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L’INTERVISTA

Giovanni Montesano: come cambia la musica in un mondo in trasformazione

Cultura | 5 Febbraio 2020

Giovanni Montesano, giovane musicista specializzatosi al conservatorio Domenico Cimarosa di Avellino, è molto attivo e collabora con diversi gruppi suonando i generi più disparati. Lo incontriamo al Caffè letterario del Castello d’Aquino di Grottaminarda, una realtà che da qualche anno si sta facendo notare in Irpinia accogliendo iniziative culturali molto eterogenee, dopo uno degli incontri organizzati settimanalmente dai gestori nell’ambito della rassegna “Le domeniche del castello”. Nello specifico si tratta di un concerto jazz della formazione Hirpus Trio, in cui Giovanni suona il contrabbasso, che diventa l’occasione per approfondire la situazione della musica italiana contemporanea in provincia – e non solo – attraverso lo sguardo di chi la vive.

Iniziamo dall’Hirpus Trio.

L’Hirpus trio non è un gruppo stabile, perché nel jazz spesso accade che delle formazioni si facciano per determinati progetti, soprattutto quando si collabora con musicisti che non sono vicini. Per esempio in questo caso ci sono io al contrabbasso, Luca Roseto al sassofono, e c’è Antonio Fusco alla batteria che però vive e suona a Pechino, sta lì da un po’ di anni, è attivo nel circuito internazionale. Quando c’è la possibilità di incontrarsi si cerca di organizzare dei concerti insieme. Hirpus Trio nasce dall’idea – dato che Antonio ha origini irpine, Luca è irpino e anche io – di fare una commistione di suoni originali basati su quello di questa terra, anche se la provincia di Avellino purtroppo viene considerata un territorio minore per la tradizione jazzistica. In parte è vero per una questione di avvenimenti storici, il jazz quando arriva in Italia arriva chiaramente a Salerno e a Napoli con gli americani, qui nelle zone interne – come spesso accade con la cultura – c’è sempre un po’ di ritardo. Per noi c’è anche il voler raccontare questa terra attraverso il linguaggio jazzistico che ci accomuna, da qui l’esigenza di mettere insieme questo Hirpus Trio. Che poi ha una forma mutevole, può diventare un quartetto, può diventare un duo. Il jazz è una musica che ti permette di fare questo, è una musica che permette al musicista di essere libero nell’estemporaneità dell’esecuzione: l’opera può essere mutevole rispetto ai musicisti, rispetto al tipo di serata, al tipo di atmosfera che si respira in quella serata particolare.

Per quanto riguarda le altre tue collaborazioni? Ne hai numerose.  

Sì, nella mia vita musicale ho sempre cercato di suonare di tutto, non ho mai scelto un genere particolare o alcuni generi. Ho sempre visto la musica come un linguaggio a 360 gradi che comprendesse tutto, dal jazz alla classica, al pop, al reggae, alla world music, che mi piace tantissimo. Quindi ho sempre avuto progetti e collaborazioni che vanno in diverse direzioni. Ho fatto lo studio classico al conservatorio, ho suonato jazz, ho inciso dischi di jazz, faccio tour con band di world music. Cerco comunque di variare. Con gli ascolti peggio che andar di notte, ascolto l’elettronica e le cose contemporanee, mi interessa tutto il mondo musicale.

E come valuti il panorama attuale? Prima partiamo da quello locale, com’è la ricezione della musica live qui in provincia?

Non restringerei il campo alla provincia, secondo me la situazione della musica live è una cosa che accomuna tutto il territorio nazionale perché c’è il circuito mainstream dei live, il circuito delle città più grandi, e poi c’è la musica live in generale che purtroppo in Italia ha dei problemi grossi. Non è per mancanza di musicisti ma è per mancanza di possibilità, se pensiamo che purtroppo in Italia rispetto pure a tantissime altre nazioni dell’Europa, quindi del nostro stesso continente, la musica purtroppo non ha sovvenzioni di nessun tipo se non pochissime e in alcuni mesi dell’anno – per alcune manifestazioni, alcuni eventi – ma non c’è una vera e propria programmazione in questo senso ed è una situazione che fa parte poi dei tagli in generale. In un momento di crisi le prime cose che si vanno a tagliare sono l’arte e la cultura. In Italia chiudono pure i teatri stabili quindi figuriamoci la musica dal vivo o nel locale, oppure in piazza, che subisce e ha subito negli anni un colpo importante. Non vorrei dire ma noi abbiamo un’anomalia italiana che è quella…

Della Siae.

…di quella società di cui non faccio il nome, che purtroppo è tutta italiana, che è un grande sgambetto ai musicisti che quando si esibiscono nei localini del proprio paese, della propria città, perché trovano difficile suonare a cachet minimamente dignitosi che potrebbero pure spronare allo studio e al migliorarsi. Invece la musica molto spesso è vissuta come un hobby, un dopolavoro, una passione: è difficile intenderla in Italia come un lavoro vero, questo è il problema della musica e del live, che poi l’attività live per me è fondamentale; a parte il disco e i tre giorni nello studio di registrazione c’è tutta un’attività dal vivo che purtroppo in Italia fatica negli ultimi anni a riprendersi.

Rispetto a questa situazione ti sembra che ci sia un po’ di reazione da parte dei musicisti, voglia di organizzarsi?

La luce in fondo al tunnel negli ultimi anni è un po’ il circuito indipendente, da non confondere con il circuito indie che è diventato l’hit pop. Il circuito dei festival indipendenti, degli eventi e delle programmazioni che riescono ad affermarsi con le proprie forze e quelle del pubblico che magari inizia a pagare i biglietti, inizia a interessarsi di alcuni artisti di nicchia, di alcuni generi. Anche il jazz molte volte, oppure la musica sperimentale che viene considerata più di nicchia però è parecchio diffusa sul territorio. I festival che propongono musica jazz, musica etnica o sperimentale o classica fuori dai teatri comunque possono essere frequentati e vivono grazie agli appassionati. Ecco che torna il problema della mancanza di una programmazione generale su questo, servirebbe aiutare davvero chi organizza e chi produce musica.

Come consideri il ruolo della musica in questo contesto in trasformazione?

C’è un cambiamento innanzitutto nella fruizione della musica e chiaramente cambia anche il ruolo del musicista, attraverso questa rivoluzione epocale della rete cambia anche il ruolo del musicista che deve adattarsi, secondo me, a questo scenario però incontra anche lì quello che è un appiattimento; l’omologazione è facile, è facile cadere nell’omologazione del prodotto che deve funzionare, nella logica del musicista che pensa prima al come e non al cosa. Questo può essere un problema nel percorso artistico di un musicista, di un cantante, è un grave problema che riscontro nella musica degli ultimi anni.

Si pensa più a come piazzare un prodotto che a cosa proporre.

Esattamente. È inutile dire “Io me ne frego”, bisogna tenere conto delle evoluzioni, com’è stato con l’avvento della radio che pure si contrastava: e invece meno male che è esistita e adesso meno male che esistono i social network perché ti danno la possibilità con un  po’ di soldi di promuovere, di presentare un disco, un pezzo, la registrazione di un concerto. Però bisogna essere bravi a non perdere di vista il senso della musica, quello di poter raccontare, quello di poter dire qualcosa. Chiaramente se tu mi chiedi come se ne esce non lo so, penso che innanzitutto il musicista deve studiare sempre, tutta la vita, questo credo sia fondamentale. E non solo, in generale deve migliorarsi come persona e deve essere sempre più sensibile verso certe cose per poi riuscire a comunicarle nella maniera più efficace possibile, attraverso il suo linguaggio, nel modo più originale. Questa è più una soluzione a livello personale perché poi l’industria musicale è un colosso e lì bisogna far un altro tipo di battaglia, bisognerebbe che i musicisti si unissero per portare avanti alcuni tipi di rivendicazioni necessarie, che sono fondamentali per la loro vita, per chi è del settore. Bisognerebbe unirsi un po’ di più e questo non c’è ancora, in Italia non c’è mai stata una grande unità dei musicisti su alcune cose, neppure sulla perdita dei luoghi importanti della musica: alcuni dei grandi teatri italiani e dei grandi festival purtroppo sono costretti a chiudere. Il patrimonio musicale deve interessare al musicista prima del concerto personale, ci vuole uno sguardo lungo, uno sguardo un po’ più lungo da parte di tutti noi.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 5 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 17 Febbraio 2020

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