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L’INTERVISTA

La compagnia teatrale La fermata: quando la cultura diventa una speranza

Cultura | 23 Dicembre 2019

La compagnia teatrale La fermata, fondata da Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli, è molto attiva in Irpinia e nel Sannio con corsi di vario tipo e spettacoli. Nell’ultimo periodo il gruppo ha deciso di omaggiare De Crescenzo e il suo Così parlò Bellavista portando in scena una commedia tratta dall’opera: lo spettacolo debutterà al Palazzo degli Uffici di Ariano Irpino (Av) il 28 e 29 dicembre. Cogliamo l’occasione per parlare dei diversi progetti che portano avanti e della loro visione della cultura, un modo per guardare al presente con tenacia e senza arrendersi prima del dovuto.

Come nasce la vostra compagnia e quando?

Come: eravamo io e Gilda, alla fermata di uno dei tanti autobus che prendevamo, e continuiamo a prendere, per spostarci nei nostri interminabili viaggi. Noi due ci siamo conosciuti a teatro; innamorati tra un telo e un fondale. Era inevitabile. Per molto tempo abbiamo continuato con gli impegni di palcoscenico che entrambi già avevamo… veniamo da anni di formazione, workshop, corsi intensivi e soprattutto tanta, tanta esperienza di scena. Poi, abbiamo deciso di salire sullo stesso autobus. Ed eccoci qui. Quando: l’esordio, maggio 2018. Con una commedia scritta da me, “Ditta Costruzione Sogni”. Lo spettacolo terminava con quello che è diventato, a tutti gli effetti, il nostro motto: “la fermata è sul parquet della platea, il viaggio sulle tavole del palcoscenico”.

Siete molto attivi fra spettacoli e corsi di teatro. Quali sono le principali iniziative che portate avanti?

Al momento stiamo tenendo corsi di recitazione a Melito Irpino (dove ci sono già due livelli, di cui uno già in scena l’anno scorso con “Gli imbianchini non hanno ricordi” di Dario Fo), ad Avellino e all’Università degli studi del Sannio dove ci è stata concessa la magnifica opportunità di diventare i direttori artistici del CUT (Centro Universitario Teatrale) dell’Ateneo. Questo è già il secondo anno. Più di quaranta gli allievi all’attivo. Lo scorso maggio abbiamo debuttato, in qualità di registi, al Teatro Massimo di Benevento con “Sogno di una notte di mezza estate. Il 23 dicembre di quest’anno replicheremo con “Gli Uccelli” di Aristofane e a gennaio con “Le Baccanti” di Euripide. Per quanto riguarda gli spettacoli che ci vedono protagonisti sulla scena, in questi anni molte e preziose le collaborazioni che abbiamo instaurato: con l’Ariano Folkfestival, il Castello d’Aquino – Caffè Letterario di Grottaminarda e tante altre realtà del territorio con le quali condividiamo l’amore per l’Irpinia (e la cultura).

Parliamo del vostro ultimo spettacolo, che andrà in scena a breve. Avete scelto di omaggiare un grande scomparso di recente, Luciano De Crescenzo.

Sì. Arduo ma doveroso. Fin da subito il binomio cultura – territorio è stato in cima ai nostri obiettivi principali e chi più di un pilastro della tradizione campana (e non solo) come De Crescenzo potrebbe incarnare questa nostra prerogativa? L’anno scorso, sempre in collaborazione con l’AFF, ci misurammo con la commedia brillante targata Broadway, portando in scena “Arsenico e vecchi merletti” di Kesserling; quest’anno, la scomparsa di De Crescenzo ci ha turbato moltissimo e allora ci siamo detti che forse non sarebbe stato sbagliato per una volta provare a misurarsi con un classico della cultura popolare napoletana, quindi campana: dunque, ecco che il 28 e il 29 dicembre, al Palazzo degli Uffici di Ariano Irpino, arriva il nostro “Così parlò Bellavista”.

Il vostro intento è anche, e forse soprattutto, divulgativo. C’è una buona risposta?

La risposta più gettonata, quando solitamente la si pone a chi fa il nostro mestiere, è “no, con la cultura non si mangia, è difficile” et similia. Per noi non è così. Il feedback c’è, e forte anche. Bisogna essere innanzitutto preparati e non fermarsi ai primi ostacoli, poi i risultati arrivano. Con lo studio e l’impegno sul campo si va lontani: solo con la mediocrità si raggiungono obiettivi mediocri.

Secondo voi la cultura può ancora fare la differenza nell’Italia di oggi?

Deve. Viviamo tempi bui in cui l’arte e la cultura vengono visti come mostri da combattere, entità dietro cui nascondere significanti reconditi. Tutto viene detto a misura di bar, “con la pancia”. A noi, cervello e cuore stanno simpatici… molto più della pancia. Anche perché “parlare alla pancia della gente”, insomma, non è che ci stuzzichi più di tanto. Il pubblico va stimolato, interessato, incuriosito. Tutte cose che avvengono dall’ombelico in su. Scherzi a parte: la cultura ci salverà. È dura crederlo. Nel frattempo, noi preferiamo scommetterci tutto.

Domenico Carrara

Foto di Pellegrino Tarantino

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 23 Dicembre 2019 e modificato l'ultima volta il 23 Dicembre 2019

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