Nel progetto Unesco non poteva certo mancare questo gioiello barocco del centro antico, per esso sono stati stanziati 7,7 milioni di euro ma il rimpallo burocratico tra Comune e Soprintendenza da una parte e azienda aggiudicatrice dall’altra è giunto a un punto di rottura, con l’impresa esecutrice dei lavori che – attraverso l’architetto Paolo Rocchi – ha giudicato insufficiente il programma di restauro elaborato dalla Soprintendenza. Bisogna redarre e approvare una variante ma al momento non ci sono accordi, com’era prevedibile, e con ogni probabilità si dovrà attendere il concorso internazionale del Mibact previsto a settembre, che eleggerà (finalmente) un direttore a capo del Complesso dei Girolamini.

Il Sacro Tempio della Scorziata

Il Sacro Tempio della Scorziata a Napoli, fondato nel 1579 a pochi passi da piazza San Gaetano e da via Tribunali, è abbandonato definitivamente al degrado dagli anni settanta. Dopo i numerosi cedimenti strutturali, il colpo di grazia nel 1980, quando il terremoto irpino contribuì alla sua fine: qui vennero compiute razzie di ogni genere e furono rubati oggetti di pregio e capolavori dell’arte. L’assenza di interventi di recupero necessari l’ha trasformata in quello che vediamo attraversando il centro storico: una “chiesa velata” appunto, di cui si attende il crollo senza fare nulla.

Un degrado assoluto, peggiorato dopo l’incendio della notte tra il 16 e il 17 gennaio del 2012 a causa dei festeggiamenti del cippo di Sant’Antonio e per mano dell’incoscienza popolare: fuoco che consumò in poco tempo i residui lignei delle travi, sventrando l’intero edificio.

La cosa grave è che nel 2014 Il Sacro Tempio della Scorziata è entrato all’interno di un bando di gara per il recupero del Centro Storico di Napoli, per la valorizzazione del Sito Unesco; da sei anni la Scorziata attende il suo recupero: inutili a questo fine appelli e allarmi giunti da più parti.

Gli eterni ponteggi di San Lorenzo Maggiore

Il 13 agosto del 2013 fu invece approvato il progetto preliminare per il recupero della torre e della facciata della chiesa del Complesso di San Lorenzo Maggiore. Siamo in piazza San Gaetano, nel cuore del centro antico di Napoli, tra via Tribunali e San Gregorio Armeno, crocevia obbligatorio per ogni turista in visita alla città. I finanziamenti per la rifunzionalizzazione del sito provengono anch’essi dal POR FESR CAMPANIA 2007-2013 relativi al Grande Progetto Unesco Centro Storico di Napoli. La gara per il restauro fu aperta nel 2015 ma ad oggi non se ne conosce l’esito. Nello stesso anno, sull’onda emotiva della tragica morte del giovane Salvatore Giordano causata dalla caduta di calcinacci nella Galleria Umberto I, intervenne la Soprintendenza, con l’installazione dei ponteggi sulla splendida e ormai occultata facciata della chiesa gotica di San Lorenzo Maggiore. Da allora tutto è rimasto cristallizzato, un obbrobrioso groviglio di ruggine e teloni.

Il ponteggio della Soprintendenza, che doveva essere smontato dopo la spicconatura e la messa in sicurezza della facciata della chiesa, resiste quindi indisturbato da ben 5 anni, cancellando difatti un’ampia porzione della splendida e affollatissima piazza San Gaetano. Dietro la fredda ragnatela delle impalcature si celano lo splendido portale gotico e la facciata barocca della chiesa di San Lorenzo Maggiore, e parte del campanile del convento adiacente, con gli storici stemmi dei sedili di Napoli.

Extra moenia: la Crypta Neapolitana

Esiste un luogo a Napoli che per quasi 2000 anni è stato al centro della vita cittadina, seppur dislocata rispetto al centro della città. Parliamo della Crypta Neapolitana, conosciuta anche come la Grotta di Posillipo, una galleria nel tufo giallo di Napoli che collegava Napoli ai Campi Flegrei. Si tratta di uno dei siti più significativi della storia di Napoli e certamente tra i meno conosciuti: da queste parti, per lunghi secoli, si propiziavano riti pagani ai quali furono sovrapposti i culti cristiani; proprio a ridosso di questa galleria prendeva vita una delle feste più celebrate e importanti d’Europa, la festa di Piedigrotta. Davanti all’accesso occidentale della galleria fu edificata la chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, fu eretto il tempio dedicato a Virgilio, mago e taumaturgo tanto amato dai napoletani, e il cenotafio dedicato a Leopardi, che proprio in questa città trovò la sua morte.

La vecchia Grotta di Posillipo fu narrata dagli storici latini e dai viaggiatori del Grand Tour, oltre ad essere immortalata in numerosi dipinti e stampe dei secoli passati; a metà percorso custodiva il bassorilievo del dio Mitra (oggi al Museo Archeologico di Napoli) a cui si contrappongono affreschi e simboli criatiani. La stessa genesi della grotta, realizzata da Lucio Cocceio nel I secolo, è ammantata da mistero e da leggende, come spesso accade da queste parti. La più curiosa narra che il sommo Virgilio, armato di bacchetta e assistito da un esercito di demoni evocati nella notte, avrebbe traforato la montagna dalla sera alla mattina, da oriente a occidente, assecondando il cammino del sole, che due volte all’anno durante gli equinozi bagna con un guizzo di luce l’intero traforo. Una grotta misteriosa, che nei secoli ha alimentato leggende e propiziato quei riti iniziatici che accompagnano l’incredibile storia di questo luogo millenario.

Un sito eccezionale, ricco di storia e di fascino che giace chiuso da quasi un secolo. Nel 2005, con la giunta Jervolino, fu approvata una delibera per l’agognato restauro della Crypta: sul piatto 3 milione e 500 mila euro che, tuttavia, non servirono a riaprire il sito. Negli uffici del Ministero dei Beni Culturali esiste uno studio di fattibilità per un intervento sulla galleria “che prevedeva il recupero funzionale dell’antica viabilità da adibire al traffico pedonale e ciclabile di collegamento tra i due quartieri di Napoli garantendo un miglioramento dei collegamenti con la stazione di Mergellina (e la futura Linea 6).”

Il progetto di recupero era suddiviso in cinque lotti: il primo denominato “ingresso lato Fuorigrotta” che consiste in 100 metri di galleria finanziato dal Comune di Napoli e che risulta completato per una spesa di circa 2 miliardi e mezzo di vecchie lire; il secondo lotto chiamato “ingresso Piedigrotta” anch’esso di 100 metri sempre finanziato e completato dal Comune di Napoli; terzo, quarto e quinto lotto denominati “lato Fuorigrotta” “completamento lato Piedigrotta” e “galleria centrale di collegamento” non sono stati mai realizzati per mancanza di fondi già nel 2009.

Extra moenia: chiesa di Santa Maria di Portosalvo

Assume tratti foschi e inquietanti il restauro della chiesa di Santa Maria di Portosalvo, all’inizio di via Marina. Il tempio fu edificato nel XVI secolo da un manipolo di marinai scampati miracolosamente a un nubifragio, eretto su uno scoglio proteso sul mare e oggi ingabbiato nel caotico conglomerato urbano della città, in un crocevia strategico e assai trafficato che ne ha infine segnato l’amaro destino. La chiesa infatti, chiusa da ben 30 anni, è stata preda delle speculazioni da parte di soggetti privati che avrebbero dovuto garantire il ripristino dello stato dei luoghi attraverso gli introiti derivanti dalla vendita di spazi pubblicitari sulle quattro facciate della chiesa. Dopo anni di polemiche e di denunce, Portosalvo resta imbavagliata sotto i teloni allestiti dall’ultima ditta aggiudicataria dei lavori, quella Spm di Carinaro finita sotto la lente d’ingrandimento della direzione distrettuale antimafia per i suoi intrecci con i clan di Casal di Principe.

Il listino della Spm – come racconta Amalia De Simone per il Corriere – era di tutto rispetto: 120 mila euro al mese per le pubblicità sui tabelloni che circondano la chiesa a fronte di appena 9 mila e 300 euro destinati alla ditta incaricata dalla Spm ad eseguire il restauro. Neanche il 10% del guadagno potenziale, uno scandalo indegno perpetrato ai danni della comunità. Tra i clienti illustri persino la Regione Campania, che negli anni ha acquistato diversi spazi pubblicitari di Portosalvo, erogando nelle casse dell’azienda legata ai casalesi decine di migliaia di euro per promuovere eventi culturali come le Universiadi e i “risultati” della gestione deluchiana. Propaganda elettorale, perlopiù.

Un panorama di rovine

Ci sono tanti esempi sparsi per la città che avrebbero bisogno di interventi conservativi di tutela, ad esempio la grande balaustra della scalinata di Largo San Marcellino, uno dei rarissimi esempi di arte barocca urbana e oramai prossima al crollo, la facciata della chiesa di San Giovanni a Pappacoda e il suo portale marmoreo, splendido esempio di tardo-gotico fiorito, S.Maria del Pianto sulla collina di Poggioreale, una chiesa oramai dimenticata da tutti, realizzata per commemorare le vittime della peste del ‘600 e arricchita dalle opere di Luca Giordano e Andrea Vaccaro. Sotto la sua superficie – pensate – si celano le cave risalenti al V a.C. utilizzate dai Greci per edificare l’antica Neapolis.

Potremmo continuare l’elenco ancora a lungo, potremmo raccontarvi delle erbacce che spiovono robuste dai cornicioni antichi mettendo a rischio i passanti, o delle migliaia di euro spesi ogni settimana per il noleggio delle impalcature che imbavagliano i  nostri monumenti, potremmo continuare a lungo – dicevamo – ma gioverebbe a poco, se non ad alimentare quel senso d’impotenza e di frustrazione che ci pervade mentre osserviamo inerti l’oblio in cui precipita una buona fetta del patrimonio della città.

Antonio Corradini

Foto Sergio Valentino

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 3 Gennaio 2021 e modificato l'ultima volta il 21 Maggio 2021

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