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L’INTERVISTA

Giancarlo Marino e Folkville: un omaggio a miti e leggende

Cultura, Senza categoria | 27 Ottobre 2019

Giancarlo Marino, scrittore e docente di scrittura creativa, collabora con la casa editrice Homo Scrivens da anni e ha alle spalle diverse pubblicazioni: oltre ad aver partecipato a varie antologie ha scritto il romanzo Ragazzi straordinari – Wunderkinder e la raccolta di racconti E pensare che c’entravamo tutti. Ci incontriamo per una presentazione al Caffè letterario del Castello D’Aquino di Grottaminarda e parliamo di Folkville, il suo ultimo romanzo.

Partiamo dalla nota introduttiva al libro: “Ogni fatto o personaggio presente in questo romanzo è figlio dell’invenzione di qualcun altro”. Come nasce l’idea di mettere insieme tanti miti e leggende?

Io sono sempre stato affascinato dal fantastico e in particolare dalle leggende metropolitane, da quelle storie troppo belle per essere vere che si ripetono in forme diverse e in tempi diversi nelle varie culture. Vi faccio un esempio: il movimento studentesco che si è sviluppato qui in Italia alla fine degli anni ottanta/ inizio degli anni novanta e prende il nome de La pantera trae origine da una diceria, da una leggenda apparsa su una serie di quotidiani locali e poi ripresa a livello nazionale secondo cui un grosso felino, probabilmente una pantera, era scappata dal circo e si aggirava tra le campagne dell’agro romano. Ebbene, questa identica leggenda viene attestata nel midwest degli stati uniti all’inizio del novecento. Essendo sempre stato un cultore di folklore popolare la mia idea era scrivere una storia che avesse per oggetto queste leggende. Naturalmente la cosa più facile sarebbe stata scrivere una raccolta di racconti, ognuno incentrato su una leggenda diversa. Io ho voluto complicarmi la vita e, a partire da un unico personaggio inventato, il protagonista Charlie Carroll, ho costruito una trama romanzesca che in maniera coerente potesse collegare questi miti, queste leggende inventate appunto da qualcun altro.

A proposito del protagonista, Carroll: tu, in apertura al romanzo, citi Lewis Carroll. Volevo chiederti se anche il cognome del protagonista è un omaggio.

Certo, assolutamente è un omaggio all’autore di Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio. C’è una frase in esergo tratta da La caccia allo snark, un poema di Lewis Carroll. E anche la maniera in cui ho costruito il romanzo, che è il classico romanzo di avventure, che ha quindi i suoi podromi nell’Odissea, nel romanzo picaresco del seicento, in cui c’è un eroe cercatore che per ritrovare il suo migliore amico e la sua bella scomparsi si aggira in questa città immaginaria, Folkville, che dà nome al romanzo, e incontra tutti questi personaggi bizzarri in questa sorta di metropoli delle meraviglie costruita appunto sulla falsariga di Alice di Lewis Carroll.

I riferimenti alla cultura pop sono molti, a partire dalla fumetteria che gestiscono i protagonisti e da un dibattito che segna il loro ingresso in scena, cioè se sia meglio essere Batman o Wolverine. Quanto è importante questo aspetto nella tua scrittura?

Sicuramente Folkville nasce anche dal desiderio di rendere grazie, rendere omaggio a tutta una serie di testi e di materiale audiovisivo con cui mi sono formato, prettamente fantastico, dai fumetti alle serie tv, dai supereroi a X-Files e così via. E nel farlo ho cercato anche di riflettere su come mi abbiano influenzato nella scrittura, nel mio percorso di autore. E poi volevo creare un libro che avesse, a un tempo dei contenuti horror, visto che le leggende metropolitane hanno sostanzialmente una matrice macabra, una matrice di orrore perché sono figli diretti delle fiabe, ma che avesse un tono divertente, un tono scherzoso in cui si ammicca alla Famiglia Addams, al cinema di Tim Burton.

Poi c’è la cultura che potremmo definire classica e che viene rappresentata da Brunvand.

Brunvand è il professore di Vivian, della ragazza di Charlie e ha lo stesso nome di Jan Harold Brunvand che è il maggiore esperto americano di leggende popolari e di folklore, quindi in questo caso è un voluto omaggio a un’altra fonte accademica a cui ho attinto che ha fatto un grandissimo lavoro di catalogazione e registrazione delle leggende metropolitane, che hanno sostanzialmente una diffusione orale e vengono poi soltanto in un secondo momento codificate attraverso lo scritto.

Rispetto ai lavori precedenti com’è stato scrivere Folkville e quanto lavoro di ricerca c’è stato dietro? Maggiore rispetto a Ragazzi straordinari?

Diverso. Ragazzi straordinari aveva  un impianto reale distorto dalla distopia – era una distopia ambientata a Berlino nella fine degli anni ottanta e quindi è un lavoro storico. Qui invece è antropologico. A me piace molto fare ricerca per creare la mia fiction, la mia narrazione, ma sicuramente questo è il libro che mi sono più divertito a scrivere perché volevo avesse un tono scanzonato, un tono divertente che potesse avvincere il lettore e poi magari essere sedimentato perché ha più strati ma che innanzitutto strappasse un sorriso.

La tua esperienza con Homo Scrivens, con cui collabori da tanti anni.

Homo Scrivens, che è la casa editrice con cui ho pubblicato questo romanzo, nasce nel 20002 come compagnia di scrittura. Un gruppo di persone appassionate appunto alla scrittura che si riunisce in un laboratorio tenuto da Aldo Putignano e inizia ad avere contatto con il pubblico, dapprima con reading, spettacoli di lettura e poi con libri, antologie, romanzi collettivi, un’Enciclopedia degli scrittori inesistenti. E dopo aver collaborato con diversi editori, dirigendo collane, abbiamo deciso nel 2012 di metterci in proprio e diventare anche casa editrice a tutti gli effetti.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 27 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 27 Ottobre 2019

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