fbpx
sabato 24 ottobre 2020
Logo Identità Insorgenti

L’INIZIATIVA

Made in Carcere: dal rispetto per la dignità umana a quello per l’ambiente

Diritti e sociale | 5 Ottobre 2020

Qualche giorno fa girovagavo tra gli scaffali di un bookshop di un noto museo italiano, rimanendo colpita da una piccola trousse con un intreccio geometrico in bianco e nero. Giro e rigiro tra le mani quel piccolo oggetto, ne ammiro i dettagli, le rifiniture, la perfezione quasi industriale e seriale.

Lateralmente scorgo una etichetta in tessuto con su scritto “Made in carcere. New philosophy and life style”. Faccio un breve recap mentale e mi si illumina subito la lampadina: ricordo di aver letto qualcosa su questo argomento qualche anno fa. Incuriosita apro la trousse, ne osservo accuratamente le cuciture e leggo, su una più esaustiva targhetta: “Questo prodotto ha una bella storia da raccontare, fatta d’amore e dignità. Parla di tutela ambientale e di inclusione sociale. È realizzato con tessuti e materiali di recupero, per offrire un’altra chance a donne detenute ed una seconda vita a tessuti e oggetti”.

Quella trousse mi ha convinta, ma voglio essere certa che l’iniziativa sia effettivamente valida e chiedo informazioni alla responsabile dello store che, evidentemente emozionata, mi racconta di tenere molto a quei prodotti, molto di più, forse, che agli altri che sono venduti lì. Mi racconta di venti donne detenute al carcere di massima sicurezza di Lecce che, formate al mestiere di sarta, hanno cucito quei tessuti uno per uno, realizzando prodotti straordinari. “È davvero una storia bella sai?” – mi dice mentre mi mostra anche delle shopper e dei braccialetti dello stesso brand – “queste donne sono regolarmente retribuite e stanno imparando un mestiere che gli servirà a reinserirsi nel mondo del lavoro una volta ottenuta la libertà”. “Inoltre” – continua – “una seconda chance viene data non solo alle detenute, ma anche ai tessuti. Questi che vedi sono materiali di scarto donati da diverse aziende che altrimenti li avrebbero gettati. È una storia d’amore e di rispetto per la vita umana e per l’ambiente”. Visibilmente colpita, e anche un po’ emozionata, capisco che quel colpo di fulmine con un oggetto che sembra così futile ma che è invece pregno di significato, di dignità – che è una parola che amo tanto – ha avuto un senso, mi ha aperto gli occhi su delle realtà spesso invisibili, che necessitano di essere illuminate, perché quella stessa luce serve ad indicare la strada a queste donne che spesso si sentono relitti di una società che sembra essersi dimenticata di loro. Perché in Italia è così: c’è a chi si perdona tutto e a chi invece non si perdona nulla.

Immaginiamo una donna che deve scontare una pena più o meno lunga di reclusione; i giorni passano e si avvicina il momento della tanta agognata libertà. Cosa c’è fuori da quel mondo? Soprattutto giudizio e, in secondo luogo, strade sbarrate in ogni dove. Perché il pregiudizio, male difficilmente sradicabile dalla mente umana, condanna due volte chi ha pagato per un crimine commesso. È statisticamente provato che il 68,4% dei detenuti che ritornano in libertà senza un lavoro torna a delinquere. Ma il dato ci dice anche che quella stessa percentuale di persone che invece inizia a lavorare già in carcere, una volta uscita ha maggiore possibilità di riscatto, abbassando il tasso di delinquenza post-carcere al solo 1%.

Con la testa piena di informazioni, tornata a casa ho studiato a fondo la questione. Made in carcere è un progetto nato nel 2007 su iniziativa di Luciana Delle Donne, un’ex top manager che ha deciso di iniziare una nuova vita fondando Officina Creativa, una cooperativa sociale non a scopo di lucro. I suoi progetti non sono destinati solo alle recluse del carcere leccese ma anche ad altri centri di reclusione, come l’Istituto penale minorile di Nisida. I giovani ospiti di Nisida, e quelli di Bari, producono prodotti dolciari – simpaticamente chiamati “Scappatelle” – che vengono venduti in tutte le attività commerciali che aderiscono all’iniziativa. Lo scopo è quello di indirizzare questi giovani al mestiere della produzione pasticcera, un’opportunità da sfruttare una volta ritornanti a vivere e abbandonato l’istituto.

Made in carcere ci fa capire due cose: la prima che è possibile abbassare il tasso di recidività dei detenuti tornati in libertà con iniziative pratiche e progetti concreti; la seconda che bisogna investire di più affinché iniziative del genere continuino a far germogliare nei terreni resi più aridi dalle difficoltà della vita il seme della speranza e della redenzione.

In Italia la percentuale dei detenuti impegnati in attività lavorative è bassissimo rispetto agli altri paesi europei. Il problema principale è la mancanza di fondi per il pagamento degli stipendi, il che limita, ovviamente, la possibilità di estendere il progetto in maniera più capillare. Ma se storie del genere ci insegnano che cose belle possono accadere all’uomo che non è privato della sua dignità, allora vale la pena raccontarle, promuoverle, estenderle.

Martina Di Domenico

Un articolo di Martina Di Domenico pubblicato il 5 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 5 Ottobre 2020

Articoli correlati

Diritti e sociale | 23 Ottobre 2020

SCAMPIA

Officina delle Culture, la denuncia di Ciro Corona: “Le istituzioni ci stanno cancellando”

Diritti e sociale | 21 Ottobre 2020

LA STORIA

Genitori e autismo, quando lo Stato non risponde e si fa da sè

Ambiente | 10 Ottobre 2020

FRIDAYS FOR FUTURE

Gli attivisti napoletani scendono in piazza per il sesto sciopero globale per il clima

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi