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L’INTERVISTA

Il professor Ermete Ferraro: “Insegno napoletano ai miei allievi delle medie perché non perdano l’identità”

Battaglie, Beni Culturali, Cultura, Identità, Istruzione, scuola, università, Lingua Napoletana, NapoliCapitale | 26 Novembre 2016

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Nelle prossime settimane ci lanceremo sulle tracce della nostra lingua, il napoletano: tra chi lo insegna, lo parla, lo scrive, lo utilizza in pubblicità o nella propria impresa. Lo faremo con Teresa Apicella, studentessa dell’Università di Pisa, che grazie a una convenzione con l’associazione Identità Insorgenti, svolge uno stage presso la nostra redazione proprio per approfondire l’attuale stato della lingua almeno a Napoli. Segnalateci, sulla nostra pagina fb, iniziative, persone, eventi che hanno il napoletano come protagonista.


Ermete Ferraro è un professore di lettere alla scuola media Viale delle Acacie,  al Vomero. Lo abbiamo cercato perché  promotore da tre anni di un’iniziativa in difesa di uno dei baluardi della nostra identità: la lingua napoletana. Da oggi su Identità Insorgenti, infatti, iniziamo un percorso di ricerca sullo stato attuale della lingua a Napoli, cercando chi cerca di valorizzarla e perché. Ferraro, ad esempio, unico a sostenere una simile iniziativa in una scuola media a Napoli, è convinto che sia una necessità.

“Qui alla Viale delle Acacie, al Vomero, in un quartiere borghese, l’indentità linguistica dei ragazzi è l’italiano – ci racconta mentre prendiamo un caffè nel bar della funicolare di piazza Fuga, nei pressi della scuola  -e quello che viene chiamato impropriamente dialetto è stato da tempo ricacciato: l’obiettivo qui è di impedire che scompaia completamente il napoletano”.

Come tutte le persone che sostengono qualcosa non per lustro personale, ma per profonda convinzione e passione, l’unicità della sua iniziativa è per lui un fardello e non un orgoglio.

Non è la prima volta, infatti, che tenta l’impresa di preservare la memoria linguistica di Napoli il professor Ferraro. “Dieci anni fa, quando insegnavo in un quartiere più popolare, alla Vicaria, alla scuola media Sogliano, vicino Porta Capuana, mi ha motivato la mancata coincidenza tra quello che la scuola insegna e il patrimonio culturale e linguistico degli alunni” ricorda. “Lì erano molti di più i ragazzi abituati a pensare e parlare napoletano: insegnare il napoletano era quindi un modo per dare dignità al loro modo di parlare, insegnargli a scriverlo come lingua a tutti gli effetti, associandolo al patrimonio culturale, artistico e letterario”.

Ci sono quindi delle fratture nella città?

È evidente che ci sono due Napoli. Qui al Vomero il napoletano viene utilizzato in maniera “giovanilistica”, per sfottersi, fare battute, dire cose spesso volgari: diventa il gergo della volgarità e non una lingua di comunicazione, cosa che non mi piace per niente. Io ritengo invece sia importante che, anche in questo ambiente dove è poco parlato, sia riconosciuta la dignità linguistica del napoletano. Ci tengo che si parli bene il napoletano e non lo si mischi all’italiano, altra abitudine sbagliata che danneggia entrambe le lingue. Al Vomero, quindi, abbiamo un patrimonio da recuperare e nei quartieri popolari abbiamo un patrimonio da valorizzare.

Secondo lei al Vomero i ragazzi  hanno vergogna di parlare napoletano o non lo conoscono affatto?

Si tende a evitare di parlarlo perché nelle famiglie del Vomero, molte di estrazione alto e medio borghese, viene considerato una forma inappropriata di espressione linguistica. Lo ignorano proprio perché viene censurato.  E pur avendo un retroterra napoletano lo hanno disimparato. Gli è stato imposto di parlare italiano. Gli è stato detto che il napoletano è una lingua con cui si può solo pazzià. Questo è il luogo comune che cerco di sfatare durante le mie lezioni agli alunni di seconda e terza media: il napoletano non è una lingua per divertirsi, non è una non-lingua né una lingua di serie B.

Su quali temi si è concentrato l’insegnamento?

L’intenzione è stata di connettere lingua e cultura, naturalmente nei limiti posti dall’età degli alunni e dal grado di attenzione che possono concedere nelle ore pomeridiane, dopo le ore di lezioni curriculari, per un totale di 20 ore, per cui mi sono offerto gratuitamente. Mi auguro perciò che si possa ottenere più tempo. In queste ore abbiamo ascoltato anche canzoni o letto poesie in napoletano.

Lei pensa che il napoletano  possa diventare un insegnamento scolastico curriculare?

Sia chiaro che io non sono un separatista o un neoborbonico: c’è un pregiudizio che associa la difesa della cultura al separatismo monarchico dei neoborbonici. Io non lo sono ma sostengo la difesa strenua dell’identità linguistica, come avviene ad esempio in Catalogna.

Qual è secondo lei lo stato di salute del napoletano?

Noi non siamo un popolo che sta perdendo la lingua, il napoletano non è a rischio. Ovunque a Napoli si sente parlare napoletano, non siamo una minoranza linguistica.
Anzi: in Italia ci si è troppo concentrati sulle minoranze linguistiche con diverse leggi di tutela, come quella per la minoranza ladina. Ma a furia di tutelare le minoranze linguistiche ci si è scordati delle maggioranze linguistiche. Io penso che il napoletano, piuttosto che rischio di estinzione, rischi la deformazione traumatica: per questo è necessario inserirlo tra gli insegnamenti curriculari. La grammatica e le parole vanno tutelate: se scompaiono si portano dietro pezzi di cultura.

Ha riscontrato problemi particolari durante l’insegnamento?

Il primo è che il napoletano è soprattutto una lingua parlata, erroneamente ritenuta inadatta alla scrittura: dunque esistono molte controversie sulla grafia. Il secondo problema è che si pensa di poter salvaguardare il napoletano soltanto attraverso la poesia, poiché la maggior parte dei testi letterari in napoletano sono testi poetici. Ma è un errore perché il napoletano, in quanto lingua, può esplicarsi in tutti gli ambiti della comunicazione: nella conversazione, in prosa, racconti, romanzi e articoli di giornale.

Lei propone quindi un percorso verso il bilinguismo italiano/napoletano?

Propongo una forma di bilinguismo tutelato e consapevole, non, quindi, la riduzione degli spazi dell’italiano, ma l’affiancamento del napoletano all’italiano. Bisogna valorizzare la complessità grammaticale del napoletano, che dispone di tempi e modi adeguati ad ogni forma di comunicazione.

Ci racconti di una sua lezione.

Si divide in due parti: la prima, quella normativa, è in italiano. La seconda, dedicata all’ascolto, alla lettura e alla discussione di testi, è in napoletano. I ragazzi, anche perché è un corso scelto, sono molto ricettivi. Abbiamo fatto delle prove scritte, e alla fine dell’anno abbiamo anche fatto un test per poi rilasciare una certificazione sul modello dello schema di classificazione internazionale (A1,A2, ecc.).

Ha utilizzato una grammatica in particolare?

La grammatica modello che ho utilizzato è quella di Carlo Iandolo, ma ho colto stimoli da altri lavori come quello di De Blasi e Imperatore, che ha però un’impostazione universitaria.

Ha posto il problema del concetto di dialetto e lingua?

Carlo Iandolo, stimabile teorico del napoletano, ad esempio, parla di dialetto, ed io non sono assolutamente d’accordo con lui. La diatriba dialetto/lingua mi pare però sterile. Dipende tutto dal significato che si dà alla parola dialetto: se con quest’ultima intendiamo una lingua regionale contrapposta ad una lingua nazionale, posso accettare l’utilizzo del termine; non posso invece accettarlo se con la parola dialetto si implicano connotazioni negative, come “lingua del popolo”, “lingua di chi non sa scrivere”.

Invece, per concludere, lei quale ambito territoriale attribuisce alla lingua napoletana?

A mio avviso le due visioni più diffuse sono entrambe errate.
La prima, quella di Nicola De Blasi, è che il napoletano sia il dialetto di Napoli, come affermò quando  si è discusso di inserire l’insegnamento del napoletano nelle scuole campane. Per De Blasi quasi ogni comune avrebbe un proprio dialetto differente e separato dal dialetto di Napoli: ci sarebbe quindi il puteolano, il bacolese e così via.
La seconda include nel napoletano addirittura tutte le lingue del meridione, a nord fino all’Abruzzo e a sud fino alla Puglia e alla Calabria. Questa è dal punto di vista della morfologia geografica e linguistica una stupidaggine, dovuta al fatto che persone inesperte hanno fatto debordare il napoletano oltre i propri reali confini per farlo corrispondere quasi ai confini del Regno.

L’obiezione di De Blasi all’insegnamento del napoletano è molto speciosa e strumentale, ed ha il risultato di frustrare l’iniziativa, rendendola irrealizzabile. Il napoletano non è né un dialetto né una lingua nazionale, è invece una lingua regionale, il cui ambito territoriale corrisponde all’incirca con la Campania, sfumando verso le zone di confine: è naturale che a Napoli si parli un napoletano molto diverso rispetto a quello che si parla ad esempio in Irpinia, un posto con radici e lasciti diversi. Certo nessuno lo chiamerà mai “campano”, è una classificazione che non esiste. Diciamo allora che “napoletano” è un termine convenzionale, modellato su quella che era la Capitale, e che ha dato il nome all’area linguistica circostante.

Teresa Apicella

 

 

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 26 Novembre 2016 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2017

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