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L’INTERVISTA

Ciro Tremolaterra: “La parola poetica è un dono che va coltivato con la passione”

Cultura | 7 Marzo 2019

Terza puntata delle “conversazioni” sulla poesia. Oggi chiacchieriamo con Ciro Tremolaterra, nato a Napoli, dove da tre anni insegna storia e filosofia al liceo Umberto I. In precedenza ha insegnato le stesse materie in altri licei di Napoli e provincia. Ha iniziato a scrivere versi nei primi anni di università, pubblicando poi le raccolte: Poesie del silenzio (1995), Piccole salvezze (2004), Sorrisi da un piccolo giardino (2013), Amorevolezza (2017). Quest’ultima silloge, omaggio alla madre del poeta, ha ricevuto il secondo premio “L’Iguana. Omaggio a Anna Maria Ortese. Omaggio a Gerardo Marotta” nel 2018. Diversi suoi rebus sono stati pubblicati da La settimana enigmistica.

Nella nostra conversazione telefonica partiamo dall’importanza nella sua scrittura e dei dettagli e dei legami che nel tempo si smarriscono per chiedere quanto conti il serbatoio della memoria.

“È sempre più importante con il passare degli anni”, ci dice subito. “Anche se, a dire la verità, già a vent’anni ne scrivevo: il tema del ricordo è sempre stato un tema che ho sentito molto. Questa domanda mi fa venire in mente una poesia breve di Caproni che si intitola Conclusione quasi al limite della salita e recita così: Signore, deve tornare a valle/ lei cerca davanti a sé/ ciò che ha lasciato alle spalle. Con l’andare del tempo e degli anni io credo che sia proprio così”.

Come sempre in queste conversazioni sulla poesia che vi stiamo proponendo su Identità Insorgenti, il discorso cade sul ruolo della parola poetica in una società satura di informazioni e opinioni.

“La parola poetica ha un bel ruolo, questo è certo. Diventa difficile ascoltarla, scrivere, proprio perché siamo esposti a tutti questi attacchi, siamo sommersi da parole che sono spesso vuote, da retorica. Mi rattrista vedere che per molte persone la parola poetica sembra abbia poco valore. Magari ne ha per me, ne ha per chi scrive. Noi che scriviamo pensiamo che abbia valore anche per altri, poi magari non è così. Però bisogna coltivarla, è una passione, qualcosa che si sente, un dono che abbiamo. È bella in sé e  aiuta anche a comunicare”. 

Se ogni bacio perso vale un verso/ io non volevo scriverne nessuno scrive in una delle sue poesie Tremolaterra. Un verso che ci è piaciuto tantissimo.

“Questi versi sono cari anche a me”, sottolinea, “sono al termine di una poesia un po’ più lunga. Questa era nata parlando del dispiacere della sordità, delle cose diverse che avrei potuto fare da giovane: è da quando ero bambino che sento poco. Mi è venuto questo pensiero, questa nostalgia, un senso di mancanza. Poi qualcuno mi ha fatto notare che quei due versi sono i più significativi e ho provato a staccarli. C’è dentro quest’idea che la poesia non sia fondamentale. Ogni tanto affiora in me questa idea che la poesia non dovrebbe diventare un rifugio, che la vita è sempre di più e sempre diversa dalle parole – che sono belle, possono dare tanto però, ecco, c’è anche il resto. Un bacio è come la vita, come le cose belle e importanti della vita. Insomma, se ogni bacio perso vale un verso avrei preferito il bacio”.

Per quanto riguarda i progetti passati e quelli in arrivo, il nuovo lavoro di Ciro Tremolaterra dovrebbe uscire a breve.

“Ho inviato dei versi ad Homo Scrivens, un libro dovrebbe essere pubblicato da loro. Per le precedenti raccolte sono due quelle di cui sono contento, Sorrisi da un piccolo giardino e Amorevolezza. Con il tempo alcune cose avremmo voluto scriverle diversamente, ci sono versi che in una ristampa non inseriremmo. Siccome ci ho lavorato abbastanza e ho fatto una buona selezione queste due raccolte mi soddisfano ancora, non ho modificato molto il giudizio su queste poesie”.

Quali sono i poeti del passato e contemporanei ai quali Tremolaterra si sente più legato? “Caproni, di cui ho già citato una poesia. I poeti italiani soprattutto. È un mio limite non leggere poeti stranieri: non conosco bene le lingue, salvo un po’ di inglese, e penso sia importante leggere nella lingua in cui il poeta scrive. In traduzione ho letto Kavafis e mi piace molto, poi i classici. Penso di non dire nulla di originale se cito Ungaretti e Montale. Mi piace Camillo Sbarbaro, forse meno conosciuto. Poi mi viene in mente una poesia di Diego Valeri, che ho ascoltato prima di leggere e mi ha fatto pensare a quanto è bello ascoltare le poesie oltre che leggerle. E poi non posso dimenticare Saba e Penna, che sono per me molto importanti”.

Domenico Carrara

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 7 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 7 Marzo 2019

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