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L’INTERVISTA

Edgardo Pistone, dal Rione Triano al palcoscenico della mostra di Venezia

Cinema, Spettacolo | 2 Settembre 2020

Edgardo Pistone, classe 1990, una delle promesse del cinema partenopeo che esordisce quest’anno come unico regista napoletano, concorrendo alla 35^Settimana Internazionale della Critica di Venezia, nella sezione Short Italian Cinema (SIC). Ha partecipato alla direzione di “Selfie” come aiuto regista assieme ad Agostino Ferrente. Sguardo dritto verso l’orizzonte, una visione definita del suo punto di vista in qualsiasi momento, un bagaglio di storie da raccontare e una fierezza nel raccontare le sue origini e il suo quartiere, il rione Traiano.

Questo è quello che si vede osservando Edgardo. Una biografia assolutamente da non sottovalutare e con cui il panorama artistico prossimamente dovrà fare i conti. In quest’intervista proveremo a comprendere meglio il suo punto di vista sul suo ultimo prodotto e sulla sua visione del mondo.

Cosa ha significato per te scrivere e dirigere “Le mosche”?

Ogni prova è una grande opportunità di continuare a giocare. In questo film più di tutti dove lo sforzo è stato soprattutto ricordare i sentimenti che ci tenevano al mondo da bambini, con i miei amici eravamo completamente abbandonati dal mondo degli adulti e i giochi seppur crudeli dovevamo inventarceli. Ovviamente il più grande regalo dell’abbandono era quello della libertà di restare bambini. Da bambini passavamo gran parte del tempo a porci delle domande e avevamo la paura e il desiderio di diventare adulti.

Nel cortometraggio presenti il tema dell’inconsapevolezza e un racconto crudo che sicuramente resterà ben impresso nella mente di chi sarà spettatore. Uno sguardo nuovo ed inedito su Napoli. Può essere l’inizio di un nuovo filone narrativo che racconta la città del 2020?

Si fa un gran parlare da sempre “dei giovani d’oggi” che è una contraddizione in termini, siccome i giovani sono sempre nell’oggi e l’adolescenza è una stagione della vita, in quanto tale è eterna nel suo ripetersi, quindi al di fuori del tempo. I nostri figli si porranno le stesse domande che si ponevano i nostri genitori. Faccio fatica ad immaginare filoni, perché non c’è confronto tra gli autori.

La tua biografia e le tue origini. Un quartiere di periferia, come il rione Traiano, sarà stato la tua “musa ispiratrice”. In che modo?

Esattamente, il mio punto di riferimento è stato proprio questo. Il film è dedicato ad un mio amico d’infanzia: Attilio Montagna, anche lui del Rione Traiano, era il capo di tutti noi. Passavamo tanto tempo a chiederci chi o cosa saremmo diventati tra un racconto su uno spiritello che ci spaventava e uno scopone scientifico sulle cassette della frutta che ci alleggeriva.

Le vicende raccontate nel film sono esattamente le stesse che facevamo assieme da bambini. Poi lui fu costretto a crescere per una gravidanza prematura della sua fidanzatina, allora capii che esistono momenti decisivi nelle biografie che non riesci a gestire che ti costringono a crescere. Ho provato a raccontare questo momento della crescita camuffando gli eventi. Però ancora oggi ci sentiamo e ci vediamo tante volte al giorno. E’ tutt’ora il mio riferimento culturale. Qualsiasi cosa scrivo o sogno per il cinema lui è il primo a leggerla, anche se non fa testo: per lui è tutto bellissimo.

Napoli ha bisogno di essere raccontata in maniera diversa. Che consiglio daresti a chi, come te, cerca di farlo?

Consigli non ne posso dare, io non so come stanno veramente le cose. Oltre ad ascoltare le proprie ossessioni, posso riportare la mia esperienza o l’approccio che uso quando immagino o sogno un film ed è questo: non porsi troppe domande sul pubblico e uscire dalle dinamiche commerciali (più o meno imposte) dall’industria cinematografica e trovare il coraggio di ascoltare la propria voce e provare a restituire uno spettacolo se non originale quanto meno autentico. Anche perché immaginare un pubblico è paralizzante e soddisfare le logiche di mercato è una sconfitta in partenza.

L’esperienza come aiuto regista in “Selfie” ti ha sicuramente aiutato a comprendere come far aderire la tua arte e il tuo stile narrativo alla realtà sublimandola in capolavoro. Raccontaci un po’ come hai vissuto, con Agostino Ferrente il regista, quest’esperienza.

L’esperienza di “Selfie” e il rapporto con Ferrente sono stati per me molto formativi. Agostino senza troppi intellettualismi è un vero maestro, lui ha una tenacia eroica nel difendere le sue idee e il film che costruisce con grande empatia. In questo gli sono debitore, ma non solo. Ha anche coraggio da vendere e uno sguardo personalissimo ed essenziale.

L’arte è l’unica a possedere il potere dell’immaginazione. Come immagini la Napoli del futuro?

Baudelaire si divertiva a fare una netta distinzione tra i cittadini e gli esseri umani. Ecco, sogno in questo scenario una Napoli ultimo covo di esseri umani in un mondo di cittadini.

Bruno Martirani

Un articolo di Bruno Martirani pubblicato il 2 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 2 Settembre 2020

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