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L’INCONTRO

Allo “Zero” di Napoli arrivano i siciliani di “Si resti arrinesci”: per lottare e non emigrare

Emigrazione | 6 Dicembre 2019
Oggi venerdì 6 Dicembre alle 16.30 alcune attiviste e attivisti siciliani presenteranno a Napoli la campagna di mobilitazione contro l’emigrazione giovanile dalla Sicilia ” Si Resti Arrinesci”.

Sarà un’ottima occasione per mettere al centro un problema atavico che affligge il nostro meridione e che, come conferma l’ultimo rapporto SVIMEZ datato Novembre 2019, diventa sempre più attuale.
I numeri pubblicati dall’ Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno, infatti, ci parlano di un fenomeno in crescita che ci impone la necessità di iniziare ad analizzare attentamente la situazione della nostra città e della Regione Campania, con lo spirito di immaginare fin da subito azioni e soluzioni possibili.

Di seguito l’ appello della campagna siciliana “Si resti arrinesci”:

““Cu ‘nesci arrinesci “ è un modo di dire in lingua Siciliana molto diffuso che sottende una delle conseguenze principali della storica condizione coloniale della Sicilia: la drammatica piaga dell’emigrazione.
Un proverbio usato per farsi forza, per immaginare in positivo il proprio futuro lontano dalla propria terra. Un futuro nel quale, si spera, potrà concretizzarsi finalmente il miglioramento delle proprie condizioni di vita.
“Chi esce, riesce“: questa la traduzione letterale in lingua italiana.
E in effetti, per i benpensanti siamo la Generazione Erasmus, quella del cosmopolitismo, delle esperienze all’estero. Quelli che, per diventare qualcuno, devono iscriversi in qualche Università al Nord o fare i lavapiatti a Londra.
Molti, moltissimi di noi sono cresciuti con la convinzione che il nostro futuro sarebbe stato lontano dalla Sicilia: Roma, Milano o qualche capitale europea. Con la convinzione che la nostra terra, il posto in cui siamo nati e cresciuti, dove abbiamo messo le nostri radici, non potesse essere il posto in cui avremmo costruito il nostro futuro.
L’emigrazione giovanile in Sicilia è un fenomeno drammatico che riguarda migliaia di famiglie. Anzi, forse, ogni famiglia siciliana. C’è chi parte alla fine della scuola, chi dopo l’università. In tutti i casi le ragioni sono le medesime: le condizioni economiche in cui versa la Sicilia. Il nostro tessuto produttivo è molto limitato e circoscritto e i settori economici fondamentali per l’Isola vivono una crisi sempre maggiore che non sembra avere una fine. Le università siciliane non riescono a tenere il passo di quelle competitive del Nord e in più subiscono un progressivo e strutturale de-finanziamento. Non è un caso, quindi, se la nostra regione conta un tasso di disoccupazione pari al 53%. Non è un caso se i tassi di povertà sono in continua crescita e le emergenze sociali dilagano. Non è un caso, appunto, se ogni anno 20mila giovani fanno le valigie e vanno via.
Merita di essere citata a parte, la condizione cui sono costretti le insegnanti e gli insegnanti siciliani obbligati a partire per poter svolgere il proprio lavoro. Lo Stato Italiano ha sempre propagandato l’importanza della famiglia e la necessità di promuovere politiche volte a tutelarla. Rimane, però, sordo di fronte alle istanze di padri e madri costretti a lavorare fuori e allontanarsi dalla propria famiglia, dai propri figli.
Anche i politici siciliani non sembrano mostrare interesse nei confronti di questa emergenza. Spesso fanno finta di non vedere. Altre volte spendono qualche parola che si perde, però, tra le tante chiacchiere. Nella maggior parte dei casi sono troppo indaffarati a eseguire ordini che arrivano dai loro segretari di partito, dalle sedi romane, da luoghi in cui non si ha la minima idea di cosa voglia dire nascere e crescere in Sicilia. Eppure sono loro che dettano l’agenda, sono loro che stabiliscono le priorità, sono loro che decidono cosa è buono e cosa no per noi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: devastazione del territorio, progressivo impoverimento e precarizzazione, riduzione di diritti e servizi fondamentali, emigrazione forzata.
Abbiamo ormai chiaro che per invertire la rotta, per fermare questa emorragia bisogna ripartire da noi, costruire le condizioni per poter restare e non essere costretti a lasciare
la nostra terra.
Solo noi giovani possiamo fermare l’emigrazione forzata. Per farlo, però, non basterà soltanto mettere un X su una scheda elettorale ogni cinque anni.
Per farlo dobbiamo ripartire da noi, dalla Sicilia.
Lasciamoci alle spalle il vecchio detto per lanciare un nuovo grido. “Si resti, arrinesci” (se resti, riesci).
Restiamo per lottare.
Lottiamo ogni giorno per restare.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 6 Dicembre 2019 e modificato l'ultima volta il 6 Dicembre 2019

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