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L’eterno quesito: “Il napoletano è una lingua o un dialetto?”

News | 28 Agosto 2018

Il napoletano è una lingua o un dialetto?

“Il napoletano è una lingua patrimonio dell’Unesco!”
Quante volte nel corso della vostra vita vi sarete imbattuti in questa frase? Ebbene, proviamo a fare chiarezza sin da subito: il napoletano è certamente una lingua riconosciuta e tutelata dall’Unesco ma essa non è considerata patrimonio dell’umanità, così come molti siti fanno intendere.

L’International Organization for Standardization, la più importante organizzazione mondiale per la definizione di norme tecniche, attribuisce il codice ISO 639-3 nap alla lingua napoletana (ISO 639-3 scn, per quella siciliana). L’Unesco quindi, seguendo la classificazione dell’ISO, include le due lingue italiche all’interno dell’Atlas of the World’s Languages in Danger, un elenco nel quale sono censite oltre 2400 lingue riconosciute.

I codici ISO non sono applicati ai dialetti, e cioè a quelle alterazioni linguistiche che sono varianti della lingua madre; valgono invece per i dialetti intesi in senso sociolinguistico, e cioè quelle lingue imparentate a quella nazionale (il napoletano e l’italiano derivano entrambe dal latino e quindi sono imparentate) ma avente un ruolo sociale subalterno. Gli idiomi racchiusi tra i confini della penisola italiana sono in sostanza imparentati tra loro e figli tutti della lingua latina, così come lo sono il francese, lo spagnolo e il portoghese.

La diffusione dell’italiano a scapito del napoletano, nel processo di sviluppo del volgare in Italia a danno del latino, è da attribuire all’influenza di autori del trecento del calibro di Dante, Boccaccio e Petrarca, ma anche alla scaltrezza dei mercanti e dei banchieri toscani che a partire del XIII secolo contribuirono in maniera determinante alla propagazione del volgare fiorentino lungo tutta la penisola.

L’Unesco, dunque, riconosce la lingua napoletana e ne certifica la sua preoccupante fragilità, figlia di quella decadenza culturale che ha travolto la nostra epoca. Il progressivo abbandono del napoletano nella letteratura, nella poesia, nel teatro e la diffusione al contempo di surrogati deformi e avvilenti che trovano nuova linfa nel gergo giovanile da social, contribuiscono a cancellare una memoria storica che ormai sopravvive solo nei testi antichi e in parte nelle canzoni moderne. Le sostanziali differenze tra il napoletano scritto e quello parlato, unite alla reiterata indifferenza del Ministero dell’Istruzione nei confronti della letteratura meridionale, completamente eliminata dai programmi didattici dalla ministra dell’istruzione Mariastella Gelmini, rischiano di creare un solco generazionale irreparabile, capace di mettere in serio pericolo la secolare tradizione letteraria di Napoli e dell’intero Sud.

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 28 Agosto 2018 e modificato l'ultima volta il 21 Maggio 2021
#Napoli   #sud   #sulsud  

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