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L’INEDITO

Il falegname di Rione Sirignano: la strada raccontata da Francesco Cangiullo

Storia | 25 Gennaio 2019

Francesco Cangiullo (Napoli, 27 gennaio 1884 – Livorno, 22 luglio 1977), è stato uno scrittore, poeta e pittore italiano che partecipò attivamente al Futurismo e alla redazione dei manifesti futuristi (per poi prenderne le nette distanze dopo poco più di un decennio). Ci interessa però, in questa sede, come figlio d’arte, come “erede”, ossia come il discendente di un’importante famiglia di artigiani del legno attivi a Napoli durante l’Ottocento, proponendovi un documento dimenticato. 

A dire il vero già un testo sul Futurismo a Napoli, autore Matteo D’Ambrosio, escono fuori riferimenti sulla famiglia Cangiullo.

Apprendiamo da D’Ambrosio che il bisnonno di Francesco, Domenico, era intagliatore presso la Reggia di Caserta sotto la direzione di Antonio de Simone, e successivamente del Genovese, “nel Ridotto del Teatro San Carlo, nella Reggia di Caserta e in Villa Doria d’Angri”.

Il nonno, Francesco come il nipote, detto don Ciccio, era l’intagliatore ufficiale della corte di Francesco II, definito altrimenti come “appaltatore di sedie” della corte borbonica, quindi capace di provvedere in esclusiva a tutti i bisogni della stessa in fatto di sedili. Infine il padre di Francesco, Gennaro Cangiullo, anch’egli intagliatore, era considerato il più affermato mobiliere della Napoli benestante. Aveva una grande bottega artigiana in Rione Sirignano che, ad un certo punto, poteva contare su trenta dipendenti tra intagliatori, ebanisti e falegnami. Di sua produzione erano i mobili di casa Sirignano, di casa Barracco, come anche parte del mobilio della casa di Eduardo Scarfoglio. Nel 1920 Cangiullo pubblicò il manifesto “Il mobilio futurista” in cui auspicava la creazione di mobili parlanti fatti di “intrecci, scontri e corpo-a-corpo di lettere di svariati caratteri.  Nella sua bottega, come testimonia in un articolo rievocativo il pittore di marine E. Guardascione (Un maestro del legno, in Corriere di Napoli, 16 ott. 1920), si incontravano pittori, scrittori e giornalisti: tra i suoi ammiratori erano Pietro Scoppetta, Ferdinando Russo, Salvatore Di Giacomo, Vincenzo Gemito, Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio. Il documento in cui Francesco Cangiullo parla della sua famiglia è il capitolo di in un libro meraviglioso e ormai raro, introvabile e dimenticato, Le vie della Città (Tommaso Pironti 1937). Il capitolo si chiama “Rione Sirignano”.

Il Rione Sirignano di Francesco Cangiullo

C’era una fabbrica di Mobili artistici nel Rione Sirignano, passaggio privato della Riviera di Chiaia: uno di quegli interni signorili puliti e tranquilli pieno di silenzio e di sonno e di sole, fra giardini di aranci e limoni, costellati di gelsomini nella stagione bella, e aggrovigliati di rampicanti che espongono ancora oggi le loro nitide ombre, blu cenerino, come ritagliate da uno stagnino, sui muri di cinta. Oh nostalgia di quei palazzi nuovi, di passaggi privati in cui non s’incontrano che esotiche governanti e bimbi tersi, dai capelli biondi, racchette e cerchi in mano…ove non sospira che soltanto Chopin in diurno e neanche i venditori di persiane possono levare la loro voce estiva… e le voci dei venditori ambulanti a cui è vietato il transito, giungono al di là, dal reparto della via popolare!

L’unico rumore permesso nel Rione Sirignano del quale nessuno più si accorgeva, era il rumore che faceva la Fabbrica di Mobili artistici. Del resto, per volere dei “signori” abitanti che, essendo di quelli che non si fanno mancare niente in casa, avevano voluto anche chi fabbricasse loro dei mobili,  come i propri cuochi che fabbicavano loro le paste, anche quando ai dolcieri ne fu proibita la vendita, durante la guerra europea. Così, avevano indotto don Gennaro, direttore proprietario della Fabbrica, a trasportare baracca e burattini definitivamente nel Rione Sirignano, presso la sua nobile clientela. E all’uopo gli si fece perfino edificare espressamente lo stabile.

Certo che, sul principio, quell’unisono infernale di pialle, seghe e mazzuoli, come dire?, doveva fare a calci con la pace patriarcale del loco; ma poi il tempo seppe mettere d’accordo anche quelle due cose così disparate che si chiamano Rumore e Silenzio. E gli abitanti del luogo finirono per farci l’orecchio… però ogni altro rumore, fosse stato anche il più leggero, sarebbe stato intollerabile.

Ai suoi bei tempi la Fabbrica contava più di trenta operai, fra ebanisti e intagliatori: questi ultimi, tutti giovanissimi, scapoli belli, che vestivano bene alla domenica e anche – perché non dirlo? – con qualche ideale artistico pel capo.

Gli ebanisti, invece, quasi tutti ammogliati, alla domenica, col garofano casareccio all’occhiello, conducevano a mano a mano i loro piccoli figli in chiesa; e dopo la messa accendevano sul marciapiede domenicale il sigaro intatto del settimo giorno.

Ricordo due vecchietti, tanto carini: masto Giuvanne e masto Pascale – che giovanotti erano stati a bottega del padre del principale, la buon anima di don Ciccio, e avevano visto nascere, come suol dirsi, don Gennaro, e crescere fra i trucioli come il Bambino nella bottega di San Giuseppe….

Poi Francesco II dei Borboni fu spodestato e pochi anni dopo Ciccio toglieva bottega. Si ritirò. Ma don Gennarino prendeva moglie e apriva bottega e famiglia. E i due vecchietti – masto Giuvanne e masto Pascale – passarono di padre in figlio. Era l’epoca in cui un futuro grande poeta partenopeo, allora pittoresco giovanotto ammartenato, appena noto, veniva a leggere le sue prime ora celebri canzoni, nella bottega di don Gennaro, frequentata di nascenti, ora vecchi e morti, pittori nostri.

Pochi anni dopo don Ciccio moriva. Andarono al funerale tutti gli operai del figlio e quasi tutti gli intagliatori e gli ebanisti della città. Bell’esequie… Don Gennaro aveva in quell’epoca due figli, di cinque o sei anni l’uno, Ciccillo e Mimì, e li portò con sé a piangere dietro il feretro del nonno. I due nipotini, fra gli operai, andavano piangendo come due uomini. Tante volte gli uomini piangono come bambini: una volta tanto piangevano come uomini i bambini!

***

Per non portarla a lungo: nella Fabbrica di Rione Sirignano era un festoso, vittorioso, nitrir di seghe e sibilar di pialle, fuoco di fila di botte e risposte, rimbombanti di martelli scalpitanti, e lo squillar dei mazzuoli e nel frastuono i canti degli operai.

Tutto un inno al legno! All’arte decorativa del legno! Alla gloriosa arte corale del cinquecento!

E don Gennaro in maniche di camicia disegnava col carbone, col mezzo toscano spento, fischiettando la Carmen: moddellava bozzetti di creta celiando gli operai… alla buona… in famiglia. E i due vecchietti, masto Giuvanne e Masto Pascale, di sopra gli occhiali, se lo guardavano commossi… quasi fosse stata una loro creazione.

Poi venivano i figli dalla scuola e facevano girare il capo agli operai… ma erano i figli del masto.

Il quale masto – sia detto tra di noi – era scultore sicuro e immediato. A diciassette anni aveva vinto il primo premio all’Istituto di Belle Arti con un “mezzo busto” che modellò in un giorno. Poi, per le circostanze che regolano i destini degli uomini, si diede all’arte industriale.

Ma fece miracoli col legno. Acquistata una cultura profonda di ogni stile, sbalordì ed entusiasmò tutti i nobili buongustai napoletani: meravigliò ingegneri, architetti e decoratori, Morelli e Gemito lo avevano in grande stima. A Parigi aveva battuto – in casa loro – gli intagliatori francesi del Luigi XV e Luigi XVI. Ma quando gli parlavano di concorsi ed esposizioni, lui faceva una smorfia disgustosa e di solito accendeva il sigaro per sputare. Vedeva chiaro però. Ma non fu celebre. E come scultore non fu noto. Sì: celebrità napoletana nell’arte di intagliare o di scolpire il legno.  Ma i grandi scultori non furono mai scultori… di legno. E don Gennaro non fu mai… “grande”. Si: fu un pessimista; ma un pessimista di buona lega.

Ogni sabato, verso le quattro, tutti gli operai, ansiosi, davano di tanto in tanto uno sguardo verso l’entrata della Fabbrica, finché all’ingresso di una bella donna alta, espansiva, sempre sorridente e squillante, non respiravano: – E’ uscito il “Sole!”. Donna Concetta, la moglie del principale, portava addosso la paga del sabato.

– Buon giorno giovanotti

– Buon Giorno signora

– Buon giorno Donna Concetta (gli operai più anziani) – come state?

– Ringraziamo a Dio

– Che cos’è donna Concetta, come andiamo? (don Gennaro)

– Dieci lire! Ci ho rimesso sulle note dei libri dei figli tuoi…

– Al solito! – Solamente la grammatica greca: cinque e cinquanta!

– La grammatica greca? E pe fa che?

***

Quando era l’onomastico di don Gennaro e della sua Signora – grande scampagnata: a Posillipo! con tutti gli operai! – Quando batezzavano un nuovo nato (e ne battezzarono dieci), “un altro galantuomo” – sfarzose feste in casa, con serenate degli operai dalla strada, e musica da camera in salotto. Un anno ci cantò anche Caruso, appena esordiente. E nella via e nei palazzi vicini, quelle notti non si dormiva… A Pasqua, Natale e Capo d’Anno, 200 lire alla volta, di strenna agli operai.

Poi, don Gennaro, trattato alla pari dall’intera nobiltà napoletana, sua clientela, cominciò il suo lussuoso periodo di viveur, da artista aristocratico e ufficiale, come di corte. Fu fatto anche cavaliere! Quindi in smocking (sic) alla Varietà; in frack al San Carlo; in cilindro sull’equipaggio del principe di P.; alle corse; col barone B, a Parigi, ecc.. E si attirò addosso una vasta invidia. Tale che probabilmente contribuì addirittura al rovescio dei suoi tempi: poiché pare che l’invidia collettiva abbia un’azione malefica addirittura sugli eventi, danneggiando la stessa collettività invidiosa pur di danneggiare quel dato individuo invidiato. Infatti i tempi si cambiarono. La vita andava diventando un genere di lusso e qualche buon operaio emigrò in America; uno andò a morire al Cairo di peste bubbonica, per non sopravvivere al disonore di sua sorella; un mediocre volle mettere anche lui bottega sostituendo le macchine al gusto artistico; il capo giovane, una discreta voce di tenore, dopo aver sposato la sorella del maestro, vecchia zitella con una buona dote, disse che non si sentiva più di lavorare; mentre i nuovi sulla piazza, negozianti negati all’arte onramentale, gli facevano la concorrenza coi provinciali e con gl’industriali del settentrione, clienti che disgraziatamente rimpiazzavano quella eletta famiglia d’aristrocrazia napoletana che tanto amava le Arti Belle, della quale già se ne perdeva la semenza! Quindi arrivai a nuovi mobili forestieri belli e fatti e intagliati a macchina! Senza contare che più tardi avrebbero dovuto sorgere anche i pescicani!

E il rumore della Fabbrica cominciava a diminuire all’interno di Rione Sirignano, pieno di silenzio sonnolento al sole, come un levriero nel parco, al meriggio d’agosto…

Ma intanto don Gennaro aveva di già quattro figli grandi, con tendenze ataviche, e li mise tutti e quattro in fabbrica… Senonché venne la guerra libica. E il terzo, Gennarino, sergente dell’11 bersaglieri, si salvò per miracolo a Sciara-Sciat.

Scoppia la guerra europea, e la Patria gli prese tutti i sette maschi a don Gennaro, Donna Concetta morì in una notte d’ottobre, sei giorni dopo l’avanzata sul Podgora, ove le avevano ferito un figlio alla testa: Peppeniello.

Poi, man mano, furono chiamati alle armi tutti gli operai di don Gennaro…

E il rumore della Fabbrica si spegneva nel rione Sirignano, pieno di silenzio e di sole.

Ed ora i lettori perdoneranno se, ancora oggi, il Rione Sirignano io non riesco a vederlo che così: poiché la Fabbrica di Mobili Artistici era la fabbrica di mio padre.

Francesco Cangiullo

(Le vie della Città, Tommaso Pironti Editore Napoli, 1937

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 25 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 25 Gennaio 2019

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