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L’INTERVENTO

Mose, un affare tutto veneto tra tangenti e corruzione

Politica | 19 Novembre 2019

Nelle ultime settimane, l’Italia è stata colpita da fenomeni atmosferici che hanno devastato vaste aree, da Nord a Sud. Ma l’attenzione di tutti, non solo in Italia, si è concentrata sulla città di Venezia, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo. La città lagunare sommersa dall’acqua fa davvero impressione.

Solidarietà ai veneziani

Naturalmente, siamo vicini alle popolazioni colpite e comprendiamo i disagi che stanno vivendo.

Ma qualche considerazione su ciò che è stato fatto finora per Venezia è d’obbligo.

E se parliamo di Venezia, non possiamo non parlare di MOSE.

Un’opera pubblica – ma sarebbe meglio dire una voragine – costata la bellezza di sette miliardi di euro di soldi di tutti gli italiani, e mai terminata.

Una voragine di cui è impossibile calcolare l’entità. Un’emorragia che l’Italia tutta continua a pagare inutilmente, alla faccia degli slogan sull’Autonomia veneta e lo sbraitare di Salvini, Zaia e tutto l’allegro Carroccio.

Corruzione incalcolabile

Calcolare il giro di soldi e di mazzette che gravita intorno al MOSE, infatti, è praticamente impossibile.

Negli anni ’80 si cominciò a pensare al progetto dell’opera che avrebbe dovuto arginare l’acqua di Venezia.

Ad oggi, siamo ancora in alto mare, per usare una metafora forse infelice ma azzeccata.

Un sistema collaudato di mazzette e corruzione che ha fatto crescere i conti correnti di indagati ed arrestati, ma non la sicurezza dei veneziani.

La stima dei soldi fagocitati illecitamente, come abbiamo detto, è difficile.

C’è chi addirittura parla di oltre cento milioni di euro sottratti alla comunità.

I fatti processuali

Ciò che sappiamo per certo è che il 4 giugno del 2014 scattano le manette per 35 persone e vengono iscritte nel registro degli indagati più di cento nomi, alcuni anche piuttosto famosi.

Ciò che più di ogni altra cosa balza agli occhi, come spesso accade in storiacce italiane  simili, è l’unità, non dell’Italia ma delle varie fazioni politiche.

Si va dalla destra alla sinistra, coinvolgendo imprenditori, politici, amministratori locali ma tutti al di sopra della linea gotica.

Questa, fatecelo dire, è una vicenda tutta nordica, in barba ai pipponi e i piagnistei che dobbiamo sorbirci da parte di prezzolati alla Feltri o Cruciani sul Nord che manterrebbe un Sud parassita e sprecone.

E, in effetti, i nomi, da Galan a Orsoni, passando per Giovanni Mazzacurati – padre del regista Carlo, storico direttore generale del Consorzio Venezia Nuova – sono noti e non proprio meridionali.

Mazzacurati, nello specifico, era quello che aveva in mano tutta la gestione delle acque alte in Laguna, e mise in moto una fitta rete clientelare per ottenere fondi pubblici a pioggia – scusate la metafora – per il MOSE.

Nel mirino della procura, come ci ricorda la cronaca giudiziaria dell’epoca, finirono l’allora sindaco di Venezia, Giorgio Orsini, l’allora governatore del Veneto Giancarlo Galan, l’ex amministratore delegato della Mantovani Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo, al tempo stretta collaboratrice di Galan e l’allora ministro dei trasporti Altero Matteoli.

Dall’inchiesta partì una vera e propria bomba che, oltre a vedere condannati in prima istanza Galan e compagni di merende, pose sotto sequestro beni mobili ed immobili, conti correnti e beni di varia natura per svariati milioni di euro.

Condannati per corruzione anche l’ex assessore regionale alle infrastrutture Renato Chisso e l’ex magistrato delle Acque, Patrizio Cuccioletta.

Ci furono in totale 19 patteggiamenti a Venezia.

Patteggiarono anche l’ex generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante e l’ex amministratore delegato di Palladio Finanziaria,  Roberto Meneguzzo. Per l’ex sindaco di Venezia, Orsoni, il gup respinse l’istanza di patteggiamento. Per lui, arriverà il proscioglimento per alcuni capi d’accusa e la prescrizione per altri.

Condanne anche per Erasmo Cinque e Corrado Crialese, ex Presidente di Adria.

Il consueto commissariamento all’italiana

A seguito dell’ inimmaginabile mole di soldi drenati dal “sistema MOSE” lo Stato è intervenuto al fine di assicurare il proseguimento dei lavori e la conclusione dell’opera: a dicembre 2014 l’Autorità nazionale anticorruzione propone la straordinaria gestione del consorzio, cui segue la nomina di tre amministratori straordinari.

Ad oggi, l’opera non è terminata, non è funzionante e Venezia riporta danni probabilmente irreversibili.

Certo, lo Stato interverrà ancora per aiutare Venezia, come ha sempre fatto.

Mobilitazioni da ogni parte, mentre registriamo la totale indifferenza in cui sprofondano sotto l’acqua alcune aree del Sud, Matera e la sua provincia ed il Salento in testa.

Senza voler fare i piagnoni come i giornalisti di Libero che si lamentano dell’abbandono (?) di Roma, facciamo sommessamente notare che di soldi Venezia ne ha ricevuti fin troppi, al contrario di tante aree del Sud – ma qualcuna anche al Nord – che devono rimboccarsi realmente le maniche e provvedere, da soli, a rimettersi in piedi.

Quale autonomia?

E, a proposito degli amministratori locali, ci piacerebbe chiedere a Zaia (che in questi giorni ha parlato di “scandalo nazionale” a proposito del MOSE, dimenticando il ruolo della Lega in tutta la vicenda) : quando si chiede a gran voce l’Autonomia, poi non si dovrebbe avere la decenza – e la coerenza – di non chiedere aiuti a quello Stato da cui si recrimina l’indipendenza da decenni?

Fateci capire: se il Veneto è Stato a sé, perché ora Zaia chiede soldi allo Stato italiano e parla di scandalo nazionale? I protagonisti della storia sono tutti veneti. Le mazzette intascate, pure. I finanziamenti pubblici, quelli sì, sono soldi di tutti gli italiani, terroni inclusi.

Ricordarsi di far parte dello Stato italiano solo quando fa comodo, quando si tratta di riscuotere, non è troppo comodo?

Ma sopra ogni cosa, registriamo il silenzio di Salvini sulla vicenda MOSE.

L’uomo che ha una felpa ed una morale per ogni occasione, in una Regione-feudo della Lega sin dai suoi albori, fa finta di niente, mentre si fa riprendere immerso nelle acque lagunari.

Mentre l’Italia affonda, e non solo in senso metaforico.

Drusiana Vetrano

Un articolo di Drusiana Vetrano pubblicato il 19 Novembre 2019 e modificato l'ultima volta il 19 Novembre 2019

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