giovedì 27 giugno 2019
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L’INTERVISTA

‘E Zezi: custodi di 40 anni di memoria collettiva tra identità e lotta

Musica | 23 Maggio 2019

Nell’aria poche note di primavera, alle porte la festa dei lavoratori e la città in fermento per il ponte lungo che ha portato turisti ‘pe tutte parti, nell’aria ancora l’odore di pastiere e pizze piene che prontamente ci vengono offerte appena ci accomodiamo nell’ampia cucina della casa di uno dei  componenti storici de ‘E Zezi.

Un gruppo con 40 anni di storia e militanza che abbiamo avuto modo di intervistare proprio alla vigilia della loro partecipazione al concerto del primo maggio Napoletano, e che ci ha regalato una intensa chiacchierata, a cui probabilmente questa intervista non renderà giustizia, tra politica, musica ed identità.

Napoli città che vuole cambiare ma resta uguale a se stessa

Dopo un pò che chiacchieriamo di tutto dal carnevale sociale di San Giovanni a Teduccio a cui hanno partecipato un paio di mesi fa, alla chiusura della casa del popolo di Pomigliano costretta a lasciare la sua sede storica chiedo: siete un gruppo  che ha attraversato gli ultimi 40 anni di vita e quindi della storia del paese, della regione e della città di Napoli che, certo è cambiata e per certi versi è rimasta uguale a se stessa quasi avesse paura di mettere tutti e due i piedi nel futuro. Quale è la vostra lettura?

Napoli è terrorizzata dal futuro, rispondono, ed è paradossale visto che i napoletani non tanto tempo fa hanno avuto il coraggio di “scegliere la terza via” per il governo della città eleggendo Luigi de Magistris che, qualunque cosa si pensi di bene o di male rappresentava l’alterità rispetto agli schieramenti soliti di centro-destra e centro-sinistra.

Ma soprattutto visto che, negli ultimi anni, ben due soggetti politici (Dema e Pap n.d.r) sono nati da quella che senza timore potremmo definire una ricerca politica d’avanguardia, una officina politica unica e rara in Italia vista l’epoca.

Ma l’essere stati schiacciati per decenni da poteri forti lascia sacche di disagio sociale che si combattono con molta difficoltà.

Siamo una città dominata per certi versi, dalla schizofrenia politica, dove i soggetti politici di contrasto come i centri sociali si sono chiusi  in una logica narcisistica faticando a fare rete.

In questo modo Napoli non può che restare ancorata al passato

Città del futuro…

Esistono città che sono nel futuro per prospettive politiche e per “maturità”, consapevolezza del suo popolo, chiediamo a questo punto.

Si, Barcellona è certo una città del futuro,  lì lo spirito pragmatico degli spagnoli e la consapevolezza della loro identità e della loro specificità li ha portati a sentire l’esigenza di lavorare e realizzare un progetto politico che però già c’era.

Napoli manca purtroppo di un progetto di questo tipo.

Una volta durante un concerto a Barcellona chiedemmo ad alcuni ragazzi come mai i giovani barcellonesi fossero così attivi, pragmatici attenti alla socialità e al sociale.

Prendendoli un pò in giro gli dicemmo che forse era perchè la presenza del rè li aiutava a sentirsi uniti.

Con serietà ci risposero che dipendeva solo dal fatto che erano Catalani.

Forse è tutta qui la forza dell’identità.

La musica ci salvera?

Tornando a parlare di musica chiediamo: la musica è al supermercato, in ufficio, in macchina, nei negozi. Una sorta di colonna sonora costante ed indistinta. Un prodotto di consumo. Ha senso pensare ancora alla musica come strumento in grado di sovvertire il pensiero, smuovere le coscienze, invitare all’azione?

Per combattere l’uniformità del pensiero, la musica è uno strumento ancora e sempre valido, ci rispondono quasi in coro.

La politica cerca, consapevolmente, di togliere alla scuola la possibilità di guardare in tutte le direzioni, di essere davvero libera e di insegnare questa libertà.

Basti pensare alla didattica della musica nelle scuole ancorata a schemi vecchi, completamente svuotata di significato e incapace di dare strumenti e chiavi di lettura ai ragazzi.

Immaginiamo per esempio la figura, quasi estinta, dei cantastorie e la loro importanza come forma e rito di conoscenza collettiva, che scaturisce proprio dall’abbinamento delle storie con la musica.

Pensiamo a quanto potrebbe essere importante il loro impiego nella scuola.

La musica come strumento di lotta di classe

In quest’ottica quindi la musica può essere  strumento di lotta di classe, canale preferenziale di comunicazione popolare? Chiediamo.

La musica, soprattutto quella popolare che utilizza la lingua del popolo è in grado di ripescare messaggi universali che possono arrivare a tutti.

Per cui è certamente uno strumento di lotta di classe, una potenza di contrasto perchè attinge alle radici e alle parole, il napoletano, che tutti conoscono e comprendono.

‘E Zezi sono nati in fabbrica, forse non a caso.

La decisione di chiudere le fabbriche significa aver distrutto la classe operaia che, paradossalmente aveva più strumenti per intelligere la realtà.

La fabbrica più di qualsiasi altro posto era anche scuola e formazione.

Luogo dove circolavano le idee, la musica, i libri. Dove si sviluppava identità, coscienza di classe e consapevolezza.

E noi siamo davvero convinti che fosse davvero così.

E che la perdita della classe operaia ha lasciato  un vuoto sociale enorme.

Con la scomparsa della classe operaia è venuta meno anche la lotta per l’ottenimento dei diritti che oggi è affidata a troppi pseudointellettuali e sovversivi della domenica che litigano ai cortei invece di fare fronte comune come gli operai contro il padrone.

Simona Sieno

Un articolo di Simona Sieno pubblicato il 23 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 23 Maggio 2019
#zezi  

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