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L’EVENTO

Gli Etruschi al MANN: tornano le grandi mostre a Napoli

Beni Culturali | 13 Giugno 2020

Tornano a Napoli le grandi mostre. Da ieri è possibile visitare la mostra “Gli Etruschi e il MANN”, in programma al Museo Archeologico Nazionale di Napoli sino al 31 maggio 2021.

L’esposizione, che raccoglie circa 600 reperti (di cui 200 visibili per la prima volta), è stata curata da Paolo Giulierini (Direttore del MANN) e Valentino Nizzo (Direttore Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia); il coordinamento scientifico è di Emanuela Santaniello (funzionario archeologo del MANN) e l’organizzazione è di Electa.

Gli Etruschi in Campania e gli Etruschi al MANN

Divisa in due sezioni, “Gli Etruschi in Campania” e “Gli Etruschi al MANN”,  l’esposizione si colloca alla fine della sezione dedicata alla Preistoria e  abbraccia un arco temporale di circa sei secoli. 600  i pezzi di cui 200 praticamente inediti.

Un percorso serpentiforme con due video che aprono e chiudono l’esposizione. Polibio, lo storico, ricordava a tutti che se si vuole conoscere la grandezza degli Etruschi “non ci si deve riferire al territorio che essi possiedono al presente ma  alle pianure ( quella padana del Nord e quella campana nel Sud) e alle rendite che se ne ricavano”. Un approccio economico alla studio degli Etruschi  che è  moderno in maniera quasi sconvolgente. Il controllo di estesissime pianure che erano fertilissime fece sì in effetti che arrivassero a quel livello di sviluppo economico che ha consentito agli Etruschi di dominare gran parte d’Italia e di dare un nome etrusco al Mar Tirreno e anche a quello Adriatico.

Corredi funerari a confronto che raccontano mode e influenze

Due soste imperdibili nelle prime sale sono la Tomba Bernardini di Palestrina con un corredo di più di 60 oggetti da Villa Giulia, messo a confronto con il corredo della Tomba Artiaco 104 di Cuma, due personaggi protagonisti della loro epoca distanziati di circa una generazione uno dall’altro. Nessuno di loro però etrusco. Ci raccontano l’epoca che hanno vissuto che è il periodo cosiddetto orientalizzante. Un greco di Cuma che può aver assistito alla fondazione euboica della città  il quale si imbeve del linguaggio omerico nella modalità in cui viene strutturata la cerimonia funebre , quasi una trasposizione del funerale che Omero descrive di Patroclo. Quando gli archeologi scoprirono questo contesto era la prima volta che vedevano materializzarsi davanti ai loro occhi questo tipo di rituale. Lo scoprì un cacciatore di tesori, un tombarolo, Gaetano Maglione. Nel calderone recuperarono un’urna d’argento  con i resti del defunto cremati avvolti in un panno color porpora esattamente come veniva descritto Ettore alla fine dell’Iliade. Il nostro sconosciuto era circondato dalle armi distrutte dal fuoco e intenzionalmente piegate. Una di queste armi è di origine egea probabilmente euboica. Uno scudo etrusco copriva il calderone e una serie di ornamenti in stile etrusco lo abbellivano nella vita quotidiana e oltre la morte.

Probabilmente lo scudo doveva essere un dono. Una pratica comune tra i ricchi che si scambiavano regali per mantenere buoni rapporti. Lo scudo poteva essere il segno dei buoni rapporti con la città di Capua. Gli oggetti si scambiavano di continuo così come le donne che venivano anch’esse scambiate.

Electa e la cura di un progetto di studio e non solo di un catalogo

La Tomba Artiaco era stata già esposta nella mostra “Pompei e gli Etruschi” nella Palestra Grande del Parco archeologico a mostrare quanto gli interscambi fra i popoli ne influenzassero mode, ornamenti e corredi funerari.

Percorsi che si intersecano anche quelli con la casa editrice Electa che cura un progetto iniziato a Pompei con “Pompei e l’Egitto”, “Pompei e i Greci”, “Pompei e gli Etruschi” e terminerà in collaborazione con il MANN con “Pompei e Roma”. Progetti di studio e non semplici pubblicazioni di cataloghi.

Le vetrine storiche restaurate

Passano forse inosservate le vetrine storiche restaurate dal laboratorio di Restauro e  che invece alludono all’Ottocento e al Novecento, secoli in cui si riscopre la storia degli Etruschi in Campania e l’archeologia che andava strutturandosi in tre secoli.

Le iscrizioni etrusche: la tegola di Capua

Interessante il capitolo delle iscrizioni etrusche in Campania, spesso in alfabeto etrusco che parlavano in osco o iscrizioni etrusche con nomi osci  e che confondevano gli studiosi. Quella che conferma la storia degli Etruschi in Campania è la famosa tegola di Capua con una iscrizione che viene presa per un falso e che passando di mano in mano finirà per raggiungere l’Altes Museum di Berlino dove viene conservata l’originale. In mostra è possibile vedere una copia in gesso che arriva da Villa Giulia. La Tabula è considerata secondo testo etrusco per importanza e lunghezza su 10 mila trovati dopo il Liber di Zagabria, un libro di lino con un calendario rituale che finì per essere riutilizzato, ridotto in bende, per avvolgere in Egitto la mummia di un giovinetto. Poi comprato sul mercato è arrivato fino a Zagabria.

 

Il declino degli

Etruschi in Campania e al Mann

Due battaglie ovvero due sconfitte determinano la fine degli Etruschi in Campania: 525/524 a. C. a Cuma contro Aristodemo e 474 a. C. quando nel mare di fronte a Cuma Etruschi e Cartaginesi sono sconfitti dai Siracusani. Lì comincia il declino degli Etruschi favorito anche dall’avanzata dei Sanniti che però non cancelleranno completamente gli Etruschi in quanto la loro scrittura continuerà ad essere utilizzata anche per la lingua osca.

La seconda sezione della mostra dal titolo “Gli Etruschi al Mann”  focalizza l’attenzione su materiale etrusco – italico trovato nei depositi del MANN e importanti nuclei collezionistici come la collezione Borgiana.

Si tornano ad ammirare grazie a questa mostra acquisizioni compiute a partire dalla seconda metà del Settecento, da quando cioè Carlo III acquistò per il Real Museo da Domenico Agarini il bronzetto d’offerente rinvenuto nel 1764 presso Rio, nell’isola d’Elba, e poi per tutto l’ Ottocento.

Napoli nel destino di Nizzo e Giulierini

Infine c’è da dire che i due curatori della mostra, Nizzo e Giulierini, sono entrambi legati a Napoli come da un destino che li avrebbe prima o poi portati a lavorare e collaborare insieme. Entrambi per vicissitudini “politiche” direttori “sospesi in attesa di giudizio” se pur per un breve periodo.

Due personaggi che hanno fatto discutere ma che hanno anche dato nuova linfa ai musei che dirigono.

Giulierini è legato al Mann ormai indissolubilmente ma qualcuno nella storia di Cortona e di Napoli lo ha preceduto, tale Marcello Venuti, che nel 1727 fondò l’Accademia etrusca e fu tra gli scopritori di Ercolano.

Valentino Nizzo invece ricorda i suoi primi anni di vita a Napoli: “il luogo nel quale la materia di cui sono fatto ha per la prima volta preso forma e quello in cui ho trascorso con mia madre i miei primi anni di vita, avvolto non soltanto dal proverbiale calore di questa terra ma anche da quello straordinario dei suoi abitanti”. Insomma un cerchio perfetto che si chiude con la mostra al Museo archeologico nazionale di Napoli.

I depositi del MANN: uno scavo nella storia

Di certo una mostra che racconta soprattutto quel tesoro di inestimabile valore che è il Museo archeologico nazionale di Napoli. Scavare nei suoi depositi spesso vuol dire ricostruire la storia esattamente come quando si scava e si portano alla luce le vestigia di una civiltà sepolta.

“Gli Etruschi al Mann tornano per restare. Non solo con una mostra raffinata e dall’altissimo rigore scientifico, ma con l’annuncio dell’allestimento permanente che restituirà alla fruizione del pubblico un altro fondamentale pezzo della storia del nostro Museo, ‘casa’ dei tesori di Pompei e di Ercolano , così come custode di eredità molto più antiche” – dichiara fiero il direttore Paolo Giulierini, definito quasi spregiativamente “l’etruscologo” quando arrivò a Napoli e che ora ha rispolverato anche gli Etruschi del museo Napoli.

Susy Martire

Un articolo di Susy Martire pubblicato il 13 Giugno 2020 e modificato l'ultima volta il 13 Giugno 2020

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