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L’INEDITO

Percorrendo Chiaia in carrozza tra fiori e sartine: un racconto di Francesco Cangiullo di 80 anni fa

Cultura, Identità, Storia | 19 Febbraio 2019

Il testo che segue è tratto da “Le vie della città” di Francesco Cangiullo, Tommaso Pironti Editore, 1937.

Nel pomeriggio di una di quelle che si dicono belle giornate azzurre napoletane, sia dolcissime o fredde, sia fresche ed olezzanti di giunchiglia, chi scenderà in vettura via Chiaia, da Toledo, appena valicata la zona pedonale, come come tratto d’unione unisce Bertelli al Gambrinus, verrà assalito a buciapelo, e come un agguato, perché l’azione avviene proprio alla svolta, da una esplosione di sol che gli farà stringere gli occhi e torcere il collo con movimento difensivo.  E se l’uomo è solo in vettura, abituato a sedere a sinistra perché tiene a farsi notare, in quel caso si tira subito dall’altro lato, riparando all’ombra tentennante del cocchiere, che ormai, abbandonato alla sorte, si sente sorpassato.

Ho detto a bruciapelo per dare una sensazione immediata ma, realmente, al signore in vettura, il colpo viene… dall’alto, è naturale: tuttavia sembra provenga dal sommo di quel poggio raccolto circonfuso di quiete claustrale, alto sulla mondanità, come serbato e precluso dal cancello di palazzo Cellammare. Ed è a quell’ora che il Ponte di Chiaia, smussato dai raggi solari, ha come un diadema. Simili effetti di controluce, artisticamente realizzati, si ammirano in certe Porta Capuana del Migliaro: ma chi sta in vettura molto raramente si sovviene di cotesti riscontri, che rappresentano gioia di spirito, variazioni di esteta.

Egli, viceversa, pensa a malincuore che, accecato dal sole, non potrà sbirciare a destra e a sinistra qualche graziosa dama, signorina o donnina: e sì che ne passano… è la via della Moda umanizzata.

Ma per me è stata sempre quella dei fiori: così come l’ambia scalea della Trinità dei monti a Roma, i suoi Gradoni sembrano la scala dei fiori. Quella di piazza di Spagna, elegante, nitida, vagamente riflessata di cérulo, con qualche rosa caduta sui tagli dei gradini, si direbbe affrescata dal Morelli; mentre i nostri Gradoni pittoreschi, popolari, ancora con i loro panni di bucato veleggianti ai blaconi son tuttora pratelliani.

Quante vetrini messe a fiori, quanti negozi fragranti, serre di questa via mondana! Qui vedi cardenie che sembran di smalto e orchidee di tartaruga viva, in qualunque stagione. Quanti onomastici, quante mense aristocratiche e banchetti diplomatici non si ornarono di questi fiori? quante nozze fiorirono in questa flora! cui un fascio, forse divelto ai giardini del “Calascione” accompagnò la coppia in viaggio e fu lasciato in una camera d’albergo di Piazza San Marco o di Lucerna, per finire probabilmente nella laguna o nel lago…

E quante corbeilles di Chiaia fecero la gioia, in palcoscenico, di una “prima donna” del Sannazaro o di una “soubrette” del Circo delle Varietà, nelle serate in onore…

Mentre altri fiori, disposti in tutt’altra forma, in forma di enorme ciambella su cui si annodarono i serici nastri neri dalle scritte d’oro, accompagnarono il nobile della “Riviera” nella sua ultima scarrozzata; passando per una vita – Foria – dalla quale la buon anima quasi certamente non era mai passato. Foria e Chiaia sono due mondi opposti, essenzialmente a se.

Ma i fiori funebri, almeno, muoiono in camposanto: è sempre qualche cosa: un privilegio sui compagni più lieti, molti dei quali nacquero dalla stessa pianta, sul medesimo stelo. E a che servono le aiuole se non a rendere omaggio alla Vita, all’Arte, alla Morte? tanto più che l’Arte e la More meritano sempre simile omaggio!… La Vita… non sempre.

***

E’ seducente Chiaia, nel pulviscolo radioso: un mannequin, una “Stella”, la Moda che fa toilette. Cipria d’oro, crema di rose tee, occhi di “bluette”, essenze di profumieri, merletti spumeggianti, nuvole di raso e di piume, fumi di veli, gemme di gioiellieri e poi i “fondants” dei dolcieri… E le automobili che sfilano portando via pezzi di sole al tramonto. A quest’ora Chiaia è di miele, e dove non sfolgora scintilla: ecco l’ora del suo disco, ecco la ragione della sua giornata. Sempre mi è parso, a quest’ora, che siano stati dolci, colorati di rifflessi, anche i volti delle modistelle e delle sartine intravisti nei retrobottega o levando gli occhi su gli angusti balconi degli ammezzati.

Che sciami di “figliole” dietro quelle insegne di moda e confezioni a primo e secondo viano… abitano a Pontecorvo, al Vico Vento, a Fuorigrotta…. Quelle di tempo fa, che ora avranno l’età dello scrivente e chi sa dove saranno, con l’involtino della merenda in mano o sotto l’ascella come il termometro dell’appetito, si partivano alle sette di casa per “mettere mano” alle otto. oggi l’orario è cambiato, questo lo so, ma ignoro se le sartine attuali, adnando a lavoro rechino ancora in mano, non un mazzolini di rose e di viole (pure diverse andavano col fiore al petto) ma pane e peperoni: lo ignoriamo perché con la’ndar degli anni abbiamo smesso il vezzo di seguirle.

Noi la notte non dormivamo! Noi a quindici anni eravamo teneri poeti di sonetti e ce ne facevamo “scarpinetti”… estate, inverno, neve , urgani, all’alba o a tarda sera. Sì perché allora le Madame le sfruttavano fino a notte, e talvolta le facevano sgobbare anche la notte, quelle povere creature dell’ago…. e mai del milione! (Sapete che c’è una famosa operetta “Dall’ago al milione” ma appunto è un’operetta). Noi non lo dimentichiamo più: uscivamo dal teatro Sannazaro che poteva essere il tocco dopo mezzanotte, di domenica, quando imbattendoci in uno stormo di sartine, udivamo da una di essere la testuale esclamazione: “Ih cumm’è stata longa sta rummeneca!”.

Ora questa malinconia straziante indubbiamente ci disporrebbe l’animo a ben altro, che non a seguire, fino al Vico Nocelle all’Infrascata, una disfatta “vitosa” costretta a sacrificare il suo giorno di festa perché ad una festa, non certo borghese, una duchessa non potea mancare. Ma allora, contavano i moti del cuore, giovanissimo, e non gli anni. Oggi contano gli anni e non i moti del cuore semovente. – Ci riferiamo a noi stessi.

Ma c’è di più: queste sartine e modistelle lavoravano anche a casa, qui per conto proprio, “uccidendosi di fatica”, “mangiando pane e fatica” come solevano dire i loro familiari: specie le mamme – care mamme, quelle – che non si chiamavano “mammine” e vantavano ad ogni schiocco di lingua una “figlia d’oro!”… Poiché non potete immaginare quale affidamento, quale prestigio conferivano alle ragazze, specie nel vicinato, simili espressioni di materno orgoglio: – Amalia lavora a Chiaia da “Madama Angelici” – Lunedì Ninuccia scenderà a “faticare” a Chiaia!

Se poi la ragazza era modista e di lei si diceva – Sta da Vinti, alla “scesa” di Calabritto – allora la cosa sembrava tale un’esagerazione che la gente non volea crederci. Vinti andava due volte l’anno a Parigi e recava in patria l’ultima parola della Moda, l’ultimo dettame, il verdetto inappellabile dell’eleganza! Figuratevi!

Ma al tramonto, durante la passeggiata in via Chiaia, notai sempre, tra i veicoli smaltati, come un torto rivoo calcinoso, dei muratori con schegge di gesso negli occhi – strano stucco, serpeggianti in fila indiana o sguisciando come talpe bianche. Se correvano in discesa, erano certamente di Soccavo; se arrnacavano in salita andavano a Porta Capuana, a prendere la tramvia provinciale o lo sciaraballo. – Fratta, Casoria, Casavatore! Località queste che i muratori delle attuali “Imprese” raggiungono in bicicletta, come Olmo e Di Paco.

Francesco Cangiullo

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 19 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 19 Febbraio 2019

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