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LINGUA GENIALE

Il napoletano crudo de “L’Amica geniale” ci ha convinti (ma la voce narrante no!)

Cinema, Lingua Napoletana | 27 Novembre 2018

Andranno in onda questa sera le prime due puntate dell’attesissima serie diretta da Saverio Costanzo, prodotta da HBO, Wildside, RaiFiction, TimVision e Fandango, tratta dall’omonima saga di Elena Ferrante, le cui prime puntate sono state proiettate in anteprima al cinema in Italia, e sono già andate in onda negli USA su HBO.

Le prime due puntate, scritte da Francesco Piccolo, Laura Paolucci, guidati dai suggerimenti dell’autrice, e dirette da Saverio Costanzo, hanno già riscosso l’approvazione delle critica statunitense, in particolare per la fedeltà al libro. Un plauso speciale hanno ricevuto le due giovanissime attrici, che interpretano rispettivamente Elena e Lila, Elisa Del Genio e Ludovica Nasti, paragonabili, secondo Daniel Fienberg (The Hollywood Reporter) al “naturalismo spontaneo delle migliori star bambine neoraliste”.

L’amicizia tra donne che ha conquistato il mondo

La storia narrata non ha bisogno di presentazioni: è il racconto di un rapporto d’amicizia profondo e complesso, formatosi in un’infanzia complicata, in un rione povero di una Napoli che emerge faticosamente dalla guerra. Una serie di romanzi, attraverso cui emergono innumerevoli problematiche, che fanno da sfondo un’amicizia tra donne, un tema essenziale e poco trattato, di cui si sentiva il bisogno. Una Napoli e un Sud, visti attraverso gli occhi degli ultimi, delle bambine, delle donne, ultime tra gli ultimi, in una società che riceve in modo passivo, o riluttante, l’ombra di un’emancipazione possibile.

Il napoletano lingua dei dialoghi

L’unica importante differenza con il libro è nella lingua dei dialoghi, che nella serie sono in napoletano. I romanzi sono scritti interamente in italiano, ma nei dialoghi il napoletano affiora, come il terreno che dà nutrimento al dialogo in italiano, e senza il quale esso non esisterebbe: straripa dagli argini dell’italiano e lo anima di un’energia potente e sotterranea.

È una differenza fondamentale e ricca di interesse, soprattutto se teniamo a mente le parole dell’autrice: “Il dialetto della mia città mi ha spaventata. Preferisco che echeggi per un attimo nella lingua italiana, ma come se la minacciasse”.

Ma il regista Saverio Costanzo, per necessità di realismo cinematografico e soprattutto per volontà dei produttori HBO che hanno preso la decisione di realizzare la fiction in lungua napoletanao, ha sviluppato la serie in napoletano, ed è forse riuscito a far sprigionare, nella veemenza dei dialoghi quell’energia spaventosa e straripante che l’autrice, nei suoi libri, ha cercato di esorcizzare con l’italiano.

Il napoletano che fa paura

E, davvero, indossando gli occhi di una bambina vissuta negli anni ’50, nel secondo dopoguerra, in un rione di Napoli, capiamo, perché il napoletano fa paura. Una lingua scarna, dura, spaventosa, resa ancor più terribile dagli occhi di una bambina, vissuta in un mondo difficile, dove non c’è spazio per la dolcezza, per l’attenzione verso l’infanzia; un mondo dove ai bambini non viene risparmiata la vista di un male che non possono comprendere, se non metabolizzandolo nella fantasia.

L’emozione senza mediazione, l’energia primigenia e distruttrice di una lingua calda e viscerale, intensa e violenta. Nell’abilità degli attori, si manifesta il legame inscindibile, la completa identità di una lingua col suo popolo che soffre.

Non è il napoletano della canzone, né della poesia, è il napoletano lingua degli ultimi, gettati ai margini della storia. E da questo trae la sua forza disperata, resa magistralmente dai dialoghi e dalla sapienza degli attori.

Un punto di vista speciale per il pubblico napoletano

Poiché si svolge in italiano e soprattutto in napoletano, la serie, nella versione andata in onda negli USA, è stata sottotitolata; tuttavia, visto l’uso frequente di frasi idiomatiche, dal senso metaforico che solo un madrelingua può capire, la traduzione nei sottotitoli non rende (e non può rendere) la pregnanza delle espressioni. Un groviglio di significati, che un napoletano ha il privilegio di poter comprendere appieno, e che, anche per i più giovani, può rievocare il ricordo sopito delle epoche difficili, della vita cruda, vissuta dalla gente semplice di Napoli e del nostro Sud, tra i contraccolpi di eventi storici incomprensibili che non li hanno mai visti protagonisti, ma sempre vittime inermi, ad arrangiarsi da soli e, senza aiuti, costruire e ricostruire le proprie vite e la propria immaginazione.

La voce narrante: unica nota stonata

Unica nota stonata, la voce narrante di Elena adulta, interpretata dall’attrice fiorentina per metà tedesca Alba Rohrwacher. Un intermezzo di cui non si sentiva il bisogno, anche secondo Daniel D’Addario, per Variety, e Daniel Fienberg, per The Hollywood Reporter, che la definisce quasi una polizza assicurativa, nel caso le giovanissime attrici non fossero riuscite a portare avanti la narrazione da sole.

Dal punto di vista linguistico, l’accento della Rohrwacher, che presumibilmente tenta di avvicinarsi alla cadenza campana,  appare difficile da identificare, in ogni caso certo non campano. Un pugno nell’orecchio, in una serie caratterizzata per il resto da un elevato realismo e cura dei dettagli.

Teresa Apicella

Teresa Apicella

Laureata in lettere classiche e poi in linguistica, appassionata di antropologia culturale, di cose sommerse e cose che rischiano di scomparire. Amante delle differenze, a patto che attraverso di esse si riveli la ragione profonda per cui siamo tutti uguali. “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio.” (Italo Calvino, Le città invisibili)

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