giovedì 13 dicembre 2018
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LINGUA SICILIANA

Da Firefox in Siciliano alla proposta di Norma Ortografica, vi raccontiamo la Cadèmia Siciliana

Cultura | 20 Dic 2017

Sono giovani ed esperti i due fondatori della Cadèmia Siciliana, Salvatore Matteo Baiamonte e Paul Rausch. La Cadèmia è un’organizzazione senza scopo di lucro con l’obiettivo della ricerca, dell’educazione e dell’attivismo in, su e per la lingua siciliana. Dalla fondazione, piuttosto recente, alla fine del 2016, la Cadèmia ha avviato diversi progetti: ha messo a disposizione di tutti, sul proprio sito ufficiale, programmi per tastiera in siciliano per diversi sistemi operativi, da pc, iOS ad android; di recente ha avviato il progetto di tradurre in siciliano il browser Firefox. Questo solo per quanto riguarda la divulgazione: dal punto di vista scientifico, invece, la Cadèmia è scesa in campo con una Proposta di normalizzazione ortografica comune stilata con la valutazione e il supporto di studiosi e docenti di linguistica e filologia romanza quali Alfonso Campisi, presidente del dipartimento di italianistica all’Università di La Manouba, Emanuele Miola, dell’Università di Milano Bicocca, Paolo Rinoldi dell’Università di Parma.
È attivo inoltre su Facebook il Prujettu Mappatura, progetto di mappatura dei fenomeni linguistici del siciliano, a cui può collaborare, se vuole, chiunque parli un dialetto della lingua siciliana.

“Tutto è nato in modo casuale:” ci racconta il giovane cofondatore della Cadèmia Salvatore Matteo Baiamonte, “Io avevo 21 anni e da studente universitario soffrivo la mancanza di corsi sulle lingue minoritarie e regionali italiane, un interesse che coltivavo perciò da autodidatta sin dall’età di 18 anni. Così mi sono avvicinato alla lingua e alla letteratura siciliana e ho avviato un progetto educativo su Facebook, rivolto soprattutto ai siculo-americani, figli dell’emigrazione di inizio ‘900, che desiderano recuperare la lingua dei propri ascendenti. Per caso nell’estate del 2016 ho incontrato Paul Rausch e da un intenso scambio di idee è nato il progetto della Cadèmia. Abbiamo convenuto, infatti, che tutte le lingue importanti possono fare riferimento ad un organismo regolatore. Nutriamo il massimo rispetto nei confronti del Centro di studi filologici e linguistici siciliani dell’Università di Palermo, che ha svolto e svolge un eccellente lavoro nell’osservazione della lingua siciliana. Tuttavia il loro approccio è esclusivamente descrittivo: a loro non interessa normare la lingua, ma soltanto osservarla.
Noi abbiamo sentito il bisogno non solo di descrivere la lingua siciliana, ma anche di proteggerla. Sappiamo che le lingue si possono guidare solo fino a un certo punto, ma è certo che i parlanti inesperti preferiscono fare riferimento a qualcuno, per essere certi di utilizzare bene una lingua. Abbiamo perciò riunito delle personalità interessate a questa istanza, anche a livello internazionale come Lillyrose Veneziano Broccia, che insegna lingua e cultura italiana all’Università della Pennsylvania, il prof. Campisi, presidente del dipartimento di italianistica all’Università di La Manouba in Tunisia, uno degli ultimi esponenti della comunità siculo-tunisina; Cristina Greco dell’Università di Aston.”

Quali sono gli obiettivi principali della Cadèmia?

Prima di tutto dare una norma alla lingua siciliana, per liberarla dal dannoso influsso della lingua tetto, l’italiano, che la erode dall’alto; trovare una sintesi ideale tra le differenze nel parlato e l’unità della lingua. È importante sottolineare questo, perché in Italia, quando si parla di lingue regionali, si tende a dare un’enfasi eccessiva alle differenze tra i dialetti – come quelle che ci sono tra il catanese e il palermitano, ad esempio – mentre si tende a trascurare gli elementi comuni. Anche in Sicilia c’è questo atteggiamento, se pure in misura minore, a mio parere, rispetto ad altre regioni. Bisogna tenere bene a mente che le differenze, se pur presenti, non sono tali da costituire lingue diverse.

Come procede la traduzione di Firefox in siciliano?

È un progetto che abbiamo avviato da poche settimane, reso possibile dalla nostra nuova e competente squadra informatica, che ha realizzato le tastiere siciliane per dispositivi android e per computer. Abbiamo molti comitati che ci stanno aiutando a tradurre: ci sono davvero molti aspetti che generano discussione, perché il lessico informatico non esiste in siciliano, quindi va tutto inventato da zero. Cerchiamo le etimologie, i significati, stiliamo liste di termini che vi si avvicinano. A volte manteniamo la parola originale inglese, ma tendiamo a ricorrere al calco semantico, ovvero a tradurre il termine inglese impiegando una parola siciliana di significato affine.
Tradurre Firefox è un modo per portare in carreggiata il siciliano e dimostrare che non è una lingua che serve soltanto a parlare di quello che ho fatto oggi, o della spesa, o a scrivere qualche poesia: si può fare molto di più. Inoltre, queste traduzioni possono servire da modelli di riferimento per la gente, quando si trova a scrivere in siciliano. Quando l’utente internet si vede circondato da una precisa ortografia, usarla nella scrittura gli viene molto più naturale.

Ci dica qualcosa in più sulla Proposta di una norma ortografica comune.

Ci sono dietro anni di ricerche dei singoli membri della Cadèmia, che abbiamo riunito per metterle a confronto e trovare soluzioni comuni. Abbiamo passato in rassegna vari testi, per capire quali fra le diverse varianti potessero essere le scelte più adatte per un’ortografia comune. Abbiamo dovuto innanzitutto affrontare il problema del campanilismo, per cui la gente è molto legata al proprio peculiare modo di parlare e tende ad essere diffidente nei confronti della normalizzazione ortografica. Abbiamo cercato di operare una sintesi tra le forme che si trovano in letteratura e le diverse varietà locali. Per esempio, per quanto riguarda la parola “bello”, abbiamo deciso di scriverla come beḍḍu, archetipo al quale faranno riferimento tutte le pronunce. Per cui quando ci troveremo ad insegnare l’ortografia, cosa che spero avvenga presto, insegneremo ai palermitani a leggere bieḍḍu, mentre chi non ha il dittongamento leggerà semplicemente beḍḍu. A questo proposito l’esperienza dell’inglese è importante, perché fa capire che si può scrivere in un certo modo e parlare in un altro, e la cosa non è per niente strana.

Come si fa se nei diversi dialetti si usa una parola completamente differente?

Abbiamo molto rispetto per le diverse varietà. Ci sono casi in cui le parole sono del tutto diverse tra i vari dialetti siciliani: come “ragazzo”, che nel palermitano è picciottu, nel catanese è carusu, nel messinese è figghiolu. In questo caso noi non facciamo alcuna scelta, le teniamo tutte per buone.

Qual è secondo lei in Sicilia il grado di consapevolezza su questi temi? 

Il grado di consapevolezza è in crescita, perché da quando l’UNESCO ha dichiarato che il napoletano e il siciliano sono lingue, c’è stata una certa presa di coscienza. Ma non è facile: c’è ancora tantissima stigmatizzazione; tanta gente che non crede si possa scrivere in siciliano, o che in certi ambienti non lo si debba parlare, perché è “rozzo”.
Ma direi che noi della Cadèmia siamo un esempio lampante che le cose non stanno così: molti di noi sono poliglotti; siamo accademici, frequentiamo ambienti universitari. C’è bisogno di esempi del genere, di persone di un certo livello culturale, che mostrino che parlare una certa lingua non è segno di bassezza.
Ancora, ci sono persone politicizzate, che non riescono a vedere la questione da un punto di vista strettamente culturale, ma si fermano a un punto di vista ideologico, associandola a torto a volontà indipendentistiche o al programma di qualche fazione politica. Perciò dobbiamo impegnarci a tenere staccata la linguistica dalle questioni politiche, poiché associare la salvaguardia di una lingua ad un certo partito, finisce per associarne le sorti al favore di cui tale partito gode, e ciò è sbagliato e del tutto controproducente.
Tutti sappiamo che la situazione linguistica in Italia è drammatica, perché non c’è attenzione verso questa realtà. Ma oggi le cose iniziano lentamente a cambiare: il grado di attenzione comincia finalmente a risalire.
Io stesso mi sono reso conto dell’importanza di questo patrimonio perché sono stato a lungo lontano dalla Sicilia: se non mi fossi allontanato, forse non ci avrei mai pensato. Ci sarà sempre qualcuno che dirà che tutto ciò è inutile, ma bisogna ignorare queste voci. La lingua e la cultura sono essenziali perché le persone escano dallo “stato di minorità” e diventino padrone del proprio destino. Non ci tengo a lasciar morire la mia lingua, è un bagaglio immenso di cultura, di storia, è una visione del mondo.

Teresa Apicella

 

 

Teresa Apicella

Laureata in lettere classiche e poi in linguistica, appassionata di antropologia culturale, di cose sommerse e cose che rischiano di scomparire. Amante delle differenze, a patto che attraverso di esse si riveli la ragione profonda per cui siamo tutti uguali. “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio.” (Italo Calvino, Le città invisibili)

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