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L’INTERVISTA

La Janara: quando la musica scava tra streghe e leggende

Musica | 27 Aprile 2019

Musica e poesia sono legate da sempre, l’oralità ha avuto un ruolo importantissimo nella trasmissione dei primi classici occidentali: allora perché non approfondire, in questa ricerca sugli autori contemporanei, anche la scrittura delle canzoni? Ne abbiamo parlato con Nicola Vitale, chitarrista e creatore dei testi per la band metal irpina La Janara, nata nel 2015 e da poco approdata alla pubblicazione del suo primo LP, Tenebra, nel quale si ripercorrono le vicende della strega Violante. L’amore per le proprie radici e la spinta a esplorare il territorio che ci circonda per ritrovare sé stessi sono elementi che si mescolano in questo lavoro di cui consigliamo vivamente l’ascolto.

L’idea di scrivere un concept album c’era dall’inizio o si è sviluppata strada facendo?

Sì, è nata sin dall’inizio, anche se Tenebra, in fin dei conti, è un concept album atipico. Non racconta una storia organica, con avvenimenti che si susseguono in ordine cronologico, è più che altro un insieme di canzoni accomunate da un’atmosfera tenebrosa e inquietante, dove una strega, metafora di una donna dall’intelligenza forte e dal bisogno di gridare al mondo la sua natura di persona “libera”, si fa avanti con gli unici mezzi di cui dispone in una cultura maschilista che la schiaccia e la offende: incantesimi e malefici.

Violante non è un personaggio negativo, come si evince dalla frase “soffro il male che do” nella canzone Mater tenebrarum. Il vostro è anche un riscatto della memoria delle streghe?

Assolutamente. Non conosco tutti i nomi delle streghe immolate per un ideale, anzi, nella nostra Irpinia sembra che non ci siano mai state esecuzioni di quel tipo, ma sicuramente rappresentiamo le streghe come persone di grandi capacità, mortificate da una cultura che le teme e quindi le caccia senza pietà.

Oltre al metal, in canzoni come Violante aveva una capra e Volano i corvi, pare forte l’influsso del cantautorato italiano: è così?

È così, specialmente quello più essenziale di De André dei primi album come La Buona Novella. La sua statura si staglia immensa su chiunque imbracci una chitarra e inizi a cantare di anime perse. Inoltre, l’idea di una musica scarna, che abbisogna solo di un’ugola e sei corde attaccate ad un pezzo di legno per scatenare la magia, mi seduce costantemente.

In Or poserai per sempre c’è la ripresa di alcuni versi di A se stesso di Leopardi. Quanto contano e che ruolo hanno per voi la poesia e la parola?

La parola ha un ruolo fondamentale nella nostra produzione. Da autore dei testi e delle musiche de La Janara, posso dire che il titolo di una canzone nasce coi suoi primi accordi, è quasi come se fosse il brano stesso a scegliersi il nome. A volte la scelta delle parole da usare nelle frasi del testo dipende dalla loro musicalità, nel senso che mi capita di voler esprimere un concetto o uno stato d’animo, e le parole che scelgo sono sempre quelle più musicali. “Or poserai per sempre stanco mio cor” è un verso epico e musicale, la melodia del ritornello mi è venuta semplicemente pronunciando e scandendo bene le sillabe. La poesia di Leopardi sembra adatta, poi, a descrivere i momenti prima del suicidio della protagonista. È una delle poesie più belle che abbia mai letto, la imparai in quinta elementare su un libro di mia madre, e la portai all’esame. La mia maestra disse che era troppo difficile per me, troppo pesante e cupa e, in sede d’esame, mi fece recare al suo posto “Il Sabato del Villaggio”.

Rocca San Felice e il culto di Mefite, l’usanza di sciogliere la cera sul corpo dei morti a Torrioni: il vostro è anche un viaggio alla riscoperta del paganesimo nei paesi irpini. Quanto è importante per la musica che fate questo lavoro di scavo?

Oggi c’è solo un modo di essere originali, a mio avviso, specialmente nel rock e nel metal: mettere in scena te stesso e la tua cultura, la tua formazione insomma. Sono irpino, nel tempo libero amo leggere e visitare i bei luoghi della mia terra, è inevitabile che alcune canzoni vengano ambientate in luoghi antichi che non esistono più se non nelle favole d’un tempo. Ho scritto anche una canzone per voce e chitarra sul famigerato tiglio di Montoro, magari un giorno vedrà la luce.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 27 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 27 Aprile 2019

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