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L’INTERVISTA

James Senese, cinquant’anni di musica fra i vicoli di Napoli: il sassofonista del popolo si racconta

Musica | 6 Dicembre 2018

Tutto quello che dalla fine degli anni sessanta ad oggi è passato fra i vicoli di Napoli gli deve qualcosa. James Senese la scorsa primavera ha pubblicato un doppio album live e antologico – Aspettanno ’o Tiempo – che racconta cinquant’anni di una carriera straordinaria: passando per i seminali Showmen, i Napoli Centrale – la formazione che più lo identifica – e le collaborazioni con l’amico Pino Daniele. A settantatré anni compiuti il sassofonista figlio della guerra detta ancora la linea musicale per tutti quegli artisti che vogliono fare della coerenza e del bisogno espressivo i propri riferimenti.

Prima del suo concerto alla “Notte re la Focalenzia” di Castelfranci – l’8 dicembre – abbiamo fatto un viaggio nel mondo trasversale ed ampissimo di uno dei più grandi musicisti italiani per capire come siamo cambiati noi e cosa è successo alla musica. E vi assicuriamo che a noi è andata meglio di come andò a Lello Arena nel film con Massimo Troisi, diretto da Arena, No grazie il caffè mi rende nervoso…

Sarebbe più facile suonarla, ci rendiamo conto, ma se dovesse raccontarci la sua musica a parole, come lo farebbe?

«Non è semplice descriverla. La mia fortuna è che questa musica dura da cinquant’anni e ormai è la mia realtà. Avendo scelto questa strada – che sembra difficile, ma è quasi sempre più bella che difficile – posso solo dire che ne faccio parte a pieno e che l’ho condivisa con chi come me ha creduto in una certo modo di esprimersi attraverso i suoni e le parole, che ha significato rottura rispetto a quello che si era abituati ad ascoltare».

A chi appartiene questa musica?

«Quello che faccio dice tutto di me, ma la mia è una musica che appartiene al popolo, fin dall’inizio abbiamo scelto di rivolgerci ad una società che per noi non andava bene, che reputiamo corrotta e siamo sempre stati dalla parte dei più deboli a cui abbiamo provato a raccontare la verità. C’è sempre stato un sistema da cambiare, da sovvertire. Questo valeva per il passato, ma ha ancora più valore oggi».

Perché ha scelto di suonare proprio il sassofono?

«Ho sentito nei dischi un suono che mi ha affascinato fin da subito e quando ho scoperto che quelle note venivano da qualcosa che si chiamava sassofono ho deciso che sarebbe stato il mio strumento. Ho cominciato come autodidatta, poi avevo voglia di imparare a leggere gli spartiti e sono andato a lezione da un maestro, fino a conseguire il diploma. Sono un vero strumentista e un lettore di musica».

Proviamo a guardare indietro e a pensare ad oggi, è cambiato qualcosa nella società o nel modo di fare musica?

«Se penso ai miei esordi e ragiono su quello che mi circonda oggi, posso dire che non è cambiato niente. Forse prima era più facile esprimersi e trovare luoghi per approfondire, oggi succede tutto in maniera velocissima, c’è la tendenza a confondere, a non far capire nulla. Noi cerchiamo attraverso la musica di recuperare la memoria di sentimenti che non esistono più, purtroppo quelli buoni si stanno tutti perdendo».

Che relazione c’è fra lei e la sua città? Si è sempre definito più napoletano dei napoletani…

«E’ chiaro che io e Napoli abbiamo un rapporto di odio e amore. Credo sia la città più bella del mondo, ma anche quella più disposta a scendere a compromessi ed è questo che non ho mai accettato. Sembra quasi banale dire che è piena di contraddizioni, ma è la città in cui sono nato, in cui continuo a restare, che metto in ogni mia produzione musicale. In me domina l’identità napoletana di mia madre che convive con quella americana di mio padre, è la mia caratteristica più forte, il connubio che mi permette di trovare un equilibrio. Sono queste influenze a rendere la mia musica quella che è».

Abbiamo imparato a rapportarci con la diversità secondo lei?

«La situazione è la stessa che ho vissuto da ragazzo, addirittura oggi sembra allargarsi senza possibilità di essere arginata. Cioè essere nero oggi è uguale ad essere nero negli anni ‘50, può sembrare triste ma è così. Non abbiamo imparato niente e illudersi di aver fatto delle conquiste per raggiungere l’uguaglianza è inutile, perché non le abbiamo fatte. Il problema è che l’evoluzione dipende da noi esseri umani, noi siamo rimasti nelle mani di pochi che decidono mentre il popolo resta a terra, viene tenuto all’oscuro, alle persone continuano ad essere negate delle possibilità. Gli artisti, gli intellettuali provano a dialogare con le persone per consentire questa crescita umana e culturale, ma non sempre possiamo dire di riuscirci».

E lei a cambiare le cose con la musica ci ha provato…

«Ma io ci sto provando ancora, è un percorso che non si ferma mai. E non mi fermerò fino a quando sarà il momento di andarmene dall’altra parte. L’importante è continuare a non correre tutti nella stessa direzione senza capire che cosa ci sta succedendo, esiste un pensiero, un modo di parlare e di comportarsi talmente tanto dominante che impedisce di andare contro, di essere autonomi e a questo non dobbiamo cedere».

Che cosa le piace ascoltare?

«Mi hanno ispirato e continuano ad ispirarmi i grandi come Miles Davis, John Coltrane e ce ne sono tanti altri che ascolto, ma questi due musicisti sono eterni per me, non moriranno mai perché sono riusciti ad andare oltre la luce. La loro musica li ha resi immortali».

Se James Senese non avesse fatto il musicista oggi chi sarebbe?

«La mia vita senza musica me la immagino drammatica. Probabilmente sarei diventato un grande delinquente (ride, ndr). Anche perché le scelte sono poche soprattutto di questi tempi, o ti estranei e ti impegni con forza per trovare la tua dimensione, per essere qualcuno oppure resti dove sei, ti fai trascinare e spesso diventi un criminale. E’ incredibile quello che ha fatto la musica alla mia vita, in qualche modo mi ha salvato, ma non solo me, ha salvato tanta gente da se stessa».

E’ molto atteso il suo concerto di sabato a Castelfranci, che live dobbiamo aspettarci?

«Ci sarà tutto, dagli anni ’70 fino ad oggi e forse anche qualche anticipazione del domani. Sul palco porteremo il suono di quel linguaggio universale che in tutti questi anni abbiamo creato – io insieme a Napoli Cemtrale e prima ancora con gli Showman – che resiste da cinquant’anni e mi sembra ci sia ancora tanta gente che vuole bene a questa musica, anzi forse oggi viene apprezzata più di quando abbiamo iniziato, perché è autentica, non c’è niente di costruito e questo al pubblico resta nel cuore».

Ora che ho preso coraggio, posso fare anche l’ultima domanda: a chi scasserebbe il sassofono in faccia oggi?

«A tutto il sistema. Non so bene quante facce sono, però uno alla volta, un tasto ciascuno glielo batterei in testa e magari qualcosa potrebbe cambiare».

L’immagine in copertina è una foto di Riccardo Piccirillo

di Maria Fioretti via Orticalab

Mi innamoro di tutto e questo tutto ho imparato a raccontarlo.

La mia terra è l’Irpinia, quella bella per i suoi paesaggi e quella del terremoto di cui sono nipote acquisita, il mio sisma è interno come per tanti miei coetanei. Trovare un equilibrio per me è impossibile: laureata al Dams, giornalista pubblicista, ho studiato, vissuto e lavorato a Bologna, Roma e Milano. Fino a quando un’amica mi ha detto che un cuore come il mio deve stare vicino al mare e così ho scelto quello grande di Napoli.

Forse un giorno troverò pace e pure la pensione, per adesso mi agito tra le parole e scrivo: ché è l’unica cosa che so fare bene.

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