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L’INTERVISTA

Il quartetto Poterico, l’energia del Cilento nella musica

Cultura | 17 Febbraio 2020

I Poterico sono un quartetto strumentale formato da tre chitarristi e un percussionista. Da Trentinara, il loro paese di origine nel Cilento, i ragazzi – Mauro Migliorino, Giovanni d’Angelo, Giuseppe Daniele e Antonio de Leo – sono riusciti ad approdare alla dimensione nazionale grazie a una partecipazione a Italia’s got talent, qualificandosi per la semifinale del noto show. Li incontriamo sempre nell’ambito della rassegna proposta in Irpinia dal Caffè letterario del Castello d’Aquino di Grottaminarda: lo spettacolo è energico e riesce a coinvolgere in pieno gli ascoltatori, emozionando e facendo portare il ritmo ai presenti. Subito dopo il concerto rivolgiamo loro qualche domanda.

Partiamo da Poterico, il nome del gruppo.

Poterico – risponde Antonio, il percussionista – nel nostro dialetto significa “dopo te lo dico”. C’è un aneddoto particolare: ci riunimmo per la nostra prima serata e un tipo di Trentinara che adesso fa il comico, il contastorie Domenico Monaco, ci chiese “Ragazzi, come vi presento?”. Noi, non sapendo ancora il nome, rispondemmo “Po’ te rico, Dome””. E quindi è nato così, con questo episodio un po’ ironico.

L’idea di proporre musica strumentale nasce all’inizio?

È una situazione che è partita da loro – prosegue Antonio indicando gli altri – perché io mi sono aggiunto in un secondo momento. Mauro si appassionò di alcuni pezzi di Rodrigo y Gabriela e ci fece intraprendere questo percorso.

Diciamo anche che nessuno di noi canta – interviene Mauro – ma ognuno suonava uno strumento e ci siamo adattati alla situazione.

E l’esperienza televisiva?

Facemmo varie feste nei paesi limitrofi di Trentinara – spiega Antonio – e spesso ci consigliavano di partecipare a un talent, poi Peppe prese l’iniziativa e un giorno ci disse “Ragazzi, ci siamo iscritti a Italia’s got talent”.  Come esperienza è stata sicuramente positiva perché ci ha lanciati in un mondo tutto nuovo, visto che non conoscevamo varie zone: abbiamo avuto l’opportunità di girare in Italia e di trasmettere quella che in effetti è la nostra energia, ci ha dato la possibilità di lanciarci. Dal punto di vista interno ci capisci ben poco.

Hai a che fare con gli autori principalmente, – dice Giuseppe – prima vai a fare i provini. Siamo stati ad Avellino, al teatro alle audition, per poi andare in semifinale.

La prima volta che siamo saliti sul palco ad Avellino – riprende Antonio – era una cosa fuori dalla norma. C’era una grande adrenalina, il cuore batteva a duemila. Infatti il pezzo è andato duecento volte più veloce rispetto al normale, sembrava che avessimo tirato qualcosa (ridono). Poi c’è stato un secondo momento, quando siamo arrivati alle semifinali perché c’è stato un richiamo, abbiamo portato uno dei pezzi che è stato presentato anche qui stasera ed è stato proposto con una coreografia.

Riprendendo l’aneddoto del nome dialettale, siete partiti da un legame con il vostro territorio e poi siete approdati a una realtà nazionale. Come avete vissuto la differenza tra le due dimensioni?

Prima di iniziare, – dice Mauro – quando sei là, rimani un po’ frastornato: ti trovi tutta quella gente davanti, i quattro giudici che fino al giorno prima guardavi in televisione. Ma una volta iniziato torni nel tuo mondo, che è la musica. Quella non cambia.

La vostra vera dimensione è quella della musica dal vivo.

Sì, infatti penso che siano più d’impatto i live che i pezzi in studio – commenta Antonio. La nostra particolarità è l’energia che spero trasmettiamo e continueremo a trasmettere.

In questo senso è anche una scelta anticommerciale.

È relativo, è un genere un po’ di nicchia perché raccoglie influenze particolari – dal latin, al flamenco, al jazz. È una cosa un po’ di nicchia, ti deve piacere. Certo non è la classica canzoncina.

Come vedete il pubblico rispetto a quello che proponete, quando fate una serata?

Dipende, in posti come questo ci sono persone molto propositive  e partecipi, dipende dalla situazione, è un genere latino contaminato anche un po’ dalla nostra tradizione cilentana quindi…

Il brutto è arrivare nei locali – interviene Giuseppe – quando proponi qualcosa del genere. Se vai con una cover band di Vasco Rossi stai sicuro che il pubblico ti apprezza, proporre questa cosa è più rischioso perché non l’apprezzano tutti. Poi penso che la nostra particolarità sia quella di proporre vari generi e dare loro quel colorito cilentano, dargli un colorito locale.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 17 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 18 Febbraio 2020

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