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LINGUA E IDENTITA'

Storia di quando e come è nato l'idioma napoletano

Cultura, DueSicilieOggi, Identità, NapoliCapitale | 30 Aprile 2014

troisi napoletano

La nascita della lingua napoletana: chi si pone come tema l’argomento in epigrafe si imbatte súbito in alcune questioncelle niente affatto facili da risolvere:

a) stabilire se il napoletano abbia o no una una precisa data di nascita e stabilire se esso sia da considerarsi lingua o dialetto;una volta poi chiarito che la parlata partenopea fu la piú antica della penisola,deve
b) tentar di rispondere al perché quella parlata non riuscí a diventar lingua nazionale e si lasciò battere in ciò dal dialetto fiorentino.

A tanto mi accingo, sperando con queste paginette, di venire a capo di quanto ripromessomi.
Comincio con il dire súbito che:

1)Napoli(maggiore città della Magna Graecia, risalente con un emporio dorico sull’isolotto di Megaride, al IX sec. a.C.) per lungo tempo conservò il suo “greco” dorico, via via sopraffatto e smantellato nel tempo da Roma, col suo “latino parlato” di militari, commercianti, coloni, aministratori etc.;

2) Si costituí un “latino popolare” parlato a Napoli già nell’Alto Medioevo, anche se ci fu una parziale ripresa del “greco” durante la dominazione bizantina (specie nei secoli VI-VII-VIII d. C.). Poi si ebbero mistioni solo lessicali esterne nel Basso Medioevo:ad esempio Normanni, Angioini, Svevi..; poi i Catalani, gli Spagnoli etc….Oggi si può tranquillamente affermare che il dialetto/idioma napoletano, cosí come unanimamente riconosciuto, è un idioma romanzo che, accanto all’italiano, è correntemente parlato (non solo in Italia meridionale, ma anche all’estero tra le migliaia di emigrati che vogliono ancóra sentirsi vicini alla terra d’origine) nelle sue molteplici variazioni diatopiche; è parlato cioè nelle regioni della Campania, della Basilicata, della Calabria settentrionale, dell’Abruzzo, del Molise, della Puglia e nel Lazio meridionale, al confine con la Campania con le variabilità dovute alla provenienza o alla collocazione geografica dei parlanti.

Si tratta di tutti quei territori che, nell’antico Regno/Reame delle Due Sicilie, costituivano il Reame al di qua del faro di Messina, laddove la lingua nazionale era appunto il napolitano, mentre il siciliano era quella del Reame al di là del faro (Sicilia). Rammento che Il volgare pugliese (dove per pugliese si intende tutto ciò che è relativo al Mezzogiorno) è l’ altro nome con cui sono storicamente conosciuti il napoletano ed i dialetti ausòni (cioè dell’Ausonia, antico termine per indicare una parte della Campania, Basilicata, Calabria e, per estensione, tutta l’Italia meridionale,), ed esso sostituí il latino nel 1442 nei documenti ufficiali e nelle assemblee di corte a Napoli, dall’unificazione delle Due Sicilie, per decreto di Alfonso V (Medina del Campo, 1394 – †Napoli, 27 giugno 1458); per cui si potrebbe ritenere la data del 1442 quella di nascita del napoletano.

Tuttavia del napoletano che (come il siciliano ed altre varietà italoromanze) possiede una ricchissima tradizione letteraria si ànno testimonianze scritte di napoletano già a far tempo dal 960 con il famoso Placito di Capua (considerato in genere il primo documento in lingua italiana, ma di fatto si tratta invece della lingua utilizzata in Campania,e cioè appunto del volgare pugliese) e poi all’inizio del Trecento, con una volgarizzazione dal latino della Storia della distruzione di Troia di Guido delle Colonne.

La prima opera in prosa è considerata comunemente un testo di Matteo Spinelli, sindaco di Giovinazzo, conosciuta come Diurnali, un Cronicon degli avvenimenti piú importanti del Regno di Sicilia dell’ XI secolo, che si arresta al 1268.

Si può dunque affermare che il napoletano/volgare pugliese nacque ben prima di tutti gli altri dialetti della penisola e, come tutti i piú recenti studi ànno chiarito, fu figlio non del “latino scritto o classico”, studiato nelle scuole del passato ed in quelle odierne, ma di quello “tardo, volgare o parlato”, nell’antico e quotidiano uso orale di esso da parte di tutte le classi sociali in ogni tempo e luogo dell’ampio territorio romanzo; purtroppo dei suoi effetti specifici nel “napoletano” non vi sono tracce informative, di modo che i molteplici caratteri delineati qua e là sono ricavati in base alle esperienze e deduzioni di molteplici addetti ai lavori e dei loro studi.

Piú precisamente è acclarato che la lingua napoletana (da una visuale fono-morfo-sintattica) si basò, come ò già détto, prevalentemente sul “latino”, non tanto quello “classico o scritto” studiato nelle scuole sui testi di Cicerone e Cesare, ma quanto su quello “volgare o parlato” da tutti quotidianamente, con tracce del sostrato rappresentato da apporti fonetici (di rado morfologici) della lingua “osca”, (collaterale del ramo “latino” rispetto a cui con gli Umbri rappresenta l’ultima migrazione indeuropea in Italia).

Infatti 2600 anni fa circa gli Osci erano padroni dell’intero Sud, finché dal III secolo a. C. l’espansione romana non riguardò il Meridione e per un certo periodo si ebbe una miscela delle due lingue,fino a che a mano a mano la supremazia militare e linguistica dell’Urbe non ne uscí vittoriosa. Da non dimenticare poi che “quel latino tardo, volgare o parlato” ebbe anche altri influssi d’un’altra eventuale lingua pre-latina; di conseguenza, sotto quest’aspetto linguistico, il basilare impianto linguistico del napoletano non è debitore di nessun influsso straniero subíto nell’Alto e nel Basso Medioevo.

Va poi chiarito che tutti gli apporti che il partenopeo à subíto in conseguenza del contatto con popoli stranieri (il greco antico e quello bizantino dal secolo VI all’inizio del VII; il francese dei Normanni, degli Angioini e di esso in quanto lingua internazionale dal 1700 in poi; il contatto con gli Svevi, quello indiretto coi Longobardi e quello con gli Arabi specie per il tramite della mediazione spagnola, la breve dominazione austriaca dal 1707 al 1734) sono soltanto di natura lessicale: cioè apporti ristretti a parole nude e semplici, senz’alcuna struttura grammaticale di natura fonetica, morfologica o sintattica…Mi pare però opportuno soffermarsi un po’ specificamente sugli effetti del lungo contatto con la dominazione spagnola (in Italia con gli Aragonesi-catalani e poi con i Castigliani rispettivamente dal 1442 al 1503 e dal 1503 al 1707); se ne ricava che circa un mezzo migliaio di parole italiane sono entrate nell’uso di tale lingua, e poco meno di altrettante voci spagnole sono state accolte nel vocabolario italiano; ma certo se ne conterebbero di piú se si considerassero anche i lemmi penetrati nel dialetto napoletano del passato ma ormai desueti.

Tuttavia un apporto piú straordinario è ascrivibile alla sola lingua spagnola, cioè in particolare all’etnia castigliana, la cui lunga dominazione probabilmente à lasciato nel dialetto/idioma napoletano quattro – forse cinque – nitide tracce grammaticali, al di là dei molteplici ispanismi lessicali: 1) il verbo spagnolo “estar”, collaterale di “ser = essere”, è impiegato innanzitutto in comunione col gerundio, in abbinamenti lessicàlsintattici come “están comiendo” = “stanno mangiando” ecc., che il napoletano à ereditato in certi usi analoghi di “stare” in forme progressive: sto durmenno = sono intento a dormire, sta facenno ’a spesa = è intento a far la spesa, stanno parlanno = essi sono alle prese coi colloqui…

Inoltre lo stesso verbo “estar” in unione con un aggettivo o participio indica una rispettiva caratteristica transitoria, che invece con ”ser” risulta permanente: ecco “mi mujer está cansada = mia moglie è stanca”,
“tú estás sudado = tu sei sudato”, “la chica está enferma = la ragazza è malata”, ecc., cui il nostro dialetto risponde con tipologie espressive analoghe, quali sta arraggiato = “è adirato”, stongo assettato = “sono seduto”, stanno malati = “sono ammalati”, tu staje surato = “tu sei sudato”…

2) Cosí il verbo spagnolo “tener” è usato assoluto al posto di “àber”= “avere” quando non à funzione d’ausiliare e regge il complemento oggetto. Ne dànno riprova frasi come “tengo sueño” = “ò sonno”, “tenemos mucho dinero” = “abbiamo molto denaro” ecc., cui rispondono i nostri sintagmi dialettali con tengo suonno, tengo famma e ssete, nu’ ttengo tiempo ’a perdere…

3) Ancòra: nel “complemento oggetto” rappresentato da esseri animati si trova puntuale nelle due comunità linguistiche la premessa del segnacaso “a”, come càpita anche nel portoghese e addirittura in un’area marginale qual è quella del rumeno, altra lingua neolatina; ma si ritrova, senza tale preposizione indiretta, nel Basile (chiamma lo scrivano), forse per vivido influsso della lingua “letteraria” fiorentina?
Ess.: “vi a tu hermano en la plaza = vidi tuo fratello nella piazza”, “he conocido al niño = ò conosciuto il bambino” ecc., con analoghi echi nel napoletano quali aggiu visto a frateto, aggiu salutato a Ppascale, à ‘ncuntrato ô (= a ’o) figlio, capisce a mme!, bbiato a tte! (complemento esclamativo), salútame a ssoreta!

4) Il complemento di compagnia latino coi pronomi personali presenta il “cum” posposto (mecum, tecum = con me, con te); però la ripetizione delle preposizioni anteposte in napoletano nei due primi pronomi personali del singolare (cu mmico, cu ttico) indurrebbe al sospetto che tali ulteriori premesse siano state modellate secondo la parallela tipologia spagnola, nel resto autonoma per la grafia unica e per la lenizione della gutturale “c→g” (conmigo, contigo + consigo).

5) Infine la maggiór parte dei verbi intransitivi napoletani specie indicanti “movimento” mostra – in quasi tutte le persone dei tempi composti – la possibilità d’alternanza degli ausiliari “essere / avere”. È probabile che, accanto all’uso locale di “essere”, eguale a quello prevalentemente tipico del fiorentino-italiano, il napoletano abbia abbinato l’altro ausiliare forse per riferimento e influsso diretto dello spagnolo (attinto durante i lunghi duecentoquattro anni di dominazione), che appunto ricorre esclusivamente ad “àber” = avere.

Ess.: yo he ido = i’ so’ gghjuto / i’ aggio juto = io sono andato ; ellos àn venido conmigo = chille so’ vvenuti / ànno venuto cu mmico = essi sono venuti con me; yo àbía casi muerto de miedo = i’ ero / êvo quasi muorto ’e
paura = io ero quasi morto di paura, ecc..
Tuttavia la mancanza sia d’un dizionario che d’una grammatica d’impronta storica c’ impedisce d’avere salde certezze negli orientamenti d’ attestazione cronologica circa tali tipi di lessico, di costrutti e sintagmi particolari.

Torniamo all’excursus storico ricordando che nel XVI secolo re Ferdinando II d’Aragona, il Cattolico (Sos, 10 marzo 1452 –† Madrigalejo, 25 gennaio 1516), impose il castigliano come nuova lingua ufficiale ed il napoletano di stato sopravvisse solo nelle udienze regie, negli uffici della diplomazia e dei funzionari pubblici.

Ora chiediamoci come mai quel dialetto/idioma napoletano, pur essendo il piú antico idioma che tenne dietro al latino tardo, volgare e parlato sostituendoli in una vastissima area peninsulare ed insulare (Reame al di là ed al di qua del faro), com’è che non riuscí ad imporsi come lingua ufficiale e nazionale, cosa che invece riuscí ad un altro dialetto locale, quello fiorentino, parlato in un’area piú circoscritta e versosimilmente da un numero minore di soggetti?

La risposta è relativamente semplice e penso che (checché ne dica qualche moderno studioso, aduso a storcere il muso innanzi ad affermazioni come quella che sto per fare) il dialetto fiorentino, come giustamente disse Ferdinando Galiani (Chieti 1728 -† Napoli 1787) si impose non per sue intrinseche capacità o virtú espressive, quanto per ragioni storico-politiche, senza dimenticare la destrezza toscana e la soverchieria di letterati e studiosi, mercanti e banchieri toscani che brigarono per imporre il loro dialetto come lingua comune, mentre nel Meridione la perdita dell’indipendenza post-unitaria penalizzò ulteriormente il dialetto/idioma napoletano, che già non piú in uso negli atti pubblici della nazione e già confinato negli scritti ingiustamente ritenuti buffoneschi di scrittori del calibro di Giulio Cesare Cortese (Napoli, 1570 – †Napoli, 1640), Giambattista Basile (Giugliano in Campania, 1566 †Giugliano in Campania, 23 febbraio 1632),Filippo Sgruttendio (pseudonimo dello stesso G.C.Cortese), Niccolò Capasso (Grumo Nevano, 13 settembre 1671 – † ivi 1744), Pompeo Sarnelli (Polignano 1649 –†Bisceglie 1724).

L’avvento della monarchia sabauda fece il resto e la vanagloria glottica e riservata di quella casa regnante poi, attraverso il fascismo, impedí la piena commistione tra la parlata napoletana e quella toscana. Non dimentichiamo infatti che ancóra tra il 1915 ed il 1918 i fantaccini meridionali, mandati a difendere i sacri ( la retorica dell’epoca imponeva la sacertà di certe zone nordiche…) confini d’Italia, parlavano solo il napoletano e non riuscendo spesso a capire gli ordini dati in lingua italiana finirono per eseguirli a modo loro rimettendoci in tantissimi le penne e tirando le cuoia per una patria sentita tale solo nella pomposità interessata di E.A.Mario (al secolo Giovanio Ermete Gaeta (Napoli 1884 – † ivi 1961) e della sua La leggenda del Piave! Ci fossero stati graduati partenopei che avessero tradotto gli ordini dall’italiano al napoletano, forse meno mamme e spose e sorelle napoletane, lucane, abruzzesi, calabresi, siciliane e pugliesi avrebbero pianto i loro congiunti mandati al macello sulle petraie del Carso ed altre impervie alture estranee alle loro terre d’origine!

Infine conviene rammentare che non è esatto quanto affermato dal prof. Nicola De Blasi che tempo fa insistí nel dimostrare (?) ed affermare che Napoli, pur nei molteplici secoli “capitale” del regno meridionale, non fosse riuscita mai ad imporre la sua parlata alle altre regioni del Sud, che continuarono a conservare ed attuare un proprio sistema linguistico; invece ancóra mo, se si va ad indagare nei linguaggi di Abruzzo, Basilicata, Sicilia, Puglia e Calabrie si possono trovare voci e costruzioni linguistiche mutuate chiaramente dal napoletano; il prof. Nicola De Blasi (tanto nomine!) forse con le sue affermazioni intese disconoscere le proprie origini, tentò di rifarsi una verginità,sprovincializzandosi nella speranza forse di passare un giorno dalla Federico II ad università piú prestigiose (Luiss, Bocconi etc.).

Diamo, qui giunti, una risposta alla domanda che c’eravamo posti: come definire il napoletano?

Non lo si può definire lingua perché pur essendo stato, per lunga pezza , un sistema di suoni articolati distintivi e significanti (fonemi), di elementi lessicali, cioè parole e locuzioni (lessemi e sintagmi), e di forme grammaticali (morfemi), accettato e usato da una comunità etnica, politica o culturale come mezzo di comunicazione per l’espressione e lo scambio di pensieri e sentimenti, con caratteri tali da costituire un organismo storicamente determinato, con proprie leggi fonetiche, morfologiche e sintattiche (al pari della lingua italiana, francese, inglese, tedesca, araba, turca, cinese, ecc.) all’attualià, pur essendo mezzo di comunicazione scritta ed orale di molti individui non è parlata da tutta una nazione e resta nell’àmbito della varietà dei dialetti e delle parlate regionali; non la si può definire lingua, pur risultando essere mezzo espressivo di moltissimi letterati, poeti, commediografi che servendosi del napoletano ànno prodotto importanti opere letterarie (poesie, commedie, narrativa), spesso anche accompagnate dalla musica (melodrammi, canzoni ecc.); ma non lo si deve neppure definire dialetto atteso che in genere con tale termine si intende un volgare, riduttivo linguaggio minore tributario della lingua ufficiale, cosa che non si attaglia per nulla al napoletano che è invece (e mi ripeto sottolineandolo) è un degnissimo idioma, una apprezzabilissima parlata autonoma, ad ampia diffusione regionale, figlia del tardo latino e di quello volgare e parlato, idioma ricco di storia e di testi ed usatissimo per secoli in tutto il meridione, non diventato lingua nazionale solo per la protervia di certi governanti e per la furbizia di taluni mercanti, banchieri, scrittori e/o poeti toscani!

Rammento a chi mi lègge che il fiorentino, diventò lingua nazionale peraltro (se non ricordo male,e non ricordo male!) rubando a piene mani nei linguaggi e nelle opere di artisti meridionali; tutti son concordi nel riconoscere che l’italiano moderno è infatti, come spesso accade con le lingue nazionali, un dialetto che è riuscito, per motivi a volte incomprensibili, a far carriera; ad imporsi, cioè, come lingua ufficiale di una regione molto piú vasta di quella originaria. Alla base dell’italiano si trova infatti il fiorentino letterario usato nel Trecento da Dante (1265 -†1321), Petrarca(1304 -†1374), e Boccaccio(1313 -†1375), ed influenzato dalla lingua siciliana letteraria elaborata in origine dalla Scuola siciliana di Giacomo da Lentini (1230-†1250) e dal modello latino.) italiano pervenuto poi alle nostre latitudine anche per il tramite degli invasori lombardo-piemontesi, soppiantando o almeno tentando di soppiantare (senza riuscirvi) la ns. parlata autoctona costruita nobilmente, come del resto il fiorentino, e tutti gli altri linguaggi locali dell’Italia, verosimilmente sul latino volgare (parlato dal popolo, volgo) parlato in età classica (e non direttamente dal latino illustre, che fu la lingua usata dai letterati dell’epoca). L’italiano che non à nulla in piú del napoletano, si impose come lingua nazionale in epoca trecentesca per l’opera interessata di poeti e scrittori, di mercanti e di banchieri ed in età post-unitaria per la proditoria diffusione voluta dai Savoia e dal fascismo e la vessatoria opera di ministri, filosofi e professori che per anni imposero e continuano ad imporre a schiere di poveri indifesi ragazzi Divine Commedie e Promessi Sposi, Libri Cuore etc. a colazione, pranzo e cena, tenendo in non cale tutta la produzione secentesca ed ottocentesca napoletana! In conclusione reputo che per evitare confusione o fraintendimenti il napoletano non sia da definirsi nè dialetto, nè lingua, ma idioma!

Idioma ch’io difendo a spada tratta e mi auguro che prima o poi chi comanda i giuochi prenda una decisione storica e si decida a fare insegnare l’ idioma partenopeo almeno nel meridione, in tutte le scuole d’ ogni ordine e grado affidandone l’insegnamento non a “strascinafacenne” incolti e presuntuosi né ai soliti noti amici degli amici, ma ad appassionati e preparati studiosi sia pure estranei ai palazzi del potere.
Hoc est in votis!

Raffaele Bracale

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 30 Aprile 2014 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2014

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