martedì 14 agosto 2018
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LEOPARDI E NAPOLI

Nel 181° anniversario della morte la seconda puntata sui luoghi del poeta dentro Partenope

Cultura | 13 giugno 2018

Eravamo rimasti, la settimana scorsa, in questo nostro viaggio alla ricerca dei luoghi di Leopardi, accennando all’ultima casa napoletana occupata da lui e da Antonio Ranieri  (lo potete chiamare Totonno se pure voi siete poeti).

È la casa dove hanno vissuto più a lungo a Napoli, dal maggio del 1835 al giugno 1837, e si trova in vico Pero n°2. Affaccia su via Santa Teresa degli scalzi, poco sopra il Museo Nazionale.

Se guardate il palazzo da questa strada, all’incrocio con via Materdei, vedete la lapide che ricorda l’accaduto. È stata proprio questa iscrizione, vista una mattina, che ci ha suggerito l’idea di andare a cercare per Napoli Leopardi. Ed è il posto, durante questa ricerca, dove più spesso siamo stati. Adesso ci ritorniamo e, grazie alla cortesia dell’attuale proprietario, riusciamo ad entrare proprio nell’abitazione.

È una casa vasta, ma a noi, che non volevamo essere troppo invadenti, bastava scattare una foto dal balcone: la casa, sono passati quasi due secoli, è ovviamente cambiata e a noi del poeta interessa la visione. Nella foto vedete ripreso di lato il balcone dal quale si affacciava il conte, dà su via Santa Teresa. Sembra che amasse molto starsene qui affacciato a guardare fuori. Oggi forse, con il traffico delle macchine è meno pittoresco, ma se uno prova a ricostruire col pensiero come poteva essere senza il pullman che sta passando adesso, forse si immedesima un poco negli occhi del poeta.

Questa non è una casa qualunque, è stata l’ultima casa terrena di Leopardi, è qui che è passato oltre, il 14 giugno 1837, proprio oggi, 181 anni fa.

Allora ringraziamo molto il proprietario che gentilmente ci ha aperto pure se stava in vestaglia, e torniamo in strada.

Ma pensando a quell’ultimo giorno teniamo dentro un poco di silenzio. Cca ce vo nu cafè, il bar più vicino sta a pochi metri, sullo stesso lato del palazzo, sempre su via Santa Teresa, entriamo. Dietro al bancone ci sta un signore affabile coi baffi e gli occhiali rossi, ogni volta che siamo venuti in questo bar sulle tracce di Leopardi ci ha detto sempre qualche notizia, anche a lui incuriosisce ‘sto poeta. Alla moglie invece sta antipatico, ogni vota ca trasimme ci dice: si però Leopardi era tropp’ triste, una sola poesia sua è bella: “A Silvia”.

E noi ogni volta proviamo a difendere un poco la memoria del poeta: si ma “L’Infinito” per esempio, ve la ricordate? A me, rileggendola adesso, mi pare molto positiva, mi sembra la descrizione perfetta di un attimo di illuminazione.

Ma a giudicare dall’espressione della signora nun l’avimme convinta. Però almeno ce simme pigliat nu buonu cafè e distratti nu poco.

Poi ci viene in mente una domanda: ma Leopardi, quando usciva di casa aro’ se ne ieva?

Un luogo di sicuro lo ha visitato, abbiamo le prove. Si trova a piazza Dante, che a quell’epoca si chiamava ancora piazza del Mercatello: è la scuola del marchese Basilio Puoti, accademico della Crusca e compilatore anche di un bellissimo Vocabolario domestico napoletano e toscano. In quella scuola di belle lettere andava un giovane ragazzo che diventerà famoso, Francesco De Sanctis, e quel ragazzo in un suo libro così ci racconta:

Una sera egli (Basilio Puoti ndr) ci annunziò una visita di Giacomo Leopardi … quando venne il dì grande era l’aspettazione … Ecco entrare il conte Giacomo Leopardi. Tutti ci levammo in piè, mentre il marchese gli andava incontro. Il conte ci ringraziò, ci pregò a voler continuare i nostri studi. Tutti gli occhi erano sopra di lui. Quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità. Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al disotto degli altri. In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la vita s’era concentrata nella dolcezza del suo sorriso. Uno degli <Anziani> prese a leggere un suo lavoro. Il marchese interrogò parecchi, e ciascuno diceva la sua. Poi si volse improvviso a me: “ E voi cosa ne dite, De Sanctis?” … Parlai una buona mezz’ora e il conte mi udiva attentamente, a gran soddisfazione del marchese, che mi voleva bene. …Quando ebbi finito, il conte mi volle a sé vicino, e si rallegrò meco, e disse ch’io avevo molta disposizione alla critica…… Il marchese, che, quando voleva, sapeva essere gentiluomo, usò ogni maniera di cortesia e di ossequio al Leopardi, che parve contento quando andò via. La compagnia dei giovani fa sempre bene agli spiriti solitari. …” (1)

Insomma non solo c’era stato ma s’era pure divertito. (C’o vulesse ricere alla moglie del barista n’coppa Santa Teresa).

Ormai avete capito che dopo aver letto di sicuro siamo andati a vedere.

È il palazzo rosso che sta esattamente, su via Toledo, di fronte a Port’Alba. La facciata è imponente e anche il portone. Al primo piano sventola l’insegna di una Accademia del make-up, cambiano i tempi e i tipi di scuole, e ci viene da sorridere un momento pensando alla faccia del marchese Puoti che non voleva nomi altisonanti: voleva che la sua accademia venisse chiamata semplicemente studio. Entriamo oltre il portone, a destra c’è una scuola di tango, a sinistra una confraternita. Insomma palazzo Ruffo di Bagnara, costruito all’inizio del ‘600, restaurato dal fratello di Domenico Fontana, attaccato dai rivoltosi di Masaniello nel 1647, sede del Comitato Napoletano di Liberazione Nazionale alla fine dell’ultima guerra mondiale, ne ha viste, e continua a vederne, di tutti i colori. (3) Poi ci avviamo oltre il cortile, c’è una scala bellissima, ampia, dopo le prime rampe venite accolti da un gruppo scultoreo enorme. Negli angoli dei pianerottoli ci sono delle piccole sedute. Le fotografiamo chiedendoci se per caso Leopardi, salendo quella sera questa scala non si sia fermato qui un momento per riprendere fiato. Incontriamo due inquilini ma nessuno dei due sa dirci dove fosse quella scuola. Lasciamo a voi di indagare oltre, a noi per ora è bastato varcare quella soglia e salire i gradini in compagnia del conte.

Poi a Napoli arrivò il colera. E De Sanctis di nuovo ci racconta: “Le immaginazioni furono colpite; la paura rendeva irresistibile l’epidemia. … Non c’erano allora giornali; il governo col suo mutismo accresceva il terrore e provocava le esagerazioni. … La vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe, erano deserte”. (1) E quindi anche lo studio del Puoti per un po’ dovette chiudere, “…il marchese con tutta la sua famiglia s’era ricoverato in Arienzo”.(1)

E pure Leopardi e Ranieri per cercare di proteggersi dal morbo decidono di spostarsi in campagna, a Torre del Greco, nella casa di Giuseppe Ferrigni, cognato di Ranieri. Quella diventata famosissima per una poesia, Villa delle Ginestre. Sta in mezzo alla campagna, vicino al Vulcano, sotto.

Ci andiamo una mattina in circumvesuviana. Questo posto è così importante nella nostra memoria collettiva che la ferrovia gli dedica una fermata intera: Villa delle Ginestre. Scendiamo. Sul treno ci stava un milione di persone che andava a Pompei, a questa fermata siamo scesi soltanto noi. Subito fuori alla stazione, troppo amata da chi scrive sui muri, molto meno, sembra, da chi quei muri dovrebbe curarli, c’è il cartello con la storia della villa. Poi iniziamo a salire a piedi. Proviamo a cercare una strada secondaria, per pedoni, ma pur chiedendo e richiedendo ci spediscono tutti su un vialone largo buono più per le automobili; però almeno ci sono le indicazioni per la villa. A un bivio la strada comincia a farsi più stretta. Siamo quasi arrivati, si gira per campagne.

La terra è nera di Vesuvio, ci sono gli orti. Una signora sta proprio adesso nel suo campo a raccogliere i piselli. C’è qualche vite per pochi e qualche albero da frutti. Poi finalmente la casa: il cancello è semichiuso però si passa. Già il cortile è bellissimo, ampio, panoramico: si vede Capri nell’acqua. La porta a vetri è accostata ma basta usare la maniglia.

È un ambiente centrato, a forma di quadrato. Un gentilissimo dipendente del comune ci accoglie e ci lascia salire, siamo gli unici visitatori. La scala per il piano di sopra ha le alzate comodissime: sembra l’abbia disegnata il Vanvitelli che in questa casa è stato ospitato. Secondo me ha accentuato la prospettiva di questa scalinata, stringendola man mano che si sale in alto. Ricorda un poco quella della Reggia di Caserta, che vista da lontano sembra enorme ma poi a salirci ha i gradini bassi bassi e finisce subito. Poi finalmente la stanza del poeta.

Ci sono mobili dell’epoca, il letto con le tavole, la scrivania. Dalla finestra non si vede il Vesuvio. Ma il monte si sente in questo posto, è alle spalle, ma è come se fosse dappertutto. E doveva essere ancora più forte la sua presenza all’epoca perché era molto più attivo, di notte si vedevano le fiamme.

Poi da una scaletta corta che mentre salite sembra portare in cielo, andiamo sul tetto della casa: è una grande terrazza. da qui si vede bene che questa villa sta sulla linea esatta tra il Vesuvio e Capri, fuoco e acqua, dio Vulcano e Sirene di mare. Poi riscendiamo.

All’uscita il custode ci mostra una reliquia, qualcuno che il poeta lo ha conosciuto di persona: è il cipresso che sta qui a fianco alla villa. Vedete un cipresso particolare, sembra consumato dalla vita ma resiste, ormai è diventato amico del tempo.

Poi chiediamo al guardiano se c’è un’altra strada, pedonale, per tornare al treno e con grande gentilezza ci apre un grande cancello, dalla parte opposta dalla quale siamo entrati. Fuori c’è il basolato e le recinzioni delle altre campagne. Pini molto alti, larghi con il loro ombrello, fino a un vecchissimo cancello un poco sbilenco, usciamo e fuori c’è scritto Villa delle ginestre. Adesso sembra l’ingresso di servizio, era invece quello principale molto indietro nel tempo.

Continuiamo a scendere, seguendo le indicazioni ricevute dal custode: è una strada strana, corre tra due muretti neri, ci passa solo una fila di macchine, allora chi ci arriva per primo, suona il clacson per prendersi lo spazio e fermare chi viene dal lato opposto. Si torna tra le case moderne, poi per riprendere il treno c’è un’altra stazione, questa ha proprio un nome poetico, si chiama Leopardi.

Ma se è vero quello che dice il Ranieri: “nessun uomo al mondo ha tanto odiato la campagna quanto Leopardi la odiava, dopo averla tanto inimitabilmente cantata. …Napoli l’attraeva come la stella attrae il pianeta” (2) (pare di sentire Woody Allen che fuori da New York, anzi Manhattan, non riesce a campare), non ci meraviglia sapere che appena può, appena l’epidemia di colera sembra essersi calmata, chiede di tornare a Napoli. E allora torniamo pure noi nella Capitale.

Una delle volte che eravamo andati a bussare alla casa di vico Pero per prendere notizie, ispirazione, o vedere se ci facevano entrare, dopo eravamo andati pure al bar di cui già vi abbiamo parlato, si chiama bar Puoti, mo v’o ddicimme, chè non è un segreto.

Mentre prendiamo un caffè facciamo come al solito due chiacchiere col proprietario e come sempre esce in mezzo Leopardi. Il signor Puoti però stavolta ci fa: “lo sapete che il certificato di morte sta ancora nella chiesa qua dietro?”

Ah, e questa è una notizia che non avevamo ancora afferrato. Ci incuriosisce vedere un documento scritto quel giorno. Andiamo alla chiesa, parliamo col parroco, poi chiediamo i permessi necessari, e finalmente una mattina torniamo per vedere.

Il diacono ci sta aspettando, ha già preso dall’armadio il registro con su scritto “1837” e lo ha poggiato sul tavolo. È un librone rilegato in pelle, chiuso con lo spago, e scritto credo con la penna d’oca. Sulla sinistra una freccia tracciata a matita indica l’ospite illustre di cui in mille avranno chiesto. Sono tre righe esatte, in un italiano di un’altra epoca, separate da altre registrazioni fatte lo stesso giorno, 14 giugno 1837, soltanto da due linee orizzontali: andate a vedere tra le immagini, lo abbiamo fotografato.

Come sapete anche la tomba del poeta si trova nella nostra città, vicino a quella di un altro poeta, molto più antico e pure lui nato più a nord del nostro golfo, Virgilio.

Intorno alla sepoltura anche c’è parecchio mistero: Ranieri sostiene di essere riuscito, dietro molte insistenze, e l’intervento del ministro Delcarretto, a farlo seppellire nella chiesa di San Vitale, a Piedigrotta. Altri sostengono che il corpo sia invece finito, a causa del colera che imperversava in città in quei giorni, nelle fosse comuni, nel rione Sanità, altri raccontano ancora altre storie.

Oggi comunque al poeta sorge un grande monumento, in un parco tranquillo, recintato di alloro. C’è anche la lapide che prima si trovava presso la chiesa di San Vitale, con la civetta simbolo di saggezza, e il serpente in circolo che ricorda il ritorno delle cose del mondo. Alla base del monumento ci sono dei fiori. Anche in questo posto di Leopardi c’è pochissima gente ma non è abbandonato.

Il parco continua verso la tomba del poeta latino. C’è l’altro ingresso della Crypta Neapolitana, la prima galleria che metteva in comunicazione Napoli con la zona di Agnano. Appena fuori c’è una iscrizione con versi di Leopardi che parla di Virgilio. Poi si sale una scaletta di tufo, e c’è un piccolo edificio a forma di cono. Subito fuori ci sono le iscrizioni antiche che dicono che qui si conservano le spoglie del poeta mantovano. All’interno c’è un braciere a tre piedi di ferro: ha dentro un ramo di alloro, quello dei poeti, che cresce qui attorno, e nel piatto stamattina ci sono tanti biglietti colorati, qualcuno ha scritto pure su quello del pullman: dediche a Virgilio ma pure a Leopardi. Il tempo mischia le carte per quelli che dentro la memoria delle persone conservano uno spazio. Sono dediche interessanti, commenti seri e battute di spirito, ce ne sta pure una in una lingua orientale fatta di ideogrammi: l’unica cosa che capisco è Virgile, la parola finale.

Siamo arrivati alla fine di questo nostro viaggio e vorremmo darvi un consiglio: se una domenica non tenete idea di dove passeggiare noi vi suggeriamo l’idea di partire da sopra al Museo Nazionale, di andare poi lungo via Toledo, verso i Quartieri Spagnoli, andare insomma da una casa all’altra a trovare il poeta, pure se non potete salire ché lui sta dormendo e Paolina, la sorella di Ranieri che lo accudisce, non vi farà entrare.

Se poi girate per Spaccanapoli, in via Domenico Capitelli 14, all’angolo con via Cisterna dell’Olio, c’era la bottega di Starita, l’editore napoletano dei “Canti”. Leopardi lo chiama “pidocchioso libraio, il quale… sicuro dello spaccio, ha dato la più infame edizione che ha potuto, di carta, di caratteri e di ogni cosa”. E quando uno non fa un lavoro fatto bene si sa prima o poi è destinato a chiudere. Oggi al posto del libraio trovate un negozio in cui potete entrare per farvi un bel panino: al posto della carta per libri trovate la carta per avvolgere la mozzarella.

Poi verso piazza Carità vi potete rinfrescare mettendo uno sopra all’altro 3 o 4 gelati, però non dite che è un’idea vostra perché l’ha inventata il conte nella Bottega del Caffè di Vito Pinto. Scendendo ancora vi potete fermare all’angolo di via Toledo di fronte a via San Giacomo, qua ci stava il Caffè Trinacria dove Leopardi sembra che chiedesse quasi più zucchero che caffè dentro una tazzina.

Insomma ve ne andate a spasso pensando ad un poeta che amava andare in giro per queste stesse strade.

Poi potreste andare dentro la Biblioteca Nazionale, dentro Palazzo Reale: dice che mo è diventato un posto di moda, però voi magari andateci soltanto per vedere le sale bellissime, in silenzio, e farvi prestare un libro del conte Giacomo. La maggior parte delle opere originali, scritte di persona da lui, e moltissime sue lettere, sono conservate dentro queste sale. Poi potreste passare per Santa Lucia, salire al Pallonetto, perché Leopardi amava mischiarsi con la gente. Dopo potreste scendere a vedere il mare lungo via Caracciolo e andare a cercare la tomba sopra piazza Sannazaro. Visto che vi trovate andate a trovare pure Virgilio, dalla sua tomba si vede il mare e il castello sull’isolotto di Megaride. Il finale migliore, quello che secondo noi avrebbe fatto il poeta stesso, che amava mangiare, è una delle pizzerie della zona, brindando alla vita eterna della poesia bella.

Mo però aspettate un momento, vi devo raccontare un fatto curioso, nun ce pozzo fa niente:

Una delle volte che ero andato al bar Puoti, vicino all’ultima casa di Leopardi, non c’era il signore solito dietro al bancone, c’era invece una ragazza giovane: aveva un’espressione molto dolce e portava un cappello di lana che dava l’impressione di una forma antica. Per un attimo resto molto sorpreso: gli occhi azzurri con lo stesso taglio, il naso, pure la forma della bocca; non lo so, in qualche modo, ma sarò io di sicuro che mi so’ fissato, mi pare, di viso, identica al conte.

Testo e foto Francesco Paolo Busco

Riferimenti:

1 Francesco De Sanctis: “La giovinezza”, Guida Editori

2 Antonio Ranieri: “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, Arturo Berisio editore 1965

3 Palazzi di Napoli www.palazzidinapoli.it

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