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L’INTERVISTA

L’Antonio Fusco Trio: la musica che unisce oltre i confini

Cultura | 26 Febbraio 2020

Quarto appuntamento con i musicisti che partecipano alla rassegna del Caffè letterario di Grottaminarda, in provincia di Avellino: stavolta tocca all’Antonio Fusco Trio, una formazione nata di recente su idea del batterista irpino, attivo a livello internazionale. Ad accompagnarlo ci sono giovani artisti della scena jazz, Ferdinando Romano al contrabbasso e Manuel Magrini al piano. Ospite d’eccezione, per il concerto di cui siamo stati spettatori, il sassofonista Giulio Martino. A fine esibizione rivolgiamo ai ragazzi qualche domanda.

Come nasce il vostro progetto?

Questo progetto nasce un po’ per caso, perché ho conosciuto Manuel Magrini con cui ho suonato e mi è piaciuta tantissimo l’esperienza con lui: ha una grande sensibilità musicale, grande orecchio. Poi con Ferdinando Romano eravamo d’accordo di fare un tour in Italia, al quale per vari motivi non ho potuto partecipare. Comunque ci siamo dati una mano per organizzare concerti, io nel frattempo ho un altro trio in Inghilterra con cui sta diventando molto difficile lavorare e ho voluto provare una cosa nuova con dei paesani, con cui c’è più affinità. Certo mi mancano anche i musicisti con cui suonavo prima, sono sempre due fratelli, però con questo trio avevo idea di fare una cosa più vicina alla tradizione anche se stasera siamo andati un po’ fuori dagli schemi. Però, sai, era il primo concerto e ci si è voluti proprio divertire.

Perlopiù proponete nuovi arrangiamenti di un repertorio conosciuto.

Sì, con in più delle composizioni mie, infatti ci sono dei brani originali. Tra l’altro l’ultimo brano che abbiamo suonato stasera non l’ho ancora registrato come anche l’arrangiamento di Alice in Wonderland. Poi ci sono due brani di Charles Mingus che non sono brani scontati né suonati così spesso.

Mi affascina che si parta da una dimensione di provincia e si arrivi poi a una dimensione internazionale, mi interesserebbe sapere come coniughi queste due anime.

A me è sempre piaciuto mischiare diverse nazionalità, adesso c’è questo trio con cui bisogna pensare a scrivere della musica nuova: sicuramente mi dedicherò a scrivere degli inediti e spero di registrare l’album l’anno prossimo. Nel frattempo mi devo dedicare a un’altra idea, ho diversi progetti sparsi per il globo. Faccio questi connubi e sono sempre stato un musicista passionale; poi i musicisti li scelgo anche in base all’aspetto caratteriale, alla personalità, un musicista che cerco per i miei progetti deve avere prima di tutto un’umanità estrema perché penso che la sensibilità e l’umanità – quindi il rispetto verso il prossimo – siano fondamentali quando si suona sul palco, perché è da lì che viene la bella musica. E devono avere anche qualità musicali di un certo tipo. A volte non mi interessa avere il musicista pazzesco, basta faccia delle cose che stanno bene nella mia musica: lo scelgo per quel motivo lì.

In un momento in cui si tende a sottolineare molto i confini forse la musica può dare un messaggio di superamento delle barriere.

Sì, fondamentalmente sì, è così. È una missione per me, come in questo momento che ho usato per sensibilizzare un po’ l’opinione pubblica perché viviamo in un momento difficile ma credo che sia così a livello planetario. E questo è dovuto proprio al fatto di un utilizzo accanito della televisione, quello che dice il telegiornale soprattutto per certe persone che sono pensionate è proprio legge. Cerco di utilizzare la musica, per quanto mi è possibile, per sensibilizzare.

Com’è la ricezione del jazz in Italia?

In Italia il jazz c’è sin dalle origini del genere, si dice che lo swing italiano sia unico. Il pubblico c’è, sì, però i posti in cui si viene pagati sono sempre di meno. Adesso molti colleghi mi dicono che sono venuti fuori tanti posti in cui c’è la filosofia di pagare alla porta, sul biglietto, e questo è un segno che la cultura qui sta un po’ calando.

E invece – chiediamo agli altri componenti – la vostra visione del progetto? 

La scelta del repertorio – risponde Ferdinando Romano – è basata su brani di Antonio, poi su pezzi classici e alcune scelte particolari come i brani di Mingus. La cosa interessante di suonare insieme è stato trovare tutti questi intrecci: prima parlavamo dei vari groove che si accavallano e quando ci siamo trovati a suonare la prima volta tutti e tre insieme si è creata subito una grande sintonia e abbiamo capito che volevamo portare avanti questa cosa, il repertorio e il progetto.

Sicuramente vale lo stesso, conoscendo prima l’uno e poi l’altro, suonando molto sia con l’uno che con l’altro il fatto che ci unissimo noi tre era abbastanza prevedibile – conclude Manuel Magrini.

Infine domandiamo all’ospite, Giulio Martino, come viva questa esperienza. 

Io conosco Antonio da tanto, c’è anche un aspetto affettivo forte. Ciononostante abbiamo suonato insieme poche volte e sono contento di aver suonato la sua musica che trovo veramente bella, per chi fa questo tipo di lavoro incontrare persone è un po’ l’essenza e incontrare lui adesso è importante perché è anche in crescita sul piano delle esperienze, sul piano emotivo, ha esperienze forti e si sente quando suona questa cosa. Poi conosce due musicisti così bravi e ne sono davvero felice.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 26 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 26 Febbraio 2020

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